FERNANDO ARAMBURU.

PATRIA.

Titolo originale: Patria.
Traduzione di Bruno Arpaia.
2017 Ugo Guanda Editore, Milano.
Collana: NARRATORI DELLA FENICE.

Parte 1.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Due famiglie legate a doppio filo, quelle di Joxian e del Txato, cresciuti entrambi nello stesso paesino alle porte di San Sebastian, vicini di casa, inseparabili nelle serate all'osteria e nelle domeniche in bicicletta. E anche le loro mogli, Miren e Bittori, erano legate da una solida amicizia, cos come i loro figli, compagni di giochi e di studi tra gli anni Settanta e Ottanta. Ma poi un evento tragico ha scavato un cratere nelle loro vite, spezzate per sempre in un prima e un dopo: il Txato, con la sua impresa di trasporti,  stato preso di mira dall'ETA, e dopo una serie di messaggi intimidatori a cui ha testardamente rifiutato di piegarsi,  caduto vittima di un attentato... Bittori se n' andata, non riuscendo pi a vivere nel posto in cui le hanno ammazzato il marito, il posto in cui la sua presenza non  pi gradita, perch le vittime danno fastidio. Anche a quelli che un tempo si proclamavano amici. Anche a quei vicini di casa che sono forse i genitori, il fratello, la sorella di un assassino. Passano gli anni, ma Bittori non rinuncia a pretendere la verit e a farsi chiedere perdono, a cercare la via verso una riconciliazione necessaria non solo per lei, ma per tutte le persone coinvolte.
Con la forza della letteratura, Fernando Aramburu ha saputo raccontare una comunit lacerata, e allo stesso tempo scrivere una storia di gente comune, di affetti, di amicizie, di sentimenti feriti: un romanzo da accostare ai grandi modelli narrativi che hanno fatto dell'universo famiglia il fulcro morale, il centro vitale della loro trama.
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L'AUTORE.
Fernando Aramburu, nato a San Sebastian nel 1959, ha studiato Filologia ispanica all'Universit di Saragozza e negli anni Novanta si  trasferito in Germania per insegnare spagnolo. Dal 2009 ha abbandonato la docenza per dedicarsi alla scrittura e alle collaborazioni giornalistiche. Ha pubblicato romanzi e raccolte di racconti, che sono stati tradotti in diverse lingue e hanno ottenuto numerosi riconoscimenti. Patria, uscito in Spagna nel settembre 2016, ha avuto un successo eccezionale e un vastissimo consenso, conquistando - fra gli altri - il Premio de la Crtica 2017.
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ALCUNI GIUDIZI:
"Da molto tempo non leggevo un romanzo cos persuasivo, commovente, e cos brillantemente concepito."  - Mario Vargas Llosa.
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"Un romanzo semplicemente formidabile, un esempio di grande letteratura." - La Vanguardia.
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"Racconta l'amore, la passione, il disamore dei suoi personaggi con un misto efficacissimo di profondit e delicatezza." - El Cultural.
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"Una tensione narrativa sostenuta dall'inizio alla fine. Un libro straordinario." - El Diario Vasco.
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"Senza alcun dubbio, uno dei grandi romanzi degli ultimi anni." - ABC.
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"Un romanzo definitivo." - La Razn.
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In appendice il lettore trover un glossario con le parole in euskera utilizzate nel romanzo. (N.d.R.)
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1.
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Tacchi sul parquet.
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Eccola l, la poverina. Va a infrangersi su di lui. Come s'infrange un'onda sugli scogli. Un po' di schiuma e ciao. Non vede che non si prende nemmeno la briga di aprirle la portiera? Sottomessa, pi che sottomessa.
E quelle scarpe con i tacchi e quelle labbra rosse a quarantacinque anni? Con la tua classe, figlia mia, con la tua posizione e i tuoi studi, cos' che ti fa comportare come un'adolescente? Se l'aita fosse vivo...
Al momento di salire in macchina, Nerea rivolse lo sguardo alla finestra; immagin che, dietro la tenda, sua madre la stesse come al solito osservando. E s, anche se lei dalla strada non poteva vederla, Bittori la stava guardando con tristezza e con le sopracciglia aggrottate, e parlava da sola e sussurr eccola l, la poverina, solo un ornamento di quel vanitoso a cui non  mai passato per la testa di far felice qualcuno. Non si rende conto che una donna dev'essere proprio disperata per cercare di sedurre il marito dopo dodici anni di matrimonio? In fondo  meglio che non abbiano avuto figli.
Nerea agit brevemente la mano per salutare prima di infilarsi nel taxi. Sua madre, al terzo piano, nascosta dietro la tenda, distolse lo sguardo. Al di sopra dei tetti si vedevano un'ampia striscia di mare, il faro dell'isola di Santa Clara, nubi tenui in lontananza. La signorina delle previsioni del tempo aveva annunciato sole. E lei, ah, come mi sto facendo vecchia, guard di nuovo la strada e il taxi era gi scomparso.
Subito dopo, oltre i tetti, oltre l'isola e la linea blu dell'orizzonte, e oltre le nuvole remote e ancora pi in l, nel passato perduto per sempre, cerc scene del matrimonio della figlia. E la vide di nuovo nella cattedrale del Buon Pastore, vestita di bianco, con il suo mazzo di fiori e la sua eccessiva felicit, e all'epoca, guardandola all'uscita, cos slanciata, cos sorridente, cos bella, l'aveva colta un brutto presentimento. La sera, quando era tornata da sola a casa, era stata l l per sedersi davanti alla foto del Txato e confessargli i suoi timori; ma aveva mal di testa e poi il Txato, nelle questioni di famiglia, tanto pi trattandosi della figlia, aveva l'abitudine di diventare sentimentale. Aveva la lacrima facile, quell'uomo, e anche se le foto non piangono, insomma, ci siamo capiti.
I tacchi erano per risvegliare l'appetito a Quique, non esattamente quello che si sazia mangiando. Toc, toc, toc, li aveva sentiti un po' prima ticchettare sul parquet. Adesso me lo riempie di buchi. Per quieto vivere, non l'aveva rimproverata. Sarebbero rimasti per poco tempo. Erano venuti soltanto a salutare. E a lui, alle nove del mattino, la bocca sapeva gi di whisky o di qualche liquore di quelli con cui traffica.
"A ma, sicuro che te la caverai da sola?"
"Perch non andate in autobus all'aeroporto? Il taxi da qui a Bilbao vi coster un sacco."
Lui:
"Non preoccuparti di questo".
Le valigie, la scomodit, la lentezza, spieg.
"S, ma avete tempo, no?"
"Ama, non insistere.  deciso che andremo in taxi. E la cosa pi comoda."
Quique iniziava a spazientirsi.
"E l'unica cosa comoda."
Aggiunse che andava a fumarsi una sigaretta in strada mentre parlavano. Si era messo un litro di profumo addosso, quell'uomo. Per la bocca gli sa di alcol e sono soltanto le nove del mattino. Salut guardandosi allo specchio dell'ingresso. Presuntuoso. E poi, autoritario?, cordiale ma secco?, a Nerea:
"Sbrigati".
Cinque minuti, gli promise. Alla fine furono quindici. Da sole, a sua madre: che quel viaggio a Londra significava molto per lei.
"Faccio fatica a immaginare te che partecipi alle conversazioni di tuo marito con i clienti. Oppure, senza dirmi niente, ti sei messa a lavorare nella sua azienda?"
"A Londra far un serio tentativo di salvare il nostro matrimonio."
"Un altro tentativo?"
"L'ultimo."
"E stavolta quale sar la tattica? Gli rimarrai attaccata cos non te le mette con la prima che incrocia?"
"Ama, per favore. Non rendermi le cose pi difficili."
"Stai benissimo. Hai cambiato parrucchiera?"
"E sempre la stessa."
Nerea abbass di colpo il tono di voce. Ai primi bisbigli, la madre si volt a guardare verso la porta di casa, come se temesse che qualche estraneo le stesse spiando. No, niente,  che avevano scartato l'idea di adottare un bambino. Da tanto che ne parlavano. Un cinese, un russo, un africano. Un maschietto o una femminuccia. Nerea non aveva perso la speranza, ma Quique si era tirato indietro. Lui vuole un figlio suo, carne della sua carne. Bittori:
"Adesso si  messo a parlare come la Bibbia?"
"Si crede moderno, ma  pi tradizionale dell'arroz con leche."
Nerea si era informata per suo conto sulle pratiche per richiedere l'adozione e, s, avevano tutti i requisiti. I soldi non erano un impedimento. Era disposta a viaggiare fino in capo al mondo e a essere finalmente madre anche se non aveva dato alla luce la creatura. Per Quique aveva interrotto bruscamente la conversazione. No e poi no.
"Un po' insensibile, il ragazzo, non credi?"
"Desidera un maschietto tutto suo, che gli assomigli, che un giorno giochi nella Real Sociedad.  ossessionato, ama. E lo avr. Uff, quando si fissa su qualcosa! Non so con chi. Con qualcuna che si presti. Non me lo chiedere. Non ne ho la minima idea. Prender un utero in affitto pagando quello che c' da pagare. Per quanto mi riguarda, lo aiuterei a trovare una donna sana che gli faccia passare lo sfizio."
"Sei fuori di testa."
"Non gliel'ho ancora detto. Immagino che in questi giorni, a Londra, ce ne sar occasione. Ci ho pensato bene. Non ho nessun diritto di pretendere che sia infelice."
Si sfiorarono le guance accanto alla porta di casa. Bittori: s, se la sarebbe cavata da sola, buon viaggio. Nerea, dal pianerottolo, mentre aspettava l'ascensore, disse qualcosa sulla sfortuna, ma che non dobbiamo rinunciare all'allegria. Poi sugger alla madre di cambiare lo zerbino.

*****

2

Ottobre mite

Prima della storia del Txato era credente, ma adesso non pi. Anche se da giovane era stata devotissima. E dire che per un pelo non aveva preso i voti. Lei e quell'amica del paese che  meglio dimenticare. Avevano fatto marcia indietro all'ultimo momento, con un piede gi nel noviziato. Ora tutte quelle storie sulla resurrezione dei morti e sulla vita eterna e il Padreterno e lo Spirito Santo le sembrano panzane.
L'avevano irritata molto certe parole del vescovo che faceva finta che. Non aveva osato negare la mano a un uomo tanto importante. L'aveva sentita viscida. Invece, quello s, l'aveva guardato in faccia per esprimergli in silenzio, con la luce dei suoi occhi, che ormai non credeva pi. Non appena aveva visto il Txato nella bara, la sua fede in Dio era scoppiata come una bolla. L'aveva perfino notato fisicamente.
E, tuttavia, di tanto in tanto va a messa, forse spinta dalla forza dell'abitudine. Si siede su una panca in fondo alla chiesa, guarda le spalle e le nuche dei fedeli, parla a s stessa. Il fatto  che a casa c' molta solitudine. E lei non  tipo da andare al bar o in caffetteria. Spese? Il giusto. Era svanita la civetteria, un'altra bolla?, che aveva prima della storia del Txato. Ed  perch Nerea insiste, altrimenti metterebbe gli stessi vestiti tutti i giorni.
Piuttosto che entrare nei negozi, preferisce sedersi in chiesa e praticare il suo ateismo silenzioso. Si proibisce la blasfemia e il disprezzo per i fedeli l riuniti. Guarda le immagini e dice/pensa: no. A volte lo dice/pensa scuotendo un po' la testa in segno di rifiuto.
Se si celebra una messa, si trattiene pi a lungo. Allora si dedica a negare tra s quanto afferma il sacerdote. Preghiamo.
No. Questo  il corpo di Cristo. No. E cos per tutto il tempo. A volte, vinta dalla stanchezza, con la dovuta discrezione si fa un pisolino.
Usc dalla chiesa dei gesuiti, in calle Andia, con il cielo gi scuro. Era gioved. C'era una temperatura gradevole. A met pomeriggio aveva visto che il display di una farmacia segnalava venti gradi. Traffico, pedoni, piccioni. Riconobbe una faccia nota. Senza pensarci su, cambi marciapiede. Il brusco mutamento di direzione la obblig a entrare in plaza de Guipuzcoa. La attravers lungo il percorso che costeggiava lo stagno. Si attard a guardare le anatre. Era da tanto tempo che non passava da l. Se non ricordava male, da quando Nerea era piccola. Le tornarono alla mente dei cigni neri che adesso non si vedono. Din don din. Il carillon della Diputacin la distolse dai suoi pensieri.
Le otto. Ora tiepida, ottobre mite. Improvvisamente si ricord delle parole che le aveva detto Nerea quella mattina. Che doveva cambiare lo zerbino? No, che non bisogna rinunciare all'allegria. Bah, una stupidaggine che si dice agli anziani per tirarli su di morale. Per Bittori non era difficile ammettere che fosse un pomeriggio meraviglioso. Per fare salti di gioia avrebbe avuto bisogno di un altro genere di stimoli. Per esempio? Ah, che ne so? Che inventassero una macchina per resuscitare i morti e mi ridessero mio marito. Si chiese se dopo tanti anni non avrebbe dovuto prendere in considerazione l'idea di dimenticare. Dimenticare? Che roba ?
Nell'aria aleggiava un odore come di alghe e umidit marina. Non faceva neanche un pizzico di freddo, non c'era vento e il cielo era terso. Ragioni sufficienti, si disse, per andare a casa a piedi e risparmiare sull'autobus. In calle Urbieta sent il proprio nome. Lo sent chiaramente, ma prefer non voltarsi. Acceler persino, ma non le serv a nulla. Passi veloci la raggiunsero alle spalle.
"Bittori, Bittori."
Quella voce risuonava troppo vicina per continuare a fingere di non averla sentita.
"Lo hai saputo? Dicono che smettono, che non faranno pi attentati."
Bittori non pot fare a meno di ricordare i giorni in cui quella stessa vicina evitava di incontrarla sulle scale o aspettava all'angolo della strada, infradiciandosi sotto la pioggia, con la borsa della spesa tra i piedi, per non incrociarla sul portone.
Ment:
"S, me lo hanno detto poco fa".
"Che bella notizia, eh? Finalmente avremo la pace. Era ora."
"Vedremo, vedremo."
"Mi fa piacere soprattutto per quelli come voi che hanno sofferto tanto. Che tutto questo finalmente finisca e che vi lascino in pace."
"Che finisca cosa?"
"Che smettano di far soffrire la gente e difendano la loro causa senza ammazzare."
E dal momento che Bittori, muta, non mostrava nessuna intenzione di voler continuare il dialogo, la vicina si accomiat come pressata da una fretta improvvisa.
"Vado, che ho promesso a mio figlio le triglie per cena. Gli piacciono tanto. Se vai verso casa, ti accompagno."
"No, mi aspettano qui vicino."
Risultato, che per perdere di vista la vicina pass sull'altro marciapiede e se ne stette per un bel po' a camminare l intorno senza meta. Perch, ovviamente, l'impicciona, mentre pulisce le triglie per il figlio, che mi  sempre sembrato un fesso, oltre che un cretino, se mi sente arrivare a casa appena dopo di lei, penser: accidenti, non voleva stare con me. Bittori. Che c'? Stai cadendo nel rancore e ti ho detto molte volte che. D'accordo, lasciami in pace.
Pi tardi, lungo il tragitto verso casa, pos una mano sul ruvido tronco di un albero e disse tra s: grazie per la tua umanit. Poi la pos sul muro di un edificio e ripet la frase. E la stessa cosa fece, senza fermarsi, con un cestino, una panchina, il palo di un semaforo e altri oggetti dell'arredo urbano che incontr lungo la strada.
Il portone, al buio. Fu tentata di usare l'ascensore. Attenzione. Il rumore potrebbe tradirmi. Decise di salire scalza i tre piani. Trov ancora il tempo di sussurrare un ultimo grazie, corrimano, per la tua umanit. Infil la chiave nella serratura con la maggiore cautela possibile. Cosa ci vede di sbagliato Nerea in questo zerbino? Io quella creatura non la capisco e credo di non averla mai capita.
Di l a poco suon il telefono. Ikatza dormicchiava sul divano, come una palla di pelo nero. Senza cambiare posizione, con gli occhi socchiusi, osserv i passi della sua padrona in direzione dell'apparecchio. Bittori lasci finire gli squilli, riconobbe il numero sul display e lo richiam.
Xabier, eccitato. Ama, ama. Che accendesse il televisore.
"Me lo hanno gi detto. Chi? Quella di sopra."
"Ah, pensavo che non lo sapessi."
E le mand un bacio e lei ricambi e smisero di parlare e si salutarono. Si disse: io non accendo la tele. Ma poi prevalse la curiosit. Sullo schermo vide i tre incappucciati con il basco, seduti a un tavolo, estetica da Ku Klux Klan, tovaglia bianca, striscioni patriottici, un microfono e pens: la madre di quello che parla riconoscer la sua voce? Provava un odio profondo per quelle immagini che oltretutto le stavano rivoltando lo stomaco. Incapace di sopportarle, spense il televisore.
Per lei la giornata era finita. Che ora era? Quasi le dieci. Cambi l'acqua alla gatta e si mise a letto prima del solito, senza cenare, senza aprire la rivista che stava sul comodino. Infilata la camicia da notte, si sofferm davanti alla foto del Txato, sulla parete della camera da letto, per dirgli che:
"Domani vengo a raccontartelo. Non credo che ti far piacere; per, insomma,  la notizia del giorno e hai il diritto di conoscerla".
Cerc, con la luce spenta, di forzare gli occhi a versare una lacrima. Niente. Asciutti. E Nerea che non chiamava. Non si era presa neppure il disturbo di farle sapere se erano arrivati a Londra. Certo, sar occupatissima a cercare di salvare il suo matrimonio.

*****

3

Con il Txato a Polloe

Sono diversi anni che non sale a piedi a Polloe. Per potere, potrebbe, per si stanca. E non  che le dispiaccia stancarsi, ma perch, vediamo, perch? Inoltre, certi giorni, sente delle fitte alla pancia. Allora quello che fa Bittori  prendere il 9, che la lascia a pochi passi dall'entrata del cimitero, e alla fine della visita scendere in citt a piedi. In discesa  un'altra cosa.
Smont dietro una signora, erano le uniche passeggere. Venerd, tranquillit, tempo buono. E sull'arcata dell'ingresso lesse: PRESTO SI DIR DI VOI CI CHE SI SUOLE DIRE DI NOI: SONO MORTI! A me non m'impressionano con le frasette funebri. Polvere siderale (lo aveva sentito alla tele), quello siamo, sia che uno respiri sia che ingrassi i cavoli. E anche se detestava quell'odiosa scritta, era incapace di entrare nel cimitero senza fermarsi a leggerla.
Ragazza, il cappotto avresti potuto lasciarlo a casa. Era di troppo. Se l'era messo solamente per vestirsi di nero. Aveva portato il lutto per il primo anno; poi i figli avevano insistito perch facesse una vita normale. Vita normale? Quei due ingenui non hanno la minima idea di quello che dicono. Desiderosa di essere lasciata tranquilla, aveva seguito il consiglio. Ci non toglie che camminare tra i morti con vestiti colorati le sembri una mancanza di rispetto. Quindi niente, la mattina presto aveva aperto l'armadio, aveva cercato un capo nero che le coprisse gli altri di diverse tonalit di azzurro, aveva visto il cappotto e se l'era messo, anche se sapeva che avrebbe avuto caldo.
Il Txato divide la tomba con i suoi nonni materni e una zia. La tomba, a lato di un sentiero in lieve pendenza, forma una fila con altre simili. Sulla lapide compaiono il nome e il cognome del defunto, la data di nascita e quella del giorno in cui lo hanno ammazzato. Il soprannome, no.
Nei giorni precedenti alla sepoltura, alcuni famigliari di Azpeitia avevano consigliato a Bittori di astenersi dal mettere sulla lapide allusioni, emblemi o riferimenti che identificassero il Txato come vittima dell'ETA. Cos avrebbe evitato problemi.
Lei aveva protestato:
"Senti, lo hanno gi ammazzato una volta. Non credo che lo ammazzeranno di nuovo".
E non  che a Bittori fosse passato per la testa di far incidere sulla lapide una spiegazione sulla morte del marito; per basta che la si voglia dissuadere da una cosa perch lei si ostini a metterla in pratica.
Xabier aveva dato ragione ai parenti. E sulla lapide erano stati incisi solo il nome e le date. Nerea, al telefono da Saragozza, aveva avuto l'impudenza di proporre di falsificare la seconda. Stupore: come?
"Forse  meglio che sulla tomba ci sia la data precedente o successiva a quella dell'attentato."
Xabier aveva scrollato le spalle. Bittori aveva detto che non se ne parlava nemmeno.
Trascorsi alcuni anni, quando avevano imbrattato la lapide di Gregorio Ordnez, che giace a un centinaio di metri dalla tomba del Txato, Nerea, che inopportuna, aveva ritirato fuori quella vecchia idea che in realt avevano ormai dimenticato tutti. Mettendole davanti la foto del giornale, alla madre:
"Vedi che era meglio tenere l'aita un po' pi protetto? Guarda cosa abbiamo rischiato".
Allora Bittori aveva sbattuto con forza la forchetta sulla tavola e aveva detto che se ne andava.
"Dove vai?"
"All'improvviso ho perso l'appetito."
Era uscita dall'appartamento della figlia, ingrugnita, incavolata nera, e Quique, mentre si accendeva una sigaretta, aveva alzato gli occhi al cielo.
La fila delle tombe si allunga in batteria al lato del sentiero. La cosa buona per Bittori  che, siccome il bordo sporge di due palmi da terra, si pu sedere senza difficolt sulla lastra. Certo, se piove, no. E in ogni caso, poich la pietra di solito  fredda (e c' la muffa e l'inevitabile sporcizia degli anni), lei porta sempre in borsa un quadrato di plastica ritagliato da un sacchetto del supermercato e un foulard per usarli come cuscino. Ci si siede sopra e racconta al Txato quello che ha da raccontargli. Se vicino c' gente, gli parla con il pensiero; se non c' nessuno, come succede di solito, conversa in tono normale.
Il primo anno, Bittori aveva messo sulla lapide quattro portafiori. Li curava con regolarit. Erano belli. Poi per un po' di tempo non era salita al cimitero. Le piante si erano seccate. Le successive erano durate fino alla prima brina. Aveva comprato un vaso di grandi dimensioni. Xabier lo aveva portato con una carriola. Insieme ci avevano piantato un alberello di bosso. Una mattina lo avevano trovato rovesciato, il vaso rotto, parte della terra sparsa sulla lapide. Da allora sulla tomba del Txato non c' niente.
"Parlo come mi pare e nessuno me lo impedisce, tanto meno tu. Se scherzo? Non sono pi come quando eri vivo. Sono diventata cattiva. Be', cattiva no. Fredda, distante. Se resusciti, non mi riconosci. E non credere, la tua amata figlia, la tua preferita, ha molto a che vedere con questo mio cambiamento. Mi d sui nervi. Come da bambina. Con la tua benedizione, certo. Perch l'hai sempre difesa. Cos mi facevi perdere autorit e non ha mai imparato a rispettarmi."
Tre o quattro tombe pi su c'era un'aiuola di sabbia, accanto al sentiero asfaltato. E Bittori si sofferm a guardare una coppia di passerotti che ci si era appena posata. Con le ali aperte, gli uccellini facevano un bagno di sabbia.
"L'altra cosa che volevo dirti  che la banda ha deciso di smettere di ammazzare. Non si sa ancora se l'annuncio  serio o se si tratta di un trucco per prendere tempo e riarmarsi. Ammazzino o no, a te cambia poco. E non credere che per me sia molto diverso. Ho un grande bisogno di sapere. L'ho sempre avuto. E non mi fermeranno. Nessuno mi fermer. Neppure i figli. Ammesso che lo vengano a sapere. Perch io non gli dico niente. Sei l'unico che lo sa. Non mi interrompere. L'unico che sa che ci torno. No, in carcere non posso andare. Non so neanche in quale sta il delinquente. Ma loro certamente sono rimasti in paese. E poi mi  venuta la curiosit di vedere in che stato  la nostra casa. Tu, tranquillo, Txato, Txatito, perch Nerea  all'estero e Xabier, come sempre, vive per il suo lavoro. Non se ne accorgeranno."
I passerotti erano scomparsi.
"Ti giuro che non esagero.  una necessit enorme di stare in pace con me stessa, di potermi sedere e dire: bene,  finita. Cosa  finita? Allora, guarda, Txato, ho bisogno di scoprire anche questo. E la risposta, se c', pu essere solo in paese e per questo ci andr, oggi stesso, nel pomeriggio."
Si alz. Ripieg con cura il foulard e il quadrato di plastica, e li mise via.
"Insomma, adesso te l'ho detto. Tu resta qui."

*****

4

A casa di quelli

Le nove di sera. In cucina, la finestra aperta per far uscire in strada l'odore del pesce fritto. Il telegiornale cominci con la notizia che Miren aveva sentito il giorno prima alla radio. Cessazione definitiva della lotta armata. Non del terrorismo, come dicono quelli, perch mio figlio non  un terrorista. E si volt verso la figlia.
"Hai sentito? Si fermano di nuovo. Vediamo fino a quando."
Arantxa sembra non rendersi conto, ma coglie tutto. E fece un lieve movimento con la faccia mezza storta, o  il collo che  storto?, come per esprimere un parere. Con lei non si pu mai essere sicuri; per Miren ebbe perlomeno la certezza che la figlia aveva capito.
Con la forchetta tagli i due pezzi di merluzzo impanato. I bocconi, non troppo grandi in modo che possa ingoiarli senza difficolt.  cos  che raccomanda la fisioterapista, che  una ragazza molto in gamba. Non  basca, ma insomma. Arantxa deve sforzarsi. Senn, non far progressi. E il bordo della forchetta, urtando contro il fondo del piatto, produceva un rumore energico, di stoviglia arrabbiata, e per un momento, rotto lo strato di pastella, dalla carne bianca del pesce usc una nuvoletta di vapore.
"Stiamo a vedere che scusa si inventano per non liberare Joxe Mari."
Si sedette a tavola, accanto alla figlia, senza perderla d'occhio. Non si fidava. Si era gi strozzata pi di una volta. L'ultima, in estate. Avevano dovuto chiamare l'ambulanza. Un putiferio di sirena per tutto il paese. Che paura, mio Dio. Quando erano arrivati i medici, lei stessa si era liberata la gola da un pezzo di filetto grande cos.
Quarantaquattro anni. La maggiore di tre. Poi Joxe Mari, a Puerto de Santa Mara I. Ci fanno andare fin laggi. Bastardi. E per ultimo, il piccolo. Quello si fa i fatti suoi. Quello, non lo vediamo neppure.
Arantxa afferr il bicchiere con il vino bianco che le aveva servito la madre. Lo sollev, se lo port tremando alla bocca con l'unica mano di cui disponeva. La sinistra  un pugno morto. La teneva come sempre aderente al busto, all'altezza della vita, inutilizzabile a causa di una contrazione spastica. E butt gi un bel sorso di vino, la qual cosa, secondo Joxian,  una vittoria se pensiamo che fino a non molto tempo prima Arantxa si alimentava con la sonda.
Del liquido le scivol lungo il mento, ma non importa. Miren si affrett a pulirla con il tovagliolo. Una ragazza cos bella, cos sana, con tanto futuro, madre di due creature, e ora questo.
"Allora, ti piace?"
Arantxa scosse la testa come per dire che il pesce non le piaceva granch.
"Sentimi, non  che costa poco. Meno storie."
Alla televisione si succedevano i commenti. Bah, politici. Un passo importante per la pace. Esigiamo lo scioglimento della banda terroristica. Si apre un processo. Una strada verso la speranza. La fine di un incubo. Che consegnino le armi.
"Abbandonano la lotta in cambio di che. Si sono dimenticati della liberazione di Euskal Herria? E i detenuti, che marciscano in carcere. Vigliacchi. Bisogna terminare quello che si inizia. La riconosci la voce di quello che ha letto il comunicato?"
Arantxa masticava lentamente un boccone di merluzzo. Neg con la testa. Voleva dire qualche altra cosa e, allungando il braccio buono, chiese alla madre di passarle l'iPad. Miren tese il collo per leggere sullo schermo: "Manca sale".
Joxian arriv poco dopo le undici di sera con un mazzo di porri. Aveva passato il pomeriggio nell'orto. Una fissazione per lui, ormai in pensione. L'orto  attaccato al fiume. Quando il fiume straripa, l'ultima volta all'inizio dell'anno, addio orto. Ci sono cose peggiori, dice Joxian. Prima o poi l'acqua si ritira. Lui asciuga gli attrezzi, spazza il capanno, compra nuove cucciolate di conigli, rinnova gli ortaggi persi. Il melo, il fico e i noccioli reggono l'inondazione, e questo  tutto. Tutto? Siccome il fiume trascina residui industriali, dopo la terra emana un odore fortissimo. Lui dice di fabbrica. Miren gli risponde:
"Di veleno. Uno di questi giorni moriremo con dolori di pancia spaventosi".
Un'altra passione quotidiana di Joxian  farsi una partita a carte nel pomeriggio. I quattro amici si giocano una caraffa al mus. Laggi, andando verso la piazza del paese, al bar Pagoeta. Che si bevano soltanto una caraffa in quattro  tutto da vedere.
Dal modo in cui reggeva i porri, Miren cap che era brillo. Gli disse che si sarebbe ritrovato con il naso rosso come il suo defunto padre. C' un segnale infallibile che denuncia che ha bevuto: quando si gratta il fianco destro, come se gli prudesse la zona del fegato. Allora non ci sono dubbi. Per non  che se ne vada in giro barcollando; quello no. E non gli prude niente. La sua mania di grattarsi il fianco  come per un altro farsi il segno della croce o toccare ferro.
Non sa dire di no. Quello  il problema. Alza il gomito al bar perch lo fanno anche gli altri. E se uno di loro dicesse: "Su, andiamo a buttarci nel fiume", Joxian gli andrebbe dietro come un agnellino.
Insomma, arriv a casa con il basco storto, gli occhi che gli brillavano, grattandosi la camicia all'altezza del fegato, e si mise a fare il sentimentale.
Nel tinello diede ad Arantxa un bacio lento, tenero, quasi un succhiotto, sulla fronte. Per poco non le cadeva addosso. Miren, invece, lo respinse.
"Smettila, puzzi di vino."
"Dai, non essere dura."
Allung le mani aperte verso di lui per tenerlo a distanza.
"In cucina c' il pesce. Sar freddo. Te lo riscaldo."
Una mezz'ora dopo, Miren lo chiam perch l'aiutasse a mettere a letto Arantxa. La sollevarono dalla sedia a rotelle, lui prendendola per un braccio, lei dall'altro.
"Ce l'hai?"
"Eh?"
"Se ce l'hai. Dimmi se ce l'hai prima di tirarla su insieme."
Un piede equino impedisce ad Arantxa di camminare. A volte fa qualche passo. Pochi, incerti. Con il bastone o assistita da un'altra persona. Che si muova in casa, mangi da sola, recuperi la parola sono le principali speranze a medio termine della famiglia. Sul lungo periodo vedremo. La fisioterapista li incoraggia.  molto carina. Parla pochissimo euskera, quasi niente, ma in questo caso non ha importanza.
Padre e madre la misero in piedi accanto al letto. Lo avevano fatto molte volte. Avevano esperienza. Tra l'altro, Arantxa quanto poteva pesare a quel punto? Una quarantina di chili. Non di pi. E pensare quanto era robusta ai bei tempi.
Il padre la sostenne mentre Miren spostava verso la parete la sedia a rotelle.
"Non farla cadere."
"Come posso lasciar cadere mia figlia!"
"Tu saresti capace."
"Stupidaggini."
E si guardarono ostili, di cattivo umore, lui con i denti serrati come se volesse trattenere in bocca qualche brutta parola. Miren sollev la coperta e poi, tutti e due insieme, con prudenza, lentamente, ce l'hai?, stesero Arantxa sul letto.
"Ora te ne puoi andare, la devo svestire."
Allora Joxian si chin per baciare la fronte della figlia. E le diede la buona notte. E le disse: "A domani, polita", mentre le accarezzava la guancia con la nocca di un dito. E si diresse, grattandosi il fianco, verso la porta. Era quasi uscito dalla stanza quando si volt e disse:
"Tornando dal Pagoeta ho visto la luce a casa di quelli".
In quel momento Miren stava togliendo le scarpe alla figlia.
"Sar andato qualcuno a pulire."
"A pulire alle undici di sera?"
"A me quella gente non m'interessa."
"Bene, io ti ho detto quello che ho visto. Forse stanno per tornare in paese."
"Forse. Adesso che non ce pi la lotta armata faranno gli sbruffoni."

*****

5

Trasloco al buio

 Poche settimane dopo essere rimasta vedova, Bittori and per qualche giorno a San Sebastian. Pi che altro per perdere di vista il marciapiede dove avevano ammazzato suo marito e per non dover pi sopportare gli sguardi torvi dei vicini, per tanti anni amabili e poi, all'improvviso, il contrario; n dover passare ogni giorno davanti alle scritte sui muri e vedere quella del chiosco della piazza, una delle ultime, quella con il bersaglio sopra il nome del morto, che dopo pochi giorni che l'avevano fatta, ciao.
In realt, a San Sebastian i figli ce la portarono con l'inganno. Ges, Giuseppe e Maria, un terzo piano! Lei che era abituata a vivere al pianterreno.
"Dai, ama, per c' l'ascensore."
Nerea e Xabier erano d'accordo a portarla via a qualunque costo dal paese, dal suo paese di sempre, dove era nata, dove era stata battezzata e si era sposata, e poi a renderle difficile il ritorno, perfino a impedirglielo con dolcezza.
Conclusione, sistemarono Bittori in un appartamento con un balcone dal quale si poteva scorgere il mare. La famiglia cercava di venderlo da un po' di tempo. Era stato messo l'annuncio sul giornale. Avevano gi telefonato diverse persone interessate ad acquistarlo o almeno a conoscerne il prezzo. Il Txato lo aveva comprato qualche mese prima che lo uccidessero, pensando di farne un rifugio fuori dal paese.
Nell'appartamento c'erano le lampade e pochi mobili. A Bittori, i figli dissero che sarebbe stata una situazione provvisoria. Le parlavi e non capiva. Era altrove. Apatica. Lei, che era sempre stata una chiacchierona. Adesso pareva una statua. Sembrava perfino che si dimenticasse di sbattere le palpebre.
Xabier e un collega dell'ospedale le portarono qualche oggetto personale. Nel tardo pomeriggio andavano in paese con un furgoncino, quando era gi buio, per non attirare troppo l'attenzione. Fecero una dozzina di viaggi, sempre dopo il tramonto. Un giorno caricavano una cosa; la volta seguente ne caricavano un'altra. Non  che nel veicolo ci fosse molto spazio.
Il letto matrimoniale lo lasciarono nella casa in paese perch Bittori, senza il marito, si rifiutava di dormirci. Per, alla fine, portarono via abbastanza: le stoviglie, il tappeto del soggiorno, la lavatrice. E nel frattempo, un giorno feriale, li avevano insultati mentre stavano caricando dei pacchi. La tipica comitiva, vecchi conoscenti di Xabier, alcuni compagni di scuola. Uno, mordendo con rabbia le parole, aveva detto ad alta voce che aveva imparato a memoria il numero di targa.
Tornando a San Sebastian, Xabier si era reso conto che il suo amico stava avendo una specie d'attacco d'ansia e che, se avesse continuato a guidare in quello stato, ormai quasi sull'orlo di una convulsione, avrebbero fatto un incidente. Cos lo aveva convinto ad accostare.
L'amico:
"La prossima volta non ti posso accompagnare. Mi dispiace".
"Tranquillo."
"Mi dispiace, davvero. Mi dispiace."
"Ormai non c' pi bisogno di tornare. Il trasloco  finito. Con quello che abbiamo gi portato, mia madre ha tutto il necessario."
"Mi capisci, Xabier?"
"S, certo. Non ti preoccupare."
Pass un anno, ne pass un altro, ne passarono molti. E, nel frattempo, Bittori si fece di nascosto una chiave della casa del paese, perch scema non . Come mai? Prima Nerea; pochi giorni dopo, Xabier. Ama, la chiave? Tu ne hai una. No,  che. Confabulavano. A entrambi disse che non sapeva dove l'aveva messa, questa testa mia!, che andava a guardare, e alla fine, passati alcuni giorni, finse di averla trovata dopo molte ricerche; per, ovviamente, a quel punto aveva gi fatto fare una copia dal ferramenta. La vecchia chiave la diede a Nerea, che ogni tanto (una, due volte l'anno?) andava a dare un'occhiata all'appartamento e a levare la polvere, e poi la figlia non gliela restitu pi n Bittori sper mai che gliela ridesse.
In un'altra occasione, Nerea sugger la possibilit di vendere la casa in paese. E la stessa cosa fece giorni dopo Xabier. Bittori subodor qualcosa, quei due si sono messi d'accordo alle mie spalle. Quindi fu proprio lei ad affrontare l'argomento non appena si trovarono insieme tutti e tre.
"Fino a quando sono viva, la mia casa non si vende. Quando sar morta, fate quello che volete."
Non la contraddissero. Parl con un'espressione dura e un lampo di severit negli occhi. I fratelli si scambiarono una rapida occhiata. Della questione non si parl mai pi.
E, s, cominci ad andare in paese nel modo pi discreto possibile, spesso in brutte giornate di pioggia e vento, quando  pi probabile che le strade siano deserte, e pure quando i suoi figli erano occupati o in viaggio. Poi, magari, passava sette o otto mesi senza andarci. Scendeva dall'autobus fuori dal paese. Per non dover parlare con nessuno. Perch non la vedessero. Saliva per strade poco frequentate fino alla sua vecchia casa. Ci passava un'ora o due, a volte di pi, guardando foto, aspettando che la campana della chiesa suonasse una certa ora, e dopo essersi assicurata che non c'era gente nelle vicinanze del portone se ne tornava da dove era venuta.
Al cimitero non andava mai. Perch? Il Txato lo avevano seppellito a San Sebastian, non in paese, anche se l riposano i nonni paterni in una cappella di famiglia; ma non era stato possibile, glielo avevano vivamente sconsigliato, se lo seppellisci in paese danneggeranno la tomba, non sarebbe la prima volta che succede una cosa del genere.
Bittori, nel cimitero di Polloe, durante la cerimonia di sepoltura, aveva sussurrato a Xabier una cosa che lui non ha mai dimenticato. Che cosa? Be', che pi che seppellire il Txato, le sembrava che lo stessero nascondendo.

***** 

6

Txato, entzun

Guarda quant' lento l'autobus. Troppe fermate. Ecco, un'altra. Le due donne, con queste e quelle caratteristiche fisiche, stavano sedute una accanto all'altra. Tornavano in paese nel tardo pomeriggio. Parlavano contemporaneamente, senza ascoltarsi. Ognuna per i fatti propri, per si capivano. E a un certo punto quella che era seduta verso il corridoio diede con discrezione una leggera gomitata all'altra, seduta accanto al finestrino. Avuta la sua attenzione, indic con un rapido movimento del collo la parte anteriore dell'autobus.
Sussurrando:
"Quella con il cappotto scuro".
"Chi ?"
"Non dirmi che non la riconosci."
"La vedo solo di spalle."
"Quella del Txato."
"Quello che hanno ammazzato? Com' invecchiata!"
"Gli anni passano, cosa credi?"
Rimasero in silenzio. L'autobus continu il viaggio. I passeggeri salivano e scendevano, e le due donne stavano zitte guardando nel vuoto. Poi, una di loro, a bassa voce, disse "povera donna".
"Perch?"
"Quanto avr sofferto."
"Tutti soffriamo."
"S, per questa se la deve essere vista proprio brutta."
"Il conflitto, Pili, il conflitto."
"No, mica dico di no."
E dopo poco, quella che non si chiamava Pili:
"Quanto ci scommetti che scende alla zona industriale?"
Distolsero lo sguardo non appena Bittori si alz. Fu l'unica a scendere.
"Che ti avevo detto?"
"E come hai fatto a indovinare?"
"Scende l perch nessuno la veda e poi, tic tic, se ne va zitta zitta a casa sua."
L'autobus ripart e Bittori, pensano che non le ho viste?, si avvi nella stessa direzione in quella zona di fabbriche e officine; l'espressione, non altezzosa, quello no, ma seria; le labbra strette, la testa alta perch non devo nascondermi da nessuno.
Il paese, il suo paese. Gi quasi buio. Le finestre illuminate, l'odore della campagna circostante, poche persone per strada. E attravers il ponte con il bavero del cappotto alzato e vide il fiume tranquillo con i suoi orti accanto. Non appena si inoltr fra le case le prese come una difficolt a respirare. Angoscia? Non esattamente.  una mano invisibile che le stringe la gola ogni volta che torna in paese. Avanzava lungo il marciapiede n veloce n lenta, riconoscendo dettagli: davanti a quel portone un ragazzo mi ha fatto la prima dichiarazione; stranita dalle novit: questi lampioni non me li ricordo.
Poco dopo, un sussurro la raggiunse alle spalle. Come una mosca che ronzasse nell'aria vicino a una finestra o nel buio di un portone. Appena un mormorio che finiva in ato. E quello le bast per intuire l'intera frase. Forse sarebbe dovuta venire pi tardi, quando la gente era gi rientrata. Con l'ultimo autobus. Stai fresca, e il ritorno? Allora resto a dormire qui. Ho una casa e un letto.
Davanti alla porta del Pagoeta si accalcava un gruppo di fumatori. Bittori fu tentata di evitarli. Come? Tornando sui suoi passi e costeggiando la chiesa dall'altra parte. Si ferm un istante, si vergogn di essersi fermata. Allora continu a camminare al centro della strada con falsa naturalezza. E il cuore le batteva cos forte che per un momento ebbe paura che quegli uomini potessero sentirne i colpi.
Pass accanto a loro senza guardarli. Quattro o cinque con il bicchiere in una mano e la sigaretta nell'altra. Quando fu vicina dovettero riconoscerla, perch in quel momento cal un improvviso silenzio. Uno, due, tre secondi. E ripresero la conversazione non appena Bittori arriv alla fine della strada.
La sua casa con le persiane abbassate. Nella parte inferiore della facciata si vedevano due cartelli. Uno, dall'aria recente, annunciava un concerto a San Sebastian e l'altro, scolorito, con brandelli strappati, il Gran Circo Mundial, proprio dove una mattina era apparsa una delle tante scritte: TXATO ENTZUN PIM PAM PUM.
Bittori entr nel portone e fu come entrare nel passato. La lampada di tutta una vita, i vecchi gradini scricchiolanti, la fila delle cassette delle lettere sgangherata nella quale mancava la sua. L'aveva smontata Xabier a suo tempo. Aveva detto che era per evitare problemi. Tirandola via era comparso un quadrato del colore che avevano i muri molto tempo prima, quando Nerea non era ancora nata e neppure il figlio di Miren, quel mascalzone. Ed  l'unica cosa per la quale desidero che esista l'inferno, perch gli assassini continuino a scontare l la loro condanna eterna.
Aspir l'odore di legno vecchio, di aria fresca e di chiuso. E finalmente not che la mano invisibile le liberava la gola. Chiave, serratura: entr. Si imbatt di nuovo in Xabier, molto pi giovane, in corridoio, che le diceva con occhi pieni di lacrime, ama, non lasciamo che l'odio ci amareggi la vita, ci renda meschini, o qualcosa del genere, non lo ricordava pi con esattezza. E la sua stizza in quello stesso luogo, ormai tanti anni prima:
"Ah, allora niente, andiamo a cantare e a ballare".
"Per favore, ama, non aprire ulteriormente la ferita. Dobbiamo fare uno sforzo perch tutto quello che  successo..."
Lo interruppe.
"Scusa, che ci hanno fatto."
"Che tutto questo non ci renda delle cattive persone."
Parole. Non c' modo di togliersele di torno. Non ti lasciano stare mai veramente sola. Piaga di serpi moleste. Dovrebbe spalancare le finestre per far uscire in strada le parole, i lamenti, le vecchie conversazioni tristi intrappolate fra i tramezzi della casa disabitata.
"Txato, Txatito, cosa vuoi per cena?"
Txato quasi sorrideva dalla foto sulla parete con la sua faccia da predestinato. Bastava guardarlo per rendersi conto che prima o poi l'avrebbero ammazzato.  che orecchie. Bittori si diede un bacio sui polpastrelli del medio e dell'indice uniti, e poi lo deposit dolcemente sul volto in bianco e nero del ritratto.
"Uova al tegamino con il prosciutto. Ti conosco come se fossi vivo."
Apr il rubinetto del bagno. Ecco, s, l'acqua usciva e non era torbida come si aspettava. Apr cassetti, soffi via la polvere che copriva alcuni mobili e oggetti, fece questo, fece quello, and qui, and l, e intorno alle dieci e mezza di sera alz la persiana della camera da letto matrimoniale, quanto bastava perch la luce dall'interno trapelasse in strada. Fece lo stesso con la persiana della stanza accanto, ma l non accese la luce. Subito dopo prese una sedia dalla cucina e si sedette a guardare attraverso le fenditure, nel buio completo per evitare che la sua sagoma si stagliasse nel chiarore.
E passarono diversi ragazzi. In ordine sparso. Un ragazzo e una ragazza che salivano discutendo, e lui cercava di baciarla e lei gli resisteva. Un anziano con un cane. Era sicura che prima o poi avrebbe visto uno di loro davanti a casa. E tu come lo sai? Non posso spiegartelo, Txato. Intuito femminile.
Era giusto il presagio? Ebbene s, anche se Bittori dovette aspettare un bel pezzo. Il campanile della chiesa batteva le undici. Lo riconobbe all'istante. Il basco inclinato, il golf sulle spalle con le maniche annodate sul petto, un po' di porri stretti sotto l'ascella. Quindi cura ancora l'orto? E siccome si era fermato nell'aura di luce del lampione, pot vedere la sua smorfia tra l'incredulo e il meravigliato. Un secondo solo, non di pi; poi riprese a camminare come se gli avessero conficcato un ago nel sedere.
"Che ti avevo detto? Adesso racconter alla moglie che ha visto la luce. E lei dir: tu hai bevuto. Per la punger la curiosit e verr per togliersi il dubbio. Txato, cosa ci scommetti?"
Batt la mezzanotte. Non ti spazientire. Vedrai che viene. E venne, certo che venne, quasi a mezzanotte e mezza. Si ferm solo un attimo alla luce del lampione, guardando la finestra n incredula n sorpresa, semmai accigliata, e subito dopo se ne torn da dov'era venuta, battendo con forza i piedi a terra, e si perse nel buio.
"Bisogna riconoscere che si conserva bene."

***** 

7

Pietre nello zaino

Mise la bici in cucina.  leggera, da corsa. Un giorno qualunque, Miren, davanti a una montagna di piatti da lavare:
"Per quel giocattolino di lusso i soldi ce li hai, eh?"
Risposta di Joxian:
"S, e allora? Ce li ho, va bene? E ho anche lavorato tutta la vita come un mulo, cazzo".
La porta dentro senza difficolt, senza urtare le pareti, dalla cantina. Meno male che viviamo al piano terra. Se la mette in spalla come quando da giovane partecipava alle gare di ciclocross. Ed erano le sette del mattino ed era domenica. Lui avrebbe giurato di non aver fatto rumore. Eppure Miren era l, seduta al tavolo, in camicia da notte, ad aspettarlo con un'espressione di rimprovero.
"Si pu sapere cosa ci fai con la bici in casa? Vuoi sporcarmi il pavimento?"
"Prima di uscire devo aggiustare il freno e passare lo straccio."
"E perch non la pulisci in strada?"
"Cazzo, perch non si vede quasi niente e fa un freddo becco. E tu perch sei alzata a quest'ora?"
Due notti di seguito in bianco e non c'era bisogno di dirlo. Lo spiattellavano le occhiaie. Il motivo? La luce tra le stecche delle persiane, a casa di quelli l. Non solo venerd, anche ieri e, sai cosa ti dico?, d'ora in avanti tutti i giorni. In modo che poi dicano che le povere vittime eccetera eccetera e che noi andiamo a spasso belli sorridenti accanto a loro. La luce, la tapparella, la gente che aveva visto Bittori per la strada e non aveva avuto idea migliore che venire a raccontarglielo, le avevano portato vecchi pensieri, brutti pensieri, ma brutti-brutti.
"Nostro figlio ci ha reso la vita difficile."
"S, cos, invece, appena ti sentono in paese ce la rendono facile."
"Lo dico a te. Altrimenti con chi parlo?"
"Con l'abertzale che sei diventata. Sempre la prima, quella che strilla di pi, la rivoluzionaria dei miei coglioni. E quando nel parlatorio del carcere mi veniva da piangere, arrivava il cazziatone. Non fare il mollaccione" le faceva il verso, "non piangere davanti al ragazzo, che me lo deprimi."
Molti anni prima, quanti?, pi di venti, avevano cominciato a sospettare, a scoprire, a capire. Arantxa, un giorno, in cucina:
"Su, su. Tutti quei manifesti alle pareti della sua camera. E la statuetta di legno che teneva sul comodino, quella con il serpente attorcigliato all'ascia, cos'?"
Un pomeriggio, Miren era arrivata a casa inquieta/contrariata. Avevano visto Joxe Mari a una manifestazione in strada a San Sebastian. Chi lo aveva visto?
"E chi dev'essere? Bittori e io. O pensi che esco con qualcuno?"
"Va bene, calmati.  giovane, ha il sangue caldo. Gli passer."
Miren, sorsi da una tisana di tiglio che si era preparata in tutta fretta, aveva invocato sant'Ignazio chiedendo protezione e consiglio. E mentre puliva uno spicchio d'aglio per infilarlo nella pancia di un pagello, si era fatta il segno della croce senza mollare il coltello. Durante la cena non aveva smesso di monologare davanti alla famiglia muta, paventando guai seri, attribuendo l'andazzo di Joxe Mari all'influenza delle cattive compagnie. Dava la colpa al figlio della Manoli, a quello del macellaio, a tutta la combriccola.
"E diventato uno sciamannato, con quell'aria e quell'orecchino che mi d ai nervi. Si copriva la bocca con un fazzoletto."
A quell'epoca, Bittori e lei erano amiche? Di pi, sorelle. Qualsiasi cosa si dica  poco. Si erano quasi fatte suore insieme, per era comparso Joxian, per era comparso il Txato, coppia al tavolo da gioco al bar, amici di cene, in genere al sabato, del circolo gastronomico e di biciclettate domenicali. Ed entrambe si erano sposate in bianco nella chiesa del paese, con aurresku all'uscita, una in giugno, l'altra in luglio dello stesso anno, il '63. Due domeniche di cielo azzurro come se l'avessero ordinato per l'occasione. E si erano reciprocamente invitate. Miren e Joxian avevano organizzato il banchetto in una sidreria che non era male, va detta la verit, alla periferia del paese; per, insomma, economica e con un odore campagnolo di erba falciata e di sterco di vacca; Bittori e il Txato in un ristorante raffinato con camerieri in abito nero, perch al Txato, che da bambino girava per il paese con delle espadrillas scucite, le cose andavano bene con l'impresa di trasporti che aveva fondato.
Miren e Joxian avevano passato la luna di miele a Madrid (quattro giorni, pensione economica a poca distanza da plaza Mayor); Bittori e il Txato, dopo un soggiorno iniziale a Roma, con saluto del nuovo papa alla folla, avevano visitato diverse citt italiane. Miren, mentre ascoltava dalle labbra dell'amica il racconto del viaggio:
"Si vede che hai sposato uno ricco".
"Non me ne sono neanche accorta. Siccome l'ho sposato per le orecchie..."
Il pomeriggio degli scontri, le due amiche venivano da una churreria della Citt Vecchia di San Sebastian. Si erano fermate all'imbocco di una via che dava sul Bulevar. Un autobus bruciava in mezzo alla strada. Il fumo nero si sfregava contro la facciata di un palazzo, nascondeva le finestre. Avevano picchiato l'autista. Il tipo era l, cinquanta, cinquantacinque anni, seduto a terra, il volto insanguinato, la bocca aperta come se non riuscisse a respirare, e accanto a lui due passanti che lo accudivano e lo consolavano, e un ertzaina che, a giudicare dai gesti, stava dicendo che non potevano rimanere l.
Bittori:
"Ci sono tafferugli".
Lei:
"Meglio che prendiamo calle Oquendo e facciamo una deviazione fino alla fermata dell'autobus".
Prima di girare l'angolo si erano voltate a guardare. In fondo si scorgeva una fila di furgoni della Ertzaintza, parcheggiati accanto al Municipio. Gli agenti, caschi rossi, volti coperti con i passamontagna, avevano preso posizione. Sparavano proiettili di gomma ai ragazzi ammassati di fronte a loro, che li insultavano lanciando in coro l'abituale repertorio: sbirri, assassini, figli di puttana, a volte in euskera, altre in castigliano.
E l'autobus continuava a bruciare stoicamente nel bel mezzo della battaglia di strada. E il fumo nero. E l'odore di gomma bruciata, che si propagava nelle strade vicine, feriva le mucose, pizzicava negli occhi. Miren e Bittori avevano sentito alcuni passanti lamentarsi a bassa voce: gli autobus li paghiamo tutti; se questo  difendere i diritti del popolo, chiudi il gas e andiamocene. Una moglie aveva detto al marito:
"Zitto che ti sentono".
All'improvviso l'avevano visto, uno fra i tanti incappucciati, la bocca coperta da un fazzoletto. Uh, Joxe Mari. Cosa ci fa l? Per poco Miren non lo chiama. Il ragazzo era uscito dalla Citt Vecchia lungo la stessa via da cui erano uscite loro pochi minuti prima. Si erano fermati in sei o sette, anche il figlio del macellaio e quello della Manoli, all'angolo della pescheria. E Joxe Mari era uno di quelli che correva con uno zaino fra le braccia. Li avevano depositati sul marciapiede, e tutti loro, pi altri che si erano avvicinati, allungavano la mano per prendere Miren non sapeva cosa. Bittori aveva una buona vista, glielo aveva detto: pietre. E s, erano pietre. Le tiravano con tutte le loro forze agli ertzainas.

*****

8

Un lontano episodio

Colp l'attenzione di Miren il luccichio di una ruota. Le bast una ridotta concentrazione di luce del mattino sulla bicicletta di Joxian per evocare il lontano episodio. Lo scenario? Quella stessa cucina. Prima di ogni altra cosa, la memoria le riport il tremore delle mani mentre preparava la cena. Soltanto a ricordarlo le venne un abbozzo del soffocamento che allora aveva attribuito al caldo e al fumo che salivano dalla padella. Nemmeno con la finestra aperta riusciva a respirare bene.
Le nove e mezza, le dieci, finalmente l'aveva sentito arrivare. L'inconfondibile rumore dei passi sulle scale del palazzo. Che mania di salire di corsa. Adesso vedr.
Era entrato, grande, diciannove anni, i capelli fino alle spalle e il maledetto orecchino. Joxe Mari, bambino sano, robusto, mangione, era cresciuto fino a diventare un ragazzo alto e dalle spalle larghe. Superava di due palmi tutti i membri della famiglia tranne il piccolo, che veniva su pure lui bello alto, anche se era di altra natura, non so, Gorka era magro, fragile; secondo Joxian, con pi cervello.
Sopracciglia corrucciate, non l'aveva lasciato avvicinarsi per darle un bacio.
"Da dove vieni?"
Come se non lo sapesse. Come se non l'avesse visto quel pomeriggio sul Bulevar di San Sebastian. Da allora lo aveva immaginato con gli abiti bruciati, con una ferita sulla fronte, ricoverato in ospedale.
E lui, all'inizio, aveva evitato di rispondere. Era diventato un tipo che stava molto sulle sue. Uff, bisognava tirargli fuori le parole con il cavatappi. E siccome non rispondeva, lei glielo aveva detto. L'ora, il posto, lo zaino pieno di pietre.
"Mica sarai di quelli che hanno dato fuoco all'autobus? Non darci di questi dispiaceri."
Dispiaceri un cavolo, si era messo a urlare. E Miren? La prima cosa, si era affrettata a chiudere la finestra. Lo sentir tutto il paese. Forze di occupazione, libert per Euskal Herria. E lei aveva afferrato il manico della padella pronta a difendersi, perch se devo colpirlo, lo colpisco. Ma poi si era resa conto dell'olio bollente e, certo, non poteva. Joxian che non arrivava. Joxian al Pagoeta e lei l da sola con suo figlio impazzito che urlava di liberazione, di lotta, di indipendenza, cos aggressivo che Miren non aveva potuto fare a meno di pensare: adesso mi picchia. Ed era suo figlio, il suo Joxe Mari, e lei lo aveva partorito, lo aveva allattato e adesso che modo di rivolgersi a una madre.
Si era slacciata il grembiule, lo aveva appallottolato e gettato, con rabbia?, con paura?, a terra, pi o meno l dove adesso Joxian mette la bicicletta, che pure  una genialata portare su in casa quell'aggeggio. E quello che non voleva era che il figlio la vedesse piangere. Cos era uscita in fretta e furia dalla cucina, gli occhi stretti, le labbra all'infuori, tutto il viso deformato da un'espressione di pianto trattenuto che le durava ancora quando era entrata/aveva fatto irruzione nella stanza di Gorka e gli aveva detto vai a cercare Vaita. E Gorka, chino sui libri e i quaderni, aveva domandato cosa succede. La madre gli aveva messo fretta e il ragazzo, sedici anni, era partito sparato verso il Pagoeta.
Dopo un po', partita interrotta, Joxian era arrivato a casa con il broncio.
"Cosa hai fatto a tua madre?"
Doveva parlargli guardando in alto per la differenza di statura. Nel luccichio della ruota, Miren vedeva la scena completa, senza bisogno di affaticare la memoria. L c'erano, in dimensioni ridotte, le piastrelle fino a met parete, le luci al neon che spargevano un chiarore umile, da classe operaia, sugli armadi di formica, l'odore di fritto nella cucina senza ventilazione.
C'era mancato poco che lo picchiasse. Chi? Il figlio bello robusto al padre tappo. L'aveva sbatacchiato. Non l'aveva mai affrontato in quel modo. Ma non c'erano conti in sospeso. Joxian non era mai stato un padre che picchiava i figli. Lui, picchiarli? Preferiva piuttosto brontolare a bassa voce e squagliarsela al bar non appena annusava aria di discordia. Lasciava sempre tutto a me, l'educazione dei figli, le malattie, la pace in casa.
Al primo scossone, il basco era volato via ed era caduto, non a terra, ma sopra la sedia come se gli avessero ordinato di sedersi. Joxian era indietreggiato triste/attonito, intimorito/pusillanime, in sconfitto disordine i pochi capelli bianchi che gli rimanevano, persa per sempre la condizione di maschio alfa di quella famiglia non in disaccordo, quello no, almeno fino a quell'istante.
Una volta che era venuta a trovarla, Arantxa aveva detto alla madre:
"Ama, sai qual  il problema di questa famiglia? Che abbiamo sempre parlato poco".
"Bah."
"Io credo che non ci conosciamo."
"Invece io vi conosco tutti. Troppo bene, vi conosco."
E anche quella conversazione perdurava nella ruota, contenuta nel luccichio tra due raggi, insieme alla vecchia scena, ah, che non dimenticher mai finch campo. L poteva vedere Joxian, poverino, che usciva dalla cucina a testa bassa. Ed era andato a letto prima del solito, senza salutare, e lei non lo aveva sentito russare. Quest'uomo non ha dormito per tutta la notte.
Era rimasto per diversi giorni senza parlare. Parlava poco. E adesso ancora meno. Joxe Mari uguale, silenzioso, silenzioso per i quattro o cinque giorni che aveva continuato a vivere a casa. Apriva la bocca soltanto per mangiare. Poi, un sabato, aveva preso le sue cose e se n'era andato. Allora non immaginavamo che se ne fosse andato per sempre. Magari non l'immaginava nemmeno lui. Sul tavolo della cucina ci aveva lasciato un foglietto: Barkatu. Neanche la firma aveva messo. Soltanto barkatu, su un foglio strappato dal quaderno del fratello, e nient'altro. Nemmeno muxus, n dov'era andato, n ciao.
Era tornato dopo dieci giorni con una borsa piena di roba  da lavare e un sacco per portarsi via altre cose che aveva lasciato nella stanza, e alla madre aveva regalato un mazzo di calle.
"Per me?"
"Per chi, senn?"
"Dove li hai presi questi fiori?"
"Al negozio. Dove li dovevo prendere? Dall'aria?"
Era rimasta a guardarlo. Suo figlio. Da piccolo lo aveva lavato, lo aveva vestito, lo imboccava con il cucchiaino. Qualunque cosa faccia, mi ero detta, sar il mio Joxe Mari e devo volergli bene.
Mentre il cestello della lavatrice girava si era seduto a mangiare. Per poco non finisce da solo lo sfilatino di pane. Che tigre. E a quel punto era arrivato il padre dall'orto.
"Kaixo."
"Kaixo."
Quella era stata tutta la conversazione. Finito il bucato, Joxe Mari aveva infilato gli indumenti bagnati nel sacchetto. Li avrebbe messi lui ad asciugare nel suo appartamento. Appartamento?
"Adesso condivido un appartamento in affitto con degli amici, appena si esce dal paese sulla strada per Goizueta."
Joxe Mari aveva salutato, prima baciando la madre, poi dando al padre una pacca affettuosa sulla spalla. Con il sacco e la borsa in spalla, se n'era andato verso il suo mondo di amici e di va' a sapere chi, un mondo che, sebbene fosse vicino, nello stesso paese, i suoi genitori non conoscevano. Miren ricord che si era affacciata alla finestra per vederlo allontanarsi lungo la strada; per stavolta non le fu concesso portare a termine il ricordo, perch all'improvviso Joxian mosse la bicicletta e il luccichio della ruota spar.

*****

9

Rosso

Ikatza le aveva portato di nuovo un uccello morto. Un passero. Il secondo in tre giorni. A volte le porta dei topi. Si sa che la gatta ha questo suo modo di contribuire all'economia famigliare o di mostrare gratitudine per il trattamento che riceve dalla padrona. Senza la minima difficolt, si arrampica lungo il tronco dell'ippocastano fino a un ramo che le permette di saltare su uno dei balconi del terzo piano; da l passa a quello di Bittori, dove ha l'abitudine di depositare al suolo o nella terra di qualche vaso le prede che regala. Se trova la porta aperta, non  raro che le depositi sul tappeto del salotto.
"Quante volte te lo devo ripetere di non portarmi bestie?"
Le fanno schifo? Un po', ma non lo fa per vezzo. Il guaio per lei  che i regali di Ikatza le suscitano l'idea della morte violenta. All'inizio li spazzava in strada con la scopa; per qualcuno cadeva sulle macchine parcheggiate davanti al portone e, ovviamente, non va bene. Per evitare liti con i vicini,  da tempo che porta gli animali morti nella parte posteriore della casa; usa un bastone per metterli nella paletta e poi, di nascosto, li lancia tra i rovi.
Era impegnata, guanti di gomma, in questa operazione quando suon il campanello. Per non allarmare la madre, Xabier di solito annuncia il suo arrivo prima di aprire la porta.
Vedendo i guanti:
"Stai facendo le pulizie?"
"Non ti aspettavo."
Figlio alto, madre bassa e sfioramento di guance nell'ingresso.
"Avevo appuntamento con l'avvocato. Una questione da poco che mi ha preso soltanto cinque minuti. Siccome ero da queste parti, ho pensato che potevo venirti a trovare e farti anche il prelievo del sangue. Cos domani mattina non devi andare in ospedale."
"Va bene, per cerca di farmi meno male dell'ultima volta."
Xabier, che tende a essere silenzioso, parlava di qualunque cosa pur di distrarre la madre. Dei begli occhi sonnolenti di Ikatza, che si leccava le zampe sulla poltrona. Di quanto care erano le castagne quell'anno.
"E a te cosa importa delle castagne con lo stipendio che hai?"
Bittori, la manica rimboccata, il braccio appoggiato con il gomito sul tavolo del salotto, voleva parlare, non che le parlassero. Un argomento le riempiva la bocca: Nerea.
Nerea questo, Nerea quello. Lagnanze, fronte corrucciata, rimproveri.
"Lo dico a te perch sei mio figlio e c' confidenza. Non ce la faccio pi con lei. Non ce l'ho mai fatta. Dicevano che il primo parto  il peggiore, che per gli altri la strada  gi spianata. Invece a me ha fatto pi male il suo parto che il tuo. Ma molto, molto di pi. E poi, che bambina difficile. E da adolescente, non te lo dico nemmeno. E adesso, ancora peggio. Pensavo che dopo quello che  successo a aita avrebbe messo la testa a posto. Mi ha amareggiato il lutto."
"Non dire cos. A suo modo, ha sofferto quanto te e me."
"Lo so che  mia figlia e che non dovrei parlare cos, ma a cosa serve non dire quello che provo se, anche se sto zitta, non smetter di provarlo? Mi  sempre pi difficile non avercela con lei. Non ho pi l'et per sopportare certi comportamenti, mi capisci? Quattro giorni fa se n' andata a Londra con quell'irresponsabile del marito."
"Ti ricordo che mio cognato ha un nome."
"Non lo sopporto."
"Enrique, se non ti dispiace."
"Per me si chiama Nonlosopporto."
L'ago penetr con facilit nella vena. La sottile sonda si color rapidamente di rosso.
Rosso. Xabier, Xabier, devi andare a casa,  successo qualcosa a tuo padre. Si capiva che era qualcosa di brutto. E quelle parole,  successo qualcosa, erano rimaste a risuonare dentro di lui in un presente interminabile, bruscamente congedato dal fluire del tempo. Non gli avevano fornito altri particolari n lui si era azzardato a domandare; ma si rendeva gi conto, dalla faccia della collega che gli aveva comunicato la notizia e dall'espressione di quelli che incrociava nei corridoi, che a suo padre doveva essere successo qualcosa di molto grave, qualcosa di molto rosso, il peggio. In nessun momento aveva pensato alla possibilit di un incidente. Aveva visto, lungo il tragitto verso l'uscita dell'ospedale, sopracciglia compunte, fronti striate di orrore/compassione e un vecchio collega che aveva bruscamente fatto marcia indietro per non ritrovarsi con lui in ascensore. L'ETA, dunque. Mentre attraversava il piazzale del parcheggio, aveva stabilito tre gradi di gravit: mobilit limitata, tutta la vita sulla sedia a rotelle, la bara.
Rosso. La mano gli tremava tanto che non riusciva a infilare la chiave nel quadro. E gli era caduta e aveva dovuto abbassarsi e cercarla sotto il sedile. Forse sarebbe stato pi sensato andare in taxi. Accendo la radio, non l'accendo? Per la fretta, aveva dimenticato di togliersi il camice. Parlava da solo, aveva maledetto i semafori rossi, aveva detto parolacce. Alla fine, in vista delle prime case del paese, aveva deciso di accendere la radio. Musica. Girava, nervoso, la manopola. Musica, pubblicit, stupidaggini, battute.
Rosso. La Ertzaintza l'aveva obbligato a fare una deviazione. Aveva parcheggiato in una zona vietata dietro la chiesa. Se mi vogliono fare la multa, me la facciano. Pioveva forte e lui aveva percorso il tragitto pi in fretta che poteva. A quel punto aveva gi sentito la notizia alla radio, anche se l'annunciatore non conosceva le condizioni fisiche della vittima. E per di pi aveva detto male il cognome. Tra il garage e la casa dei genitori, Xabier aveva visto la macchia di sangue, mischiata con l'acqua della pioggia che la trascinava a poco a poco verso il bordo del marciapiede. Camminava cos in fretta, cos nervoso, che per poco non l'aveva calpestata. Con gli agenti della Ertzaintza si era identificato come figlio. Figlio di chi? Nessuno glielo aveva chiesto. Il camice bianco gli aveva aperto la strada, a meno che non avesse cos chiaramente un aspetto da famigliare della vittima che a nessun ertzaina era passato per la testa di chiedergli dove andava.
"Non mi ha ancora chiamato."
"Magari ti ha chiamato e tu eri uscita. Io ti ho chiamato ieri e l'altroieri. Non hai risposto.  uno dei motivi per cui sono venuto a trovarti. Volevo assicurarmi che stessi bene."
"E se avevi tutte queste preoccupazioni, perch non sei venuto prima?"
"Perch sapevo dov'eri e dove hai passato le ultime notti. Lo sa tutto il paese."
"Cosa ne sanno di me?"
"Sanno che scendi dall'autobus alla fermata della zona industriale e che poi vai a casa cercando di non incrociare nessuno. Me l'ha raccontato in ospedale qualcuno che ti ha visto. Per questo non mi sono allarmato. E pu darsi che Nerea abbia fatto diversi tentativi di parlare con te. Non ti chieder che intenzioni hai.  il tuo paese, la tua casa. Ma in caso tu voglia far rivivere storie del passato, ti sarei grato se mi tenessi al corrente."
"Sono cose mie."
Xabier ripose i suoi strumenti e il campione di sangue nella valigetta.
"Io faccio parte di questa storia."
Si avvicin alla gatta, che docilmente si lasci accarezzare. Disse che non sarebbe rimasto a cena. Disse altre cose. Baci la madre prima di andarsene, e siccome sapeva che si sarebbe affacciata alla finestra, prima di salire in macchina alz gli occhi e, immaginandola dietro la tendina, le fece ciao con la mano.

*****

10

Telefonate

Il telefono squill. Sicuramente  lei. Bittori non rispose, eppure per raggiungere l'apparecchio le bastava allungare il braccio. Che chiami, che chiami. E immaginava la figlia che diceva con impazienza crescente, all'altro capo della linea: ama, rispondi; ama, rispondi. Non rispose. Dopo dieci minuti, il telefono squill di nuovo. Ama, rispondi. Inquieta per tutto quel rumore, Ikatza approfitt del fatto che la finestra del balcone fosse aperta per uscire in strada.
Provando qualche passo di danza, Bittori si avvicin alla foto del Txato.
"Balli, Txatito?"
Qualche secondo dopo, il telefono smise di squillare.
"Era lei, la tua prediletta. Come faccio a saperlo? Ah, marito mio, tu ne capivi di camion, io capisco delle mie cose."
Nerea non aveva partecipato n ai funerali n all'inumazione del padre.
"Mi verr l'Alzheimer, mi scorder che ti hanno ammazzato, dimenticher il mio nome; per ti giuro che finch sar accesa una lampadina nella mia memoria mi ricorder che ci ha negato la sua compagnia quando pi ne avevamo bisogno."
L'anno prima la ragazza si era stabilita a Saragozza per proseguire l il corso di laurea in Legge. Non c'era telefono nell'appartamento per studenti, calle de Lopez Allu, che divideva con due compagne. Bittori, una volta che era andata a trovarla, aveva appuntato il numero del bar all'angolo in caso di emergenza. Cellulari? Che lei ricordasse, allora poca gente li usava. Fino a quel momento, Bittori non si era mai trovata nella situazione di dover chiamare con urgenza la figlia. Adesso non rimaneva altra scelta.
Cos Xabier, dietro sua richiesta, perch lei, fra i tranquillanti, lo stupore e l'angoscia, non era in grado di mettere in fila due frasi di seguito, aveva chiamato il bar, aveva spiegato chi era, aveva detto con disinvoltura afflitta quello che doveva dire e aveva descritto la sorella al barista. L'uomo, molto cortese:
"Mando subito qualcuno".
E Xabier: che per favore dicessero alla sorella di chiamare a casa senza perdere tempo e aveva insistito che era urgente, molto urgente. Non gli aveva comunicato il motivo della telefonata perch la madre gli aveva chiesto di non farlo. A quel punto la televisione e innumerevoli stazioni radio avevano diffuso la notizia. Xabier e Bittori avevano immaginato che Nerea ne fosse gi al corrente.
Ma lei non aveva chiamato. Erano passate le ore. Prime dichiarazioni: brutale attentato, vile assassinio, un uomo buono, condanniamo, respingiamo senza attenuanti, eccetera. Imbruniva. Xabier aveva composto di nuovo il numero del bar. Il barista aveva promesso di mandare di nuovo il figlio con il messaggio. Niente. Fino al mattino dopo Nerea non aveva chiamato. Aveva aspettato a lungo in silenzio che la madre finisse di piangere e di lamentarsi e di sfogarsi e di raccontarle con voce spezzata particolari di quello che era successo, prima di dire in tono lugubre, ma risoluto, che aveva deciso di non muoversi da Saragozza.
Eh? A Bittori i singhiozzi si erano troncati di colpo.
"Sei gi sul primo autobus per venire a casa. Non se ne parla nemmeno. Hanno assassinato tuo padre e tu l tranquilla."
"Non sono tranquilla, ama. Sono molto triste. Non voglio vedere l'aita morto. Non resisterei. Non voglio finire sui giornali. Non voglio sopportare gli sguardi della gente del paese. Lo sai quanto ci odiano. Ti prego di fare un sforzo per capirmi."
Parlava a tutta velocit in modo che la madre non potesse interromperla e che l'impulso di piangere che le stava salendo alla bocca dal centro del petto non la privasse della voce.
E aveva proseguito con gli occhi pieni di lacrime:
"Nessuno a Saragozza mi identifica con l'aita. Nemmeno i miei professori. Questo mi permetter di vivere qui tranquilla.
Non voglio che qualcuno in facolt mormori: guarda,  la figlia di quello che hanno ammazzato. E se adesso venissi in paese e apparissi in televisione, all'universit cani e porci saprebbero chi sono. Perci rimango qui, e fammi il favore di non giudicare i miei sentimenti. Sono a pezzi quanto te. Per l'amor di Dio, lascia che scelga io il mio modo di essere in lutto".
Bittori aveva tentato di mettere bocca nel dialogo, ma Nerea aveva interrotto la comunicazione. E non si era presentata in paese se non dopo una settimana.
Aveva fatto i suoi calcoli. Persone di Saragozza (facolt, vicinato, amici) che sapessero che lei era figlia dell'ultima, ben presto penultima, ben presto terzultima vittima dell'ETA: le sue due coinquiline e punto, a meno che quelle due avessero la lingua lunga. Il cognome era abbastanza comune in Euskadi ed era frequente altrove. Nel caso qualcuno le avesse domandato se era parente dell'imprenditore di Guipuzcoa assassinato dall'ETA o se lo conosceva, lei lo avrebbe negato.
Prima delle sue coinquiline l'aveva saputo quel ragazzo, Jos Carlos. Era passato a prenderla per andare in un bar vicino, dove avevano in programma di incontrarsi con altri studenti. Pensavano tutti di dirigersi, verso sera, con varie macchine, a una festa alla facolt di Veterinaria. Mentre scherzavano e ridevano, la notizia aveva colpito Nerea. In disparte con Jos Carlos, gli aveva chiesto di non lasciarla sola e di accompagnarla a casa senza dire niente a nessuno. Si erano chiusi nella sua stanza. Il ragazzo cercava parole per consolarla e non le trovava. Aveva sbraitato a lungo contro i terroristi e contro il governo di adesso che non fa niente, poi, assecondando il desiderio della sua amica addolorata, era rimasto a dormire con lei.
"Davvero ti va?"
"Ne ho bisogno."
E lui aveva chiesto scusa in anticipo nel caso in cui non dovesse riuscire ad avere un'erezione. Non la smetteva di parlare:
"Hanno ucciso tuo padre, cazzo, l'hanno ucciso".
Incapace di concentrarsi sui giochi erotici, lanciava sfilze di ingiurie mentre lei cercava di chiudergli la bocca a forza di baci. Verso mezzanotte, si era messa sopra di lui e avevano consumato un amplesso veloce. Jos Carlos aveva continuato a mormorare esclamazioni, parolacce, frasi di condanna, finch alla fine, vinto dalla stanchezza, si era girato su un fianco e non aveva detto altro. Accanto a lui, con la luce spenta, Nerea non aveva chiuso occhio per tutta la notte. Con la schiena appoggiata alla testiera del letto, fumava una sigaretta dopo l'altra mentre passava in rassegna ricordi del padre.
Il telefono squill di nuovo. Stavolta, Bittori rispose. "Ama, era ora. Ti sto chiamando da tre giorni."
"Come va a Londra?"
"Fantastico. Non ci sono parole per descriverlo. Hai cambiato lo zerbino?"

*****

11

Inondazione

Tre giorni di piogge bibliche, torrenziali o come diavolo si dice. Di notte, a letto, Joxian ascoltava preoccupato il tambureggiare delle gocce furiose che s'infrangevano sui tetti e sulle strade. E in fonderia, durante la giornata di lavoro, ogni volta che si affacciava fuori scuoteva la testa con crescente sconforto alla vista di quella continua frana d'acqua che sfumava i monti vicini, che avrebbe fatto crescere pericolosamente il fiume. L'orto, porca miseria. E non la smetteva di piovere a dirotto e sono gi tre giorni pi quelli che magari verranno.
La cosa meno grave erano gli ortaggi. Bah, li ripianto. Gli alberi? Quelli resistono. Magari i mandorli se ne sono andati a quel paese. Lo preoccupava di pi la perdita degli attrezzi o che la piena si portasse via il muro di cinta e il casotto dove allevava i conigli. Ne parl con un collega di lavoro.
"Il muro, se l'avessi fatto di cemento, questo non ti succedeva."
Joxian:
"Me ne frego del muro e di sua madre. Per, senza muro, il fiume si sar portato via un mucchio di terra. Ci sar una crepa grande cos. Insomma, un burrone. I conigli, sicuramente affogati. E del pergolato, manco a parlarne".
"Ecco cosa succede a mettere l'orto sulla erribera."
"Bella fregatura, perch  dove il terreno rende di pi."
A fine turno, and direttamente dalla fabbrica all'orto. Continuava a piovere? A catinelle. Mentre discendeva il pendio, ombrello, basco storto, vide che l'Ertzaintza aveva interrotto il traffico sul ponte. All'acqua rapida, sporca, mancavano due dita per superare il parapetto. Bel panorama! Perch se l'acqua quasi salta al di sopra del ponte, che danni avr fatto nell'orto, che  pi in basso? Fece il giro dietro un gruppo di case. Perch,  chiaro, una cosa  che il fiume inondi e un'altra che, oltre a inondare, strappi via e trascini e distrugga. Premette il pulsante di un campanello, spieg cosa voleva con la bocca appiccicata al citofono, gli aprirono. E a casa dell'amico, dal balcone che si affacciava sul fiume:
"Benedetto Dio, dove il mio orto?"
I tronchi imitavano canoe rovesciate; spuntavano rami, affondavano nell'acqua color caffelatte; pass un bidone, arrugginito, facendo salti da pupazzo a molla; anche pezzi di plastica veloci, e dalla collera fluviale emanava un forte odore come di muschio e muffa e putrefazione smossa. L'amico, forse per arginare le lamentele di Joxian, indicando la riva di fronte:
"Guarda l l'officina dei fratelli Arrizabalaga. Stavolta vanno in rovina".
"I miei conigli, porca puttana."
"Gli coster un sacco di soldi."
"Con tutto il lavoro che ci ho messo. Pure le gabbie le ho fatte io. Ore!"
Passarono alcuni giorni, la pioggia cess, la piena discese. A Joxian gli stivali di gomma sprofondavano fino agli stinchi nel terreno smollato dell'orto. Erano sopravvissuti gli alberi impastellati di fango; anche i mandorli e, miracolo o buone radici, il pergolato. Il resto, da mettersi a piangere. Il muro che confinava con il fiume era scomparso, strappato via alla radice. Non rimaneva nemmeno un filare di pomodori, n un porro, niente. Nella parte bassa, vicino alla riva, la corrente aveva portato via la terra con tutto quello che c'era: i lamponi, l'uva spina, il txoco delle calle e i roseti. Al casotto mancavano le tavole di un lato e la lamiera ondulata della copertura. I conigli erano nelle loro gabbie, sudici di melma, gonfi, morti. Gli attrezzi, va' a sapere.
In quei giorni, nelle ore libere, Joxian non faceva altro che starsene seduto sul divano della sala da pranzo, con i gomiti sulle cosce e la testa fra le mani. Una statua di tristezza. Gli facevano domande, non rispondeva.
"Vuoi il giornale?"
Niente. Finch Miren perse la pazienza.
"Caspita, se ti dispiace tanto per l'orto, scendi e rimettilo a posto."
Si alz, docile. Come se non avesse aspettato altro che glielo ordinassero. Il giorno dopo parve pi vivace. Tanto che riprese l'abitudine della partita con gli amici al Pagoeta. Dal bar torn contento, quasi euforico. Gli amici gli avevano dato l'idea di costruire un muro di cemento armato tra l'orto e il fiume.
"Alla fin fine, quanto ti pu costare? Una stupidaggine."
Raccont a Miren durante la cena, grongo in salsa, caraffa di vino con gassosa, grattandosi il fianco destro, che il Txato si era offerto di portargli con un camion la terra con cui sostituire quella trascinata via dalla piena.
"Dev'essere terra buona, eh? Di Navarra. Approfittando di un viaggio, me la porta gratis."
Per prima doveva costruire il muro. E prima ancora fare pulizia. Troppo per un uomo solo. E soprattutto, quando? Dopo il lavoro?
Miren:
"Ah, vedi tu".
Gli consigli di chiedere ai figli se gli davano una mano. Cos Joxian aspett sveglio che tornasse Gorka e gli disse: Gorka, domenica, dare una mano, tu e tuo fratello, eccetera. E il ragazzo non rispose. Manca slancio, a questo ragazzo. Il padre, per incoraggiarlo:
"Alla fine ce ne andiamo tutti e tre alla sidreria a mangiarci una costata. Che te ne pare?"
"Bene."
Non disse altro e arriv la domenica. Sole, buona temperatura e il fiume di nuovo nel suo alveo. Joxian rinunci alla tappa di cicloturismo perch, anche se la bici  importante, l'orto lo  di pi. L'orto  la sua religione. L'aveva detto con quelle parole una volta al Pagoeta, replicando a qualche battuta fatta dagli amici. Alla sua morte, Dio non se ne uscisse con paradisi o stronzate; gli desse un orto come quello che aveva adesso. E tutti avevano riso.
Per strada:
"Hai chiesto a Joxe Mari di venire alle nove?"
"Non gliel'ho chiesto."
"Accidenti. E come mai?"
Allora glielo disse, doveva dirglielo, non c'era altra scelta.
" da due settimane che mio fratello non vive in paese."
Joxian si ferm con la faccia sorpresa.
"Ma non ci ha detto niente. Non a me, almeno. All'ama, non so. Oppure lo sapete tutti e io no? Dove vive adesso?"
"Non lo sappiamo, aita. Immagino che se ne sia andato in Francia. Mi hanno assicurato che appena potr ce lo dir."
"Chi te lo ha assicurato?"
"Amici del paese."
Rimasero in silenzio per il resto del tragitto fino all'orto. Non appena arrivati, Joxian chiese:
"Se sta in Francia, come diavolo fa ad andare al lavoro?"
"L'ha lasciato."
"Ma se non ha ancora finito l'apprendistato."
"Gi."
"E la pallamano?"
"Ha lasciato anche quella."
Fecero il lavoro loro due da soli, ciascuno in una zona dell'orto. Verso le undici, Gorka disse al padre che doveva andarsene. Per salutarlo, che strano, lo abbracci. Non si abbracciavano mai e adesso, perch?
Da solo nell'orto, Joxian continu a spalare porcheria fino all'ora di pranzo, pul con la pompa qui e l, mise ad asciugare al sole gli attrezzi salvati dal fango. Francia? Che diavolo ci fa quel deficiente in Francia? E se non lavora, di cosa campa?

***** 

12

Il muro

Costruirono il muro. Chi? Joxian, Gorka, che aveva promesso di portare un amico che poi non era venuto, e Guillermo (Guillermo!), a quei tempi un genero ancora simpatico e collaborativo.
Anni prima, Arantxa, in cucina:
"Ama, ho un fidanzato".
"Ah, s? Qualcuno del paese?"
"Vive a Renteria."
"E come si chiama?"
"Guillermo."
"Guillermo! Non sar mica una guardia civile?"
Per, senza l'aiuto del Txato non ci sarebbero riusciti. Col cazzo che ci sarebbero riusciti! Il fatto  che il Txato, oltre a prestargli i casseri, gli procur una betoniera che Joxian non seppe quanto fosse costata n se l'operaio che la manovrava fosse stato pagato o no. Il Txato gli disse: stai tranquillo, l'impresa di costruzioni mi deve dei favori. Cos Joxian dovette pagare soltanto il cemento. Non aveva ancora finito di ripulire l'orto e non aveva sistemato il casotto e gi gli rallegrava gli occhi un muro di cinta fiammante a prova di piena, almeno, secondo il Txato, di piene come quella del mese prima.
Un problema: davanti al muro c'era un avvallamento in cui c'entrava uno stagno con i pesci. La storia dei pesci l'aveva detta Joxian soppesandone in aria uno immaginario della grandezza di un tonno. L'altro: bah, si poteva risolvere. Il Txato mantenne la promessa fatta al Pagoeta. Ci mise un po' a mantenerla. Quanto? Be', un paio di settimane. Finch non gli spunt fuori un viaggio a Andosilla, in Navarra. Al ritorno, ordin all'autista di portare un carico di terra coltivabile. A quanto pareva, gli dovevano dei favori anche in Navarra. Al Txato molta gente doveva dei favori. E Joxian, naturalmente, riconoscente. E se bisogna pagare, si paga.
Altro problema: scaricarono la terra, il Txato al volante, la terra di una tonalit pi rossastra di quella della zona, a quanto pareva buona per i vitigni, e si accorsero che la quantit trasportata non bastava per riempire l'avvallamento.
Joxian:
"Ci vorrebbero almeno altri tre camion".
Soluzione: terrazzare il terreno.
"Dividi l'orto in due livelli, collegati da qualche gradino o da una rampa per la carriola. Cos, se si ripete l'inondazione, l'acqua si raccoglie nella parte bassa del terreno. Con un po' di fortuna, ti rovina soltanto met dell'orto e non tutto come stavolta."
Il Txato era veloce a pensare, aveva idee. Su questo erano tutti d'accordo. Gli stava bene il vecchio elogio: pi furbo della fame. Joxian, invece, mancava di agilit mentale. Le cose come stanno. Se fosse stato pi sveglio avrebbe potuto essere socio nell'affare dei camion; ma esitava, gli mancava slancio, Miren l'aveva dissuaso. Intraprendente e coraggioso, il Txato. In paese lo dicevano tutti finch dalla sera alla mattina, TXATO ENTZUN PIM PAM PUM, smisero di fare il suo nome nelle conversazioni, come se non fosse mai esistito.
S, aveva idee e aveva anche un problema. Quale? Questo:
"Mi hanno mandato un'altra lettera".

ETA, organizzazione armata per la rivoluzione basca, si rivolge a lei per reclamare la consegna di venticinque milioni di pesetas a titolo di contributo per il mantenimento della struttura armata necessaria nel processo rivoluzionario basco verso l'indipendenza e il socialismo. Secondo i dati in possesso dei servizi d'informazione dell'organizzazione, eccetera.

La faccenda gli toglieva il sonno. Joxian: era normale, a chi non lo avrebbe tolto?
"E la famiglia?"
"Non lo sa."
"Meglio."
Per risparmiarle gli incubi e perch all'inizio, che ingenuo, ma che ingenuo, aveva pensato che il problema fosse di rapida soluzione, come se si trattasse di un semplice affare. Pago e sono tranquillo. Le lettere, firmate con il serpente avvolto sull'ascia e con i simboli dell'ETA, gliele avevano mandate alla ditta. La prima: 1.600.000 pesetas. Senza dire nulla a nessuno, era salito in macchina ed era andato all'appuntamento in Francia con il Signor Oxia di turno. Era tornato in paese sollevato, ascoltando la musica in autostrada. Una bastardata, ma cosa vuoi. Giorni dopo c'era stato un attentato con un morto, vedova desolata, orfani e dichiarazioni di netta condanna, e il Txato aveva sentito una fitta di colpa, porco diavolo, pensando che i suoi soldi potevano essere serviti per finanziare esplosivi e pistole, e Joxian aveva detto che s, che lo capiva. Per, insomma, lui aveva pagato e aveva creduto che per un periodo, magari per qualche anno, l'avrebbero lasciato in pace. S, come no. Non erano trascorsi nemmeno quattro mesi quando gli era arrivata la seconda lettera.
"Adesso mi chiedono venticinque milioni.  tanto,  uno sproposito."
Joxian, solidale:
"Queste cose, tra baschi, non dovrebbero succedere".
"Dimmi la verit, ho la faccia di uno sfruttatore? Per tutta la vita non ho fatto altro che lavorare come un bue e dare lavoro. Adesso ho quattordici dipendenti. Cosa faccio? Porto la ditta a Logrono e li lascio a piedi, senza stipendio, n previdenza, n un cazzo?"
"Magari si sono sbagliati e ti hanno mandato una lettera che era per qualcun altro."
"Non sono povero, quello no. Tra le spese, le tasse dello Stato, e adesso le tasse di questi qua e altre cose che non ti dico per non romperti le scatole, ma te lo puoi immaginare: riparazioni, combustibile, crediti pendenti e stronzate varie, alla fine non credere che navigo nell'oro. Che cazzo devo navigare! Io non so la gente cosa crede. Ho ancora la stessa macchina di dieci anni fa. Alcuni camion si sono fatti vecchi, ma dove li prendo i soldi per altri nuovi? Poco tempo fa ho chiesto un credito per comprarne due. E quello che mi fa pi male  che qualcuno di quelli a cui do lavoro sar andato dai terroristi a raccontargli: lo sai, questo qua  pieno di grana."
Scuoteva la testa, nervoso, la faccia con le occhiaie per quanto dormiva male.
"Ma non  per me, occhio. A me quella banda di assassini non mi fa paura. Che mi sparino un colpo e pace. Morto, ma in pace. Nella lettera citano Nerea e il posto dove studia e altri particolari."
"Cazzo."
" questo che mi distrugge. Tu cosa faresti?"
Joxian si era grattato la nuca prima di rispondere.
"Non lo so."
Erano all'ombra del fico, fumavano, e c'era bel tempo e su un sasso una lucertola prendeva il sole. Il camion, in mezzo all'orto, con le ruote semiaffondate nella terra molle. E dall'altra parte del fiume arrivava il costante ciac-ciac di qualche macchina dell'officina degli Arrizabalaga.
"Tu credi che paghino anche loro?"
"Chi?"
"Gli Arrizabalaga."
Joxian si strinse nelle spalle.
"Ci sono soltanto tre opzioni. Paghi, emigri o te la giochi. Quello che non mi entra in testa  perch si accaniscono con me dopo che ho pagato quello che mi hanno chiesto e senza farli aspettare."
"Io di queste cose non ne capisco, per per me c' stato un equivoco."
"Ti ho gi detto che fanno il nome di Nerea."
"Magari ti hanno mandato senza rendersene conto la lettera dell'anno prossimo."
Ciac-ciac. Il Txato, dopo aver gettato il mozzicone a terra e averlo schiacciato:
"Posso chiederti un piacere?"
"Certo, quello che vuoi."
"Vedi, ci ho pensato. Mi converrebbe parlare con loro, con qualche capo o con il responsabile delle loro finanze, e chiarire la mia situazione. Il prete con cui mi sono incontrato  soltanto un intermediario. Magari abbassano la cifra richiesta o mi fanno pagare a rate, capisci?"
"Mi sembra una buona idea."
Ciac-ciac. Si sentivano anche degli uccelli e il mormorio dei motori delle auto e dei camion che attraversavano il ponte vicino.
"Ho bisogno di parlare con Joxe Mari.  questo il piacere che ti chiedo."
Joxian, con aria sorpresa:
"Cosa c'entra mio figlio con tutto questo?"
"Ho bisogno di qualcuno che mi procuri un contatto."
"Joxe Mari non  mica dell'ETA. Macch. E poi  via. Dove? Be', non lo sappiamo. Joxe Mari  un deficiente e un fannullone. Ha lasciato il lavoro e Miren dice che se la sar svignata per andare in giro per il mondo con gli amici. Magari adesso sar in America."
Ciac-ciac-ciac.

***** 

13

La rampa, il bagno, la badante

Miren l'aveva capito benissimo fin dall'inizio. Se non fosse stato perch abitavano al piano terra, avrebbero dovuto traslocare. Perch? Accidenti, perch non potremmo portare tutti i giorni Arantxa su e gi per le scale con la sedia a rotelle. T'immagini? C'erano soltanto tre gradini dal portone al pianerottolo dove si trova la porta di casa. Un dislivello minimo, ma comunque non si riesce, alla lunga non si riesce.
"Metti che tu sei uscito, a me mancano le forze o mi sento male per strada. Cosa faccio? Chiedo aiuto? Lascio Arantxa da sola nell'atrio?"
Cos gli disse di pensare a una soluzione e Joxian non esit un secondo, si infil il cappello, and al Pagoeta e l i consigli degli amici lo instradarono verso un laboratorio di falegnameria, dove ordin una rampa. Il falegname, dopo aver preso le misure, la fece, la provo e la mont.  una mattina i vicini si ritrovarono con tre quarti della larghezza delle scale occupati da quel catafalco di legno, che per di pi si allungava per un mezzo metro oltre il gradino inferiore, sul pavimento di mattonelle dell'atrio, con l'idea di ridurre l'inclinazione. Joxian e Miren provarono a far salire e scendere la sedia a rotelle, prima senza Arantxa, poi con lei, e s, non c'era dubbio, da quel momento i tre gradini non sarebbero stati un ostacolo per portare a spasso la figlia.
Delle scale dell'atrio, per i vicini, rimanevano disponibili soltanto due palmi di larghezza, a meno che, come facevano i bambini, non usassero la rampa per salire e scendere, che  proprio quello che Miren consigli di fare a uno che si lamentava perch la faccenda non era stata discussa con i condomini.
"Senti, allora passate dalla rampa. Che fastidio vi d?"
Doppio problema. Per loro, che qualcuno scivoli e si rompa il muso. Per noi, che ogni volta che qualcuno usa la rampa si sentano i passi in casa e di notte non ci facciano dormire. A Joxian, al bar, diedero l'idea di ricoprire la superficie di legno con la moquette. Miren, felice. La moquette, come ha fatto a non venirci in mente?, sarebbe servita sia a insonorizzare i passi sia a non far scivolare nessuno. E la misero, la mise un conoscente, con colla da falegname rafforzata con i chiodi.
Joxian, uccello del malaugurio:
"Useranno la moquette come zerbino. Non voglio nemmeno pensare a come la ridurranno quando piove".
I vicini, indifferenti o rassegnati, forse desiderosi di evitare discordie con la famiglia di un membro dell'ETA, ingoiarono il rospo, tranne uno, Arrendo, quello del secondo piano a destra. In realt, lo mand la moglie a pretendere di togliere subito quell'affare. La scala  di tutti; sua madre, ottantotto anni, non pu passarci, eccetera. Lei e Miren avevano avuto un abbozzo di litigio all'uscita dalla messa, con sguardi da tigre, denti stretti e un'incurvatura di disprezzo sui rispettivi labbri superiori. E Arrendo, un sabato, uomo di poche parole ma forti, scese con il suo ultimatum: o toglievano quell'affare o lo toglieva lui, cazzo.
Fu Miren ad aprire la porta. Joxian, in cucina, nascosto.
"Tu non togli niente."
"Ah, no?"
Arrendo  robusto-robusto, per imprudente. Non aveva pensato, non aveva calcolato le conseguenze, la moglie lo aveva aizzato. Alla fine, tolse la rampa e la butt nell'angolo delle caselle della posta. Ohi-ohi-ohi, Arrendo. Ti sei ficcato in un bel casino. Allora Miren, senza togliersi il grembiule, in pantofole, and alla Arrano Taberna. Era presto, c'era poca gente. Non importa. Due bastavano. Nel giro di venti minuti, Arrendo aveva gi rimesso a posto la rampa. Non ci furono pi lamentele e l'affare  ancora l. Brutto ma utile.
Joxian: che le cose si sarebbero potute fare in un altro modo. In che modo? In un altro, non lo sapeva, con le buone, parlando.
"E perch non sei andato tu a parlarci, visto che chiacchieri tanto?"
La rampa delle scale non fu l'unica modifica introdotta per adattare la casa alle necessit di Arantxa. Il bagno lo ristrutturarono completamente. Insomma, alla fine non assomigliava per nulla a com'era prima. Per i lavori seguirono le istruzioni scritte in un prospetto che gli aveva fornito il Servizio di Riabilitazione. Una parte la pag Guillermo. Miren:  chiaro, come se volesse togliersela di torno prima possibile. Su, eccovi la paralitica, ve la restituisco, che io ne ho gi trovata un'altra che mi scalda il letto. E si tenne i figli e Miren, in chiesa, al santo di Loyola: Ignazio, ti chiedo di punirlo, vedi tu in che modo. E poi dammi i miei nipoti e tira fuori Joxe Mari dal carcere. Se mi concedi tutto questo, non ti chieder pi niente. Te lo giuro.
Risultato, prima che Arantxa si trasferisse da loro avevano il bagno come in una clinica a cinque stelle, con una doccia senza cabina n scalino, di facile accesso. Cos'altro? Be', sbarre per aggrapparsi, tappetini antiscivolo, rubinetteria a leva; insomma, quello che aveva consigliato la direttrice del Servizio di Riabilitazione dell'ospedale e quello che c'era scritto nel prospetto.
Per per lavarla come si deve ci vogliono due persone. Miren, da sola, non ce la fa, perch Arantxa, cos magra all'inizio,  ingrassata e adesso pesa un bel po'. Bisogna spogliarla, metterla sulla sedia speciale per la doccia e insaponarla e asciugarla e vestirla.
"Va bene, d'accordo, d'accordo, non spiegarmi quello che so gi."
E Joxian, che voleva squagliarsela prima possibile per andare a giocare al Pagoeta, si mostr d'accordo a prendere una domestica. Perch quello che Miren non accetta per nessuna ragione  che Joxian guardi/tocchi/prenda Arantxa nuda, anche se  il padre. Non se ne parla.
Un altro giorno Joxian entr in casa e cosa vede? Una donna minuta con gli occhi da india e lunghi capelli lisci e neri, che lo accoglie con una riverenza, due file bianche di denti sorridenti, lo chiama signore, signore!, e gli dice:
"Buongiorno, signore. Mi chiamo Celeste, per servirla". Dell'Ecuador. Molto carina, eh? E ben educata.
Joxian, di sera, a letto:
"Da dove l'hai tirata fuori?"
"Chiedendo in giro. Hai visto com' pulita e precisa?"
"Ho chiesto da dove l'hai tirata fuori."
"In macelleria, parlando. La Juani: senti, conosco dei tizi dell'Ecuador e la moglie pulisce le case per pochi soldi. Abitano l sotto, prima di arrivare al ponte. Il marito fa le consegne con un furgoncino. E ieri sono andata a passeggio con Arantxa, ho chiesto di lei ed eccola qui. Un tesoro di donna. Le ho raccontato che un altro mio figlio vive in Andalusia e che vado a trovarlo una volta al mese. Celeste dice di non preoccuparmi, che bader lei ad Arantxa."
"E quanto pensi di pagarla?"
"Dieci euro ogni volta che viene."
" poco."
"Sono poveri. Lei ci sar riconoscente."

***** 

14

Ultime merende

Bittori era pi da fette di pane tostato con la marmellata e decaffeinato da bar; Miren, da cioccolata con churros. Ma quanto fanno ingrassare! Non le importava. Andavano d'accordo? Moltissimo, erano intime. Un sabato andavano tutte e due in un caff dell'Avenida, quello dopo in una churreria della Citt Vecchia. Sempre a San Sebastian. Dicevano San Sebastian, in castigliano, oppure Donostia, in basco. Non erano rigide. San Sebastian? Allora San Sebastian. Donostia? Allora Donostia. Iniziavano a chiacchierare in euskera, passavano al castigliano, di nuovo all'euskera e cos per tutto il pomeriggio.
"T'immagini se ci fossimo fatte monache?"
E se la ridevano. Suor Bittori, sorella Miren. E cos via. Uscite dal parrucchiere, passavano in rassegna i pettegolezzi del paese, capendosi senza ascoltarsi, perch la maggior parte del tempo parlavano tutte e due insieme. Criticavano il parroco, quel donnaiolo; malignavano sulle vicine; si raccontavano tutto quello che succedeva in casa e a letto. La schiena pelosa di Joxian, le porcate lascive del Txato. Insomma, proprio tutto.
Anche questo:
"Sappiamo che  in Francia, ma non in quale paese. Finalmente quel bandito ci ha scritto. Il povero Joxian non dorme per il dispiacere. Si domanda cosa abbiamo fatto perch ci succeda una cosa del genere".
Era un pomeriggio di fette di pane tostate, di pioggia e vento. Il caff, pieno.
"Non ho potuto portarti la lettera. Joxe Mari non vuole. Diceva di stracciarla. Perci, tric trac, anche se mi dispiaceva, non credere, l'ho fatta a pezzi. Joxian, isterico. Non capisco che si possono rimettere insieme i pezzi? Oh, allora mangiatela. Ha preso i cerini e ha dato fuoco alla carta nell'acquaio."
La lettera l'aveva portata la sera la fidanzata o quello che era, perch di questi tempi non si sa. 
Tesi di Miren: si mettono insieme come i conigli. Certo, siccome ci sono dei modi per non restare incinta. Questo lo diceva spesso e Bittori annuiva. Erano convinte di essere nate con trent'anni di anticipo. Franco, i preti, cosa dir la gente: incredibile quant'erano state ingenue. Cos pensavano, facendo merenda, un occhio ai tavoli vicini casomai qualche cliente avesse le antenne ritte.
"La lettera, per posta? No, no. Usano i loro canali. Mittente non ce n'era. Perci non sappiamo ancora dove se n' andato a vivere. Le visite sono proibite. Qualche anno fa potevi passare dall'altra parte e vederli e portargli vestiti e quello di cui ci potrebbe essere bisogno. Adesso devono fare attenzione perch i fascisti gli stanno alle calcagna."
"Non hai paura che gli capiti una disgrazia?"
"Joxian, s. Joxian a volte non scende al bar per vedere se mostrano la foto di Joxe Mari al telegiornale. Io sono tranquilla. Conosco mio figlio.  sveglio e forte. Si sapr difendere."
Tra un morso alla fetta di pane e un sorso di caffelatte, Miren citava passaggi a memoria. Non dovevano dare retta alle voci. La gente parla senza sapere. Tanto meno alle bugie dei giornali. Lui intendeva la militanza come un sacrificio per la liberazione del nostro popolo e se qualcuno andava a raccontare all'aita o all'ama la storia che era entrato in una banda di criminali, non dovevano crederci, perch lui l'unica cosa che faceva era dare tutto per Euskal Herria e anche per i diritti di quelli che si lamentano e poi non fanno niente. Erano molti gudaris, affermava. Sempre di pi. La meglio giovent basca. E terminava: "Vi voglio bene. Non dimentico i miei fratelli. Un muxu grande e spero che siate orgogliosi".
Ikatza si avvicina con cautela. Con un salto le si arrampica in braccio e aspetta, paziente, le carezze. Le dita di Bittori si assicurano che il collare non le stringa troppo, giocano con le sue orecchie, le sfiorano le palpebre che, per il piacere del contatto, rimangono chiuse. E Bittori le dice, mentre le passa il palmo della mano sul dorso e la gatta fa le fusa, sai che mi ha fatto davvero pena, Ikatza bella. T'immagini? Io triste per il figlio della mia migliore amica, che aveva lasciato il lavoro, la squadra di pallamano e la fidanzata o la mezza fidanzata, per andare a fare il pistolero in un'organizzazione dedita all'assassinio seriale.
E Miren? Be', vedi, Ikatza, visto che me lo domandi, ti dir quello che penso. In fondo, e che il Txato mi perdoni, la capisco. Capisco la sua trasformazione, anche se non l'approvo. Tra quella merenda nella caffetteria dell'Avenida e quella successiva nella churreria della Citt Vecchia, la mia amica Miren  cambiata. Di colpo era un'altra persona. In una parola, aveva preso partito per il figlio. Non ho il minimo dubbio che si sia fanatizzata per istinto materno. Forse, al posto suo, mi sarei comportata allo stesso modo. Come puoi voltare le spalle a tuo figlio anche se sai che sta commettendo cose cattive? Fino ad allora, Miren non si era minimamente interessata di politica. A me non interessava n allora n adesso, e al Txato non ne parliamo. Il Txato si preoccupava soltanto della sua famiglia, della bicicletta la domenica e dei suoi camion il resto della settimana.
Nazionalisti, quelli l? Manco per niente. O al massimo il giorno delle elezioni per la storia di votare quelli di qui. Io, Ikatza maitia, non li ho mai sentiti parlare di politica. E naturalmente, Arantxa, di abertzale, il giusto e forse nemmeno quello. Il piccolo, bah, quello era un sempliciotto. Per la verit, non credo che abbiano educato i figli nell'odio. Gli amici, la comitiva, le cattive compagnie hanno inoculato a quello svergognato il veleno della dottrina che l'ha portato a rovinare la vita a chiss quante famiglie. E si creder ancora un eroe.  uno dei duri, dicono. Dei duri o dei bruti. Non sa neanche come si apre un libro.
Era stato il sabato successivo che per la prima volta aveva notato il suo cambiamento. Dopo i churros con la cioccolata, si erano incamminate come d'abitudine verso la fermata dell'autobus e cosa vedono? Una manifestazione come tante altre sul Bulevar. Il solito: striscioni, indipendenza, amnistia, gora ETA. Abbastanza gente. Due o tre facce del paese, pioggia e ombrelli. E invece di evitare la folla, Miren aveva detto: dai, bella, andiamo. L'aveva presa per il braccio, l'aveva strattonata e si erano ritrovate in mezzo alla gente, n troppo avanti n troppo indietro. E allora Miren prende e comincia a urlare in coro gli slogan che gridava la folla: Voi, fascisti, siete i terroristi. E Bittori accanto a lei, un po' sorpresa, ma insomma, era stato l.
Non sapeva niente. Il Txato non glielo aveva detto.  cos , Ikatza. Quel testone teneva la faccenda segreta. Per proteggerci, ha detto dopo. Bella protezione! Avrebbero potuto farci saltare tutti in aria con una bomba.
L'aveva saputo da Miren, che l'aveva saputo da Joxian e lui l'aveva saputo dallo stesso Txato, nell'orto, il pomeriggio in cui gli aveva portato il camion di terra da Andosilla. A Miren non era passato per la testa che l'amica potesse non saperlo.
"Non c' modo di andarlo a trovare. Perch se potremmo andare, gli diremmo: senti, parla con i capi, digli di fare qualcosa per lasciare tranquillo il Txato."
Bittori, all'improvviso sospettosa:
"Lasciare tranquillo mio marito?"
"Per la faccenda delle lettere."
"Lettere? Quali lettere?"
"Ah, ma non te l'aveva detto?"

***** 

15

Incontri

Due cacate bianche, ormai secche, sulla lastra, e una, ancora pi grande, che colava sui nomi della lapide. Attribu, brontolando, il misfatto ai piccioni. Un uccello, come pu produrre tutti quegli escrementi? Centinaia, migliaia, un mare di tombe, e quei dannati dovevano andare a mollare la loro porcheria proprio su quella del Txato.
"Ti hanno fatto pelo e contropelo, marito mio. Magari ti porta fortuna."
Sempre con le sue battute. Cosa doveva fare? Aprirsi ogni giorno la ferita? Pul come poteva con foglie secche e mazzi d'erba strappati qua e l. Gli ultimi rimasugli li affid alla pioggia successiva. Questo lo sussurr contemplando l'orizzonte sulla citt, dove si vedeva una lontana nuvola solitaria. E, come d'abitudine, stese il quadrato di plastica e il foulard.
"Vado tutti i giorni in paese. A volte mi porto da mangiare e lo riscaldo l. Sai cosa? Ho messo un geranio sul balcone. Esatto. Uno bello grande e rosso per far sapere che sono tornata."
Gli raccont che non scendeva pi alla fermata della zona industriale. E l'altroieri, non ci crederai, aveva trovato il coraggio di entrare al Pagoeta. Erano le undici del mattino. C'era poca gente. A prima vista, nessuna faccia nota. Il figlio del barista serviva dietro il bancone. Era da diversi giorni che Bittori si sentiva mortificata per la tentazione di metterci piede dopo tanti anni. Non aveva nemmeno sete. N sete n fame e, visto che ci siamo, nemmeno curiosit, ma qualcosa di pi intenso che le ribolliva in fondo ai pensieri.
"Be', so io cosa voglio dire."
Usciva in strada il tipico brusio di voci punteggiato da qualche risata. Entro, non entro? Era entrata. Immediatamente era calato il silenzio. Ci doveva essere pi o meno una dozzina di clienti. Non li aveva contati. Si erano zittiti tutti nello stesso istante, distogliendo gli sguardi, verso dove? Be', dove non si trovava lei. E non la guardava nemmeno il ragazzo che passava lo straccio tra i piattini dei pintxos. Un silenzio aggressivo, ostile? No, piuttosto interrogativo, di sorpresa. Ne era sicura?
"Txato, queste cose si notano."
Il bancone  a forma di L. Bittori si era messa sul lato pi corto, di spalle all'ingresso. Aveva approfittato del fatto che non le prestassero attenzione per esaminare il locale. Il pavimento di piastrelle bicolori, il ventilatore appeso al soffitto, le mensole con le file di bottiglie. A parte qualche dettaglio, il bar aveva l'aspetto di sempre. Era uguale a quando Bittori entrava a comprare ghiaccioli ai figli piccoli. Gli indimenticabili ghiaccioli all'arancia e al limone del Pagoeta, che non erano altro che bibite congelate dentro uno stampo, con il bastoncino per reggerli.
"Non  cambiato quasi niente, te lo giuro. I tavoli dove voi uomini giocavate a carte sono sempre al loro posto, addossati ai listelli della parete. La sala da pranzo, in fondo. I bagni, scendendo le scale. Non c' il bigliardino n una macchina con le palline come quella che faceva tanto rumore, per c' una macchinetta mangiasoldi. Di nuovo ho visto questo e poco altro. Ah, e il salvadanaio per i detenuti sul bancone. Poster di calcio e barche al posto di quelli vecchi di corride, e basta. Adesso pare che l'ha passato al figlio."
Finalmente le si era avvicinato:
"Cosa prende?"
Invano aveva tentato di incrociare il suo sguardo con quello di lui. Il ragazzo, trent'anni e rotti, per lei un ragazzo, orecchino, ciocca pi lunga sulla nuca, era sempre occupato a passare lo straccio, per non stava pi l, a due o tre metri, come prima, ma proprio davanti a Bittori. Per obbligarlo a parlare, gli aveva chiesto se aveva del decaffeinato. Ce l'aveva. Gli altri avevano ripreso le loro conversazioni. A Bittori quelle facce non erano familiari. Anche se quello con i capelli bianchi, non sar per caso...?
"Non ho il minimo dubbio che stessero tutti pensando la stessa cosa.  la moglie del Txato. Quando sono uscita mi  venuta voglia di girare la faccia e dire tranquillamente dalla porta: sono Bittori, che c'? Non posso stare nel mio paese?"
Non mostrare amarezza. Non piangere in pubblico. Guardare negli occhi le persone, le macchine fotografiche. Se l'era ripromesso nella camera ardente, con il Txato nella bara.
"Quanto pago?"
Il barista aveva detto una cifra senza alzare lo sguardo. Per non frugare nel portamonete, Bittori aveva pagato con una banconota da dieci. Mentre aspettava il resto, si era avvicinata all'angolo della L. Era l. Cosa? Il salvadanaio. Sul davanti, un adesivo: Dispersiorik ez. La bruciava un'irresistibile tentazione che le era scesa lungo il braccio sinistro fino al gomito, fino alla mano, fino al mignolo. Che non mi vedano, che non mi vedano. Facendo finta di niente, aveva allungato il dito fino a sfiorare con l'unghia la parte inferiore del salvadanaio. Niente, nemmeno mezzo secondo, perch immediatamente aveva ritirato il dito come se avesse toccato una fiamma.
"Non chiedermi di spiegartelo perch non lo capisco nemmeno io. Mi sono lasciata trasportare."
Era uscita in strada. Cielo blu, automobili. Prima di arrivare all'angolo, l'aveva vista.
"All'inizio non l'ho riconosciuta."
E quando aveva capito chi era, Ges, Giuseppe e Maria!, era rimasta paralizzata dall'impressione e anche da una specie di angoscia. Quello che si dice paralizzata-paralizzata. Tanto che loro avevano proseguito il cammino e Bittori non era stata in grado di muoversi da l. Inchiodata a terra. Ma ...
"Adesso ti racconto."
Bittori saliva dalla parte al sole della via. Lungo il marciapiede opposto scendevano alcune persone, tra cui una signora bassina, con lineamenti come quelli degli indios delle Ande. Del Per o di quelle parti. E niente, quella signora spingeva una sedia a rotelle, e c'era seduta una donna con la testa leggermente inclinata su una spalla e una mano chiusa come quelli che non la possono aprire. L'altra, invece, riusciva a muoverla.
"Allora mi sono resa conto che mi stava facendo dei segni. In ogni caso agitava la mano vicino al petto, come per salutarmi. E mi guardava, ma non diritto. Come te lo spiego? Con la testa inclinata e un gran sorriso, un sorriso violento, con un po' di saliva ai lati delle labbra e gli occhi socchiusi. A prima vista irriconoscibile, te lo giuro. Sembrava che stesse avendo le convulsioni, capisci? Be', era Arantxa.  paralitica. Non chiedermi cosa le  successo. Non ho avuto lo stomaco di attraversare la strada e di domandarglielo."
Non sapeva bene se Arantxa l'avesse salutata o le avesse fatto segno di avvicinarsi. La donna che badava a lei non se n'era accorta, indaffarata con la sedia a rotelle. Cos se l'era portata gi per la strada, senza fretta, e Bittori, davvero dispiaciuta, era rimasta l finch non le aveva perse di vista.
"Insomma, Txato, te l'ho raccontato. E cosa vuoi che ti dica? Mi fa pena. Arantxa per me  sempre stata la migliore di quella famiglia. E da bambina mi era simpatica. La pi sensata e normale di tutti loro, e l'unica, come ti ho raccontato qualche volta, che ha avuto compassione per me e per i nostri figli."
Raccolti il quadrato di plastica e il fazzoletto, Bittori si diresse verso l'uscita del cimitero. Fece un giro, da qui, da l, sempre attenta a non incrociare nessuno. Ormai quasi alla fine del vialetto, nello spazio fra due tombe, vide una colomba e il colombo dal petto gonfio che la corteggiava. Usccc! Mise in fuga i piccioni pestando forte a terra.

***** 

16

Messa domenicale

La campana  la stessa; ma la domenica, di primo mattino, non suona come gli altri giorni. I rintocchi domenicali si succedono pi calmi, meno sgradevoli, meno velenosi, come se annunciassero con una cadenza pigra: cittadini, tlan, sono le otto del mattino, tlan; per me potete, tlan, rimanere a letto, tlan.
A quel punto, Joxian stava gi pedalando da tre quarti d'ora su qualche strada provinciale. Dove aveva detto che andava? Che importa. Sicuro, in un bar nel cuore della provincia di Guipuzcoa in cui servano uova al tegamino con il prosciutto. Tutte le escursioni del club cicloturistico finiscono davanti a un piatto di uova al tegamino con il prosciutto e poi si torna a casa.
Le otto, dunque. Lo squillo del campanello coincise con uno degli ultimi rintocchi e Miren, senza pettinarsi, in camicia da notte, apr la porta a Celeste, che aveva avuto la gentilezza (non era la prima volta) di portarle mezzo sfilatino di pane per fare colazione.
"Uh, cara, non c' bisogno che ti disturbi."
Fra tutte e due  pi facile tirare Arantxa fuori dal letto. Miren si riserva il tronco e la testa. Prima, quello s, elargisce alla figlia qualche dimostrazione mattutina di tenerezza in euskera: egun on, polita e cos via. Celeste ripete con intonazione andina egun on e si occupa delle gambe.
Non appena bisogna spostare la figlia, Miren attacca con gli imperativi: prendi, tira, sali, alza, abbassa, ma non per esercitare il potere o per mostrarsi autoritaria. Allora perch? Be', perch ha molta paura che Arantxa possa cadere, e anche se finora non  mai successo, diffida. Le si spalancano gli occhi, si preoccupa e spesso a Celeste non rimane altra scelta che calmarla:
"Stia tranquilla, signora Miren. Adesso la possiamo sollevare".
La sistemarono come d'abitudine sulla sedia a rotelle. Poi Celeste precedette la madre e la figlia aprendo le porte. Retta dalle due donne, Arantxa si alz in piedi. Vigore nelle gambe, non le manca. Qual  il problema?  che ha un piede equino. La dottoressa Ulacia ha pronosticato che a medio termine Arantxa, vuoi con il bastone, vuoi sostenuta da un'altra persona, sar in grado di fare qualche passo, e non esclude in assoluto la speranza di vederla camminare un giorno dentro casa.
La misero a sedere sulla tazza; subito dopo, sulla sedia speciale sotto la doccia. E Celeste si occup di insaponarla e di sciacquarla perch le viene meglio e ha pi pazienza ed , come dire?, pi dolce, cosa di cui Miren non era del tutto consapevole finch Arantxa, un giorno, non gliel'aveva comunicato per mezzo dell'iPad: "Voglio che mi faccia sempre la doccia Celeste".
"Come mai?"
Di nuovo a battere sui tasti: "Sei troppo brutale".
Non ha voce. A volte le si indovina sulle labbra una parola muta che i muscoli del volto cercano a tutti i costi di lanciare nell'aria, spingendo i conati di linguaggio che la bocca faticosamente insinua; ma da l a emettere suoni comprensibili c' una distanza per lei insuperabile. Malgrado ci, bisogna stimolare Arantxa con gli elogi. Cos consiglia la fisioterapista, cos consigliano il neurologo e la direttrice del Servizio di Riabilitazione e la logopedista.
"La elogi, Miren. La elogi continuamente. Elogi qualunque tentativo di Arantxa di parlare o di spostarsi."
Tra Miren (prendila bene, mettiti l, fa' attenzione) e Celeste l'asciugarono e vestirono, e Celeste la pettin e Miren, nel frattempo, si occup di preparare la colazione. Pettinarla  facile perch ha i capelli corti. Glieli avevano tagliati in ospedale senza il suo consenso. Che resistenza poteva opporre lei nei giorni in cui le palpebre erano l'unica parte del corpo che riusciva a muovere?
Celeste se ne and, e batterono le dieci e poi le undici.
"Bene, adesso andiamo a messa."
Arantxa si affretta a sfoderare l'iPad. La madre:
"No, lo so gi quello che stai per dirmi".
E, in effetti, glielo dice per iscritto: "Sono atea".
"Non cominciamo. Se non vuoi, non preghi. Ma non pensare di rimanere qui da sola o che io mi privo della messa della domenica per un tuo capriccio. Ti puoi dannare sia qui sia in chiesa."
E le strapp via l'iPad. Perch si faceva tardi, disse. E la port, di cattivo umore la madre, di cattivo umore la figlia, a passo vivace per strada, ma c' un motivo. Ed  che se non arriva in tempo in chiesa pu darsi che trovi il suo posto occupato, all'estremit del banco vicino alla colonna. Davanti alla colonna, accanto a lei, sistema Arantxa. E cos la sedia a rotelle non disturba il passaggio a nessuno, tiene la figlia protetta dalle correnti d'aria e lei pu chiacchierare a suo piacimento, senza sforzare il collo, con la statua di Ignazio di Loyola, che  l vicino. Dove? A met parete, su una mensola. A dire la verit, a Miren, di quello che dice il parroco, in generale, importa poco e per di pi la messa la sa a memoria. Per parlare con Ignazio, fargli promesse, proporgli accordi, rivolgergli suppliche e rimproveri (ci sono giorni che lo fa nero)  molto importante per lei. Con lui ha il doppio della confidenza che ha con Joxian.
Insomma, quello che non  disposta a fare per nessuna ragione  prendere posto con Arantxa nelle file davanti. Mai e poi mai. Arrossisce ancora pensando a quella domenica, che vergogna. La prima volta non sapeva dove sistemare la sedia a rotelle. Nel corridoio centrale? Pessima idea. Perci era andata davanti a tutti, pensando che, non essendo un posto di passaggio, la sedia non avrebbe dato fastidio. Dio, se avesse immaginato! Arantxa appena uscita dall'ospedale, Miren con la speranza di un miracolo. Ma Ges prese la mano della figlia di Giairo e le disse: "Fanciulla, alzati!" Una cosa del genere, per con una paralitica invece che con una morta. E il meno era stato che don Serapio avesse dato il benvenuto ad Arantxa, al microfono, prima di iniziare la messa, e poi, durante il sermone, l'avesse additata a esempio dell'infinita bont di Dio Nostro Signore. Quelle parole, a Miren, non erano sembrate male. La chiesa era abbastanza piena di gente, e un po' di consolazione e di incoraggiamento e di protagonismo non fanno male, eh?, e magari questa miscredente recupera anche la devozione.
Era arrivato nel frattempo il momento dell'Eucaristia, e che fa don Serapio? Che ficcanaso. Prende e scende con aria solenne i tre gradini che separano l'altare dalla zona dei banchi, si avvicina ad Arantxa e con grande affetto, serio, perfino emozionato, le d la comunione. Ges, Giuseppe e Maria! Ma se non si  confessata. Ma se questa qui non crede in Dio. Adesso, testona com', sputa l'ostia. E se le va di traverso? Insomma, all'uscita dalla messa, lungo la strada per tornare a casa, Arantxa aveva aperto la bocca ed eccola l, appiccicata alla lingua, smollata, la sacra forma, meno male. Cosa farne del corpo di Cristo? Be', niente, Miren aveva pinzato con dita attente l'ostia umida e se l'era portata alla bocca. Aveva chiuso gli occhi in mezzo al marciapiede, aveva mormorato una giaculatoria e quella era stata la sua seconda comunione della giornata. Cos'altro avrebbe potuto fare?
Trov libero il suo posto abituale. Ignazio questo, Ignazio quello. Joxe Mari, poverino, cos lontano, e tutto quello che ha fatto  stato lottare per Euskal Herria e tu lo sai. La ragazza, hai visto il panorama che ho davanti. E il piccolo non viene a trovarci e non ci chiama. Accanto a lei, Arantxa dormiva o faceva finta in segno di protesta. Contro di me! Siccome non pu gridare... E se la vedono, che importa? La benedizione di Dio Onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo, discenda su di voi. La messa fin in un batter d'occhio. Aspett che la gente uscisse. Ma quanto sono lenti, caspita. La chiesa vuota, and in sagrestia. E Arantxa? Be', mica  una tragedia se resta cinque minuti da sola.
Venne subito al dunque.
"Mi fa venire i nervi, padre. Di notte non chiudo occhio. E mi sa che  venuta a creare problemi, sicuramente, a esasperarci. Siamo vittime dello Stato e adesso siamo vittime delle vittime. Ci danno addosso da tutte le parti."
 Alla fine gli espose la sua richiesta. Andasse a parlare con lei, per favore le cavasse fuori con quali intenzioni viene ogni giorno in paese e la convincesse a non muoversi da San Sebastian.
Il parroco, che  un palpeggiatore, le mise una mano sulla spalla e le lanci una raffica di alitosi.
"Non preoccuparti, Miren. Me ne occupo io."

*****

17

Una passeggiata

 bello, vero?, avere un figlio che, malgrado i suoi molti e importanti impegni, dedica alla madre la mattina di un giorno feriale. Eccolo l, ben piantato, anche se le scarpe non si intonano ai vestiti. Gusto, quello che si dice gusto nel vestire, non ne ha. A qualcuno vengono i figli terroristi. A me  venuto medico. Perch non dirlo se  la verit? Quarantotto anni, buona posizione, casa di propriet, ma ancora senza moglie n figli. Solo, sempre solo. Non  nemmeno amante dei viaggi come la sorella. Mi domando se sar felice, se si gode la vita.
Bacio fra madre e figlio accanto agli orologi di La Concha, dove si erano dati appuntamento. Lui aveva proposto di andare alla caffetteria dell'Hotel de Londres; lei, neanche per sogno. Chiudersi in un locale con il bel tempo che c'? Xabier si guard intorno come per assicurarsi che la madre avesse ragione. E, s, il cielo terso, la brezza leggera e la gradevole temperatura autunnale invitavano a passeggiare.
"Cosa vuoi fare?"
"Andiamo di l."
E Bittori indic con il mento il paseo de Miraconcha. Non aspett il consenso del figlio, ma prese a camminare nella direzione indicata e Xabier le si mise subito accanto.
"Com' possibile che non hai ancora trovato una donna? Non me lo spiego. Sei bello, hai una professione di prestigio. Che altro? Soldi, non te ne mancano. Le donne dovrebbero venirti dietro a frotte!"
" che non ci metto la testa."
"Senti, non pensare che mi scandalizzi; ma a te, per caso, non  che piacciono gli uomini, vero?"
"A me piace il mio lavoro. Aiutare i pazienti, curare i malati, cose cos."
"Mi liquidi senza rispondere."
"Non sono adatto al matrimonio, ama. Tutto qui. Non sono adatto nemmeno alla scultura o al rugby, per non mi chiedi mai del mio rapporto con queste attivit."
Lo prese sottobraccio. Una madre che sfoggia il figlio per Miraconcha. Sulla sinistra, il traffico intenso, ciclisti nei due sensi, gente che cammina e gente in tenuta sportiva intenta a correre; sulla destra, la baia, il mare, il consueto festival acquatico di tonalit blu e verdi che rallegra lo sguardo, con luccichii sulle creste, onde, barche e l'orizzonte marino in lontananza.
Il giorno prima avevano parlato al telefono, perci a Bittori risultava che Xabier avesse fatto indagini e le portasse dei risultati, anche se ignorava quali. Su, raccontasse, che lei non poteva trattenere oltre la curiosit.
"Prima di tutto devo dirti che  l'ultima volta che lo faccio. Diffondere informazioni confidenziali sui pazienti potrebbe costarmi il posto. Stavolta ho potuto contare su una collega di fiducia, che  quella che mi ha fornito i dati; per, malgrado tutto, in queste faccende bisogna andare con i piedi di piombo."
La madre: meno chiacchiere, le dicesse una buona volta quello che lei gli aveva chiesto di scoprire. E continuano a camminare (il mare, la balaustra bianca, il monte Igueldo sullo sfondo) e lui inizia il suo racconto e dice che:
"Due anni fa, Arantxa ha avuto un ictus. Non chiedermi in quali circostanze perch non me le hanno potute chiarire. Dalle carte risulta che  stata inizialmente ricoverata nel reparto di terapia intensiva di un ospedale di Palma di Maiorca, quindi evidentemente era in vacanza sull'isola quando le  venuto l'attacco. E il problema, te l'assicuro,  stato di estrema gravit. Arantxa ha avuto quella che chiamiamo una sindrome locked-in a causa di un'occlusione dell'arteria basilare".
"Si vede che sei medico."
"Va bene, tranquilla, te lo spiego. Da quell'arteria dipende il flusso sanguigno nel sistema nervoso centrale. E, per cos dire, responsabile di una zona in cui convergono le vie che scendono verso il midollo spinale. Un'alterazione in quella zona pu lasciare tutto il corpo privo di mobilit.  quello che  successo a lei, capisci? La sua mente  diventata prigioniera di un corpo paralizzato. E anche se sente e capisce, non  in grado di reagire. Pu muovere soltanto gli occhi e le palpebre."
L'ultima persona di quella famiglia a cui Bittori avrebbe augurato del male  lei. Un giorno scendeva lungo la strada. Era gi sposata con il ragazzo di Renteria? S, ma non aveva ancora figli. E il Txato non partecipava pi alle tappe cicloturistiche e non andava pi a giocare a carte al Pagoeta con gli amici, che quello s che gli dispiaceva al pover'uomo anche se poi diceva: bah, ci sono cose peggiori. Erano comparse delle scritte sui muri. Una fra le tante: txato txibato, Txato spia. Per la rima, suppongo, ma serviva a diffamare e a fare paura. Tizio fa un poco, Caio un altro poco e, quando succede la disgrazia che hanno causato tutti insieme, nessuno si sente responsabile perch, alla fin fine, io ho soltanto fatto una scritta, io ho soltanto rivelato dove abitava, io gli ho solo detto qualche parola, magari offensiva, per, senti, sono soltanto parole, rumori effimeri nell'aria. Dalla sera alla mattina molta gente del paese aveva iniziato a negargli il saluto. Il saluto? Sarebbe stato chiedere troppo. Perfino gli sguardi gli negavano. Amici di una vita, vicini, anche qualche bambino. Cosa ne sapranno quegli innocenti? Ma  chiaro, a casa ascoltano le conversazioni dei genitori. Aveva incrociato Arantxa per strada. E niente voce bassa. A voce bella alta l'aveva detto. Chiunque fosse stato l vicino avrebbe potuto sentire.
"Quello che vi stanno facendo  una carognata e io non sono d'accordo."
Non aveva detto altro. Non aveva aspettato la risposta. Non l'aveva baciata sulle guance come in passato. Per le aveva dato una pacca di solidariet prima di proseguire il cammino. Pi o meno le aveva detto cos. Pu darsi che qualche parola fosse diversa, perch a volte la memoria ti tradisce. Ma in ogni caso aveva fatto quel gesto amichevole che Bittori non dimentica. Io dimenticare? Meglio morta.
" stata ricoverata in un ospedale di Palma con un quadro grave che ha richiesto tracheotomia, respiratore e altre cure che non c' bisogno che ti descriva perch non credo ti interessi conoscerle. Basta che tu sappia che in quegli istanti Arantxa non pu respirare n parlare n, ovviamente, alimentarsi. In sostanza, la sua vita dipende completamente dall'aiuto esterno."
Avevano ammazzato il Txato, un pomeriggio di pioggia, a pochi metri dal portone di casa. E il parroco, bel tipo, insisteva con Bittori per far celebrare i funerali a San Sebastian. Perch? No,  che l ci verr pi gente. E lei che manco a parlarne, che siamo del paese, ci hanno battezzato in paese, ci siamo sposati in paese e in paese hanno ammazzato mio marito. Il parroco aveva ceduto. Era stato officiato il funerale, avevano suonato le campane a morto, c'erano pochi paesani in chiesa, qualche politico dell'arco costituzionale, qualche parente venuto apposta e pochi altri. Dipendenti della ditta? Nessuno. Nell'omelia, neanche una parola sull'attentato. Tragico evento che ci commuove tutti. Arantxa lei non l'aveva vista, ma Xabier dice che era con il marito nei banchi in fondo. Non si erano avvicinati a fare le condoglianze, per erano l, non come tanti altri. E Bittori non dimentica neanche questo.
Intanto madre e figlio arrivarono al tunnel del Antiguo e che facciamo? Decisero di tornare indietro. Xabier, esplicativo, sebbene semplificando e riassumendo per farsi capire. Bittori, con l'aria pensosa, fissava, oltre la citt, le montagne e le nuvole lontane e spaziate, immagini che non aveva mai visto, che vedeva adesso per la prima volta: Arantxa intubata, Arantxa che diceva s o no con l'unico aiuto delle palpebre. Se lo meritano. Be', questo no, lei no, lei proprio no.
"Ama, mi sa che non mi stai ascoltando."
"Vieni a pranzo a casa?"
"Non posso."
"Hai un appuntamento? Come si chiama la fortunata?"
"Si chiama medicina."
Nel migliore dei casi, secondo Xabier, Arantxa un giorno potr deambulare dentro casa con il bastone o assistita da altre persone. Mangia da sola, anche se conviene che non rimanga senza sorveglianza mentre ingerisce bevande e cibo, e non si esclude che in futuro potr riprendere la fonazione.
"Potr che?"
"Emettere suoni."
Al di l di questi obbiettivi, e per quanto impegno lei metta nella riabilitazione (e in effetti, a quanto dicono, ce ne mette), Xabier non credeva che la paziente potesse pi avere quella che chiamiamo una vita normale.
E sul punto di separarsi accanto agli orologi di La Concha:
"Non dovevi darmi i risultati delle analisi del sangue?"
"Ah, meno male che me l'hai ricordato. Me lo stavo quasi per dimenticare. Alcuni valori non mi piacciono, perci ho chiesto ad Arruabarrena di farti un controllo. Senza fretta, eh? Una cosa di routine. Per essere sicuri, sai. Per il resto, sei una quercia."
Si baciarono, si salutarono. Vicino a loro passavano biciclette, carrozzine con bambini, passeri urbani.
"E questo Arruabarrena, chi ?"
"Un amico e uno dei migliori specialisti che abbiamo."
Lo guard allontanarsi. Sapeva, intuiva, che dopo pochi passi si sarebbe voltato. Per curiosit, per abitudine, per esaminarla? E cos accadde. Bittori, che non si era mossa, con voce serena:
" un oncologo, vero?"
Xabier annu. Fece un gesto come per togliere drammaticit alla faccenda. Si allontan fra le file di tamerici, un po' con la schiena curva, forse perch, siccome  alto,  abituato a guardare in basso quando parla con la gente. Sembra impossibile che un uomo come lui sia ancora scapolo. Sar perch si veste con poco gusto?

*****

18

Vacanze su un'isola

No, queste cose non succedono perch devono succedere o, come diceva sua madre, perch Dio o sant'Ignazio, in rappresentanza di Dio, cos hanno voluto. Che sfortuna, perch proprio a me?, eccetera. Aveva tutto il rosario delle lamentazioni dei perseguitati dalle avversit (ah ah ah: non essere cinica, ragazza) straripetuto in testa.  una volta aveva scritto sull'iPad a Gorka, il fratellino triste, o semplicemente spaventato?, se, visto che era uno scrittore, non gli andava di scrivere la sua storia. A Gorka era venuta un'espressione d'allarme negli occhi e si era affrettato a rispondere che lui scriveva soltanto libri per bambini. Arantxa gli aveva mostrato di nuovo lo schermo: "Un giorno la scriver io e racconter tutto". Non era la prima volta che annunciava, a mo' di minaccia?, quel proposito.
In quelle occasioni, Miren dava in escandescenze.
"Ma cosa scrivi se non riesci nemmeno a lavarti i denti da sola? E a che scopo? Per raccontare a tutto il paese le disgrazie di casa nostra?"
Li guardava (in cucina, domenica, pollo arrosto) dalla sedia a rotelle, pi lucida (non ti dare arie, ragazza) di tutti loro messi insieme. Che famiglia di ingenui! Il padre invecchiato, rugoso di tristezza, una macchia di unto sul petto della camicia, senza capire da vent'anni niente di quanto gli succede intorno. Suo fratello Gorka che vive, nascosto?, a Bilbao e passa lunghi periodi senza dare segni di vita. L'altro fratello assente, che non c' ma  come se ci fosse, perch spunta di continuo nelle conversazioni; quello forte della famiglia, che marcisce in carcere, da quanti anni?, non me lo ricordo pi. E l'ama, che ha approssimativamente la stessa sensibilit e la stessa empatia del tubo di scappamento di una moto; anche se cucina bene, va detto. E vedeva il padre e la madre impegnati nella masticazione, silenziosi, le facce chine sui rispettivi piatti, e le saliva pian piano un flusso di amarezza, o era di rancore?, lungo il petto fino in gola (controllati, ragazza) e chiudeva gli occhi e viaggiava di nuovo con la macchina a noleggio per quel tratto di strada fra i pini, pochi chilometri prima di arrivare a Palma.
Erano in vacanza a Cala Millor. Chi? La madre e la figlia. Due settimane di agosto in un albergo economico senza vista sul mare, ma nemmeno lontano dalla spiaggia. Endika, allora diciassette anni, non era voluto andare con loro. No e poi no. La piccola non  che avesse molta voglia, ma Arantxa l'aveva convinta con promesse di divertimento, un po' di ricatto sentimentale e l'acquisto di una macchina fotografica nonostante i brutti voti a scuola. L'importante, per Arantxa, era togliersi di torno Guillermo. Se ne sarebbe andata in qualunque posto da sola, ma si sentiva in colpa a lasciare i bambini alla merc del padre. Il matrimonio? Bah, quello non lo si pu chiamare matrimonio. Un litigio dietro l'altro. Giorni e giorni senza rivolgersi la parola, scambiandosi sguardi di disprezzo, di odio, di disgusto, quando non c'era altra scelta che guardarsi. Ma i figli. Ma i vincoli economici. Ma la casa comprata insieme. E i parenti, cosa diranno? Arantxa aveva deciso di non lasciarsi piegare, anche se in fondo sentiva una grande insicurezza, sul serio, e lui usciva con una tipa e non lo nascondeva.
"Siccome ti rifiuti di scopare, da qualche parte devo pur infilarlo."
Cos. Davanti ai bambini. E se non davanti, con i bambini vicino, da dove certamente potevano sentire le aspre accuse, gli aspri rimproveri, le urla aspre.
Ainhoa, tredici anni:
"Dai, ama, preferisco starmene qui con le mie amiche".
"Te lo chiedo per piacere."
Ed erano andate loro due da sole. Guillermo le aveva portate all'aeroporto con la sua macchina. Ainhoa aveva chiesto della musica e lui l'aveva messa a tutto volume. Per non dover parlare, suppongo. E alla fine ci aveva lasciato le valigie a terra, aveva baciato rapidamente la figlia, aveva detto buon volo, non si sapeva se a loro o alle nuvole, perch aveva parlato guardando in alto come un santo nelle immaginette, e si era subito rimesso al volante. Non aveva avuto neppure la gentilezza di accompagnarle con i bagagli al banco del check-in.
Io, concentrata sulle mie cose, dritta verso la vigliaccata che mi aspettava fra i pini di Maiorca, proprio quando pi mi stavo godendo qualche giorno di relax, senza lacrime, n rabbia, n litigi; la compagnia della figlia, il sole, l'acqua del mare e qualche corteggiamento erotico con uno straniero alloggiato nello stesso albergo. Pi che altro per sentire di nuovo il vecchio solletichio e per risarcirsi delle umiliazioni di Guillermo, che si atteggiava a stallone e a Casanova, e in realt a letto era soltanto un maialino che a malapena vibrava.
Avevano superato Manacor, si erano lasciate alle spalle altri paesi. Sintomi? Nessuno. L'auto che avevano noleggiato se la raffigurava nel ricordo, mentre mordicchiava un petto di pollo che la madre le aveva tagliato a pezzi piccoli, come una bolla di felicit. Lei, al volante; Ainhoa, con gli occhiali da sole sul sedile accanto, a scambiare con il cellulare messaggi nel suo pessimo inglese (se mi dessi retta e studiassi) con un ragazzo tedesco che aveva conosciuto sulla spiaggia e del quale si era perdutamente innamorata. Che bello  l'amore a quell'et. E i pini sullo sfondo, sotto il cielo azzurro del mattino, gi pronti a farle scoppiare la bolla.
Non sente le gambe. Ed era riuscita, non sapeva come, a fermare la macchina in mezzo alla strada, a meno che l'auto non si fosse fermata da sola approfittando del fatto che l la strada era un po' in salita e Arantxa, appena aveva potuto, aveva tirato il freno a mano, perch le mani s che le poteva muovere, cos come poteva pensare e parlare e vedere e respirare e, in realt, non le faceva male nulla.
"Ama, che fai? Perch ti fermi?"
"Scendi e chiedi aiuto. Mi sta succedendo qualcosa."
Venerd. Che sfortuna, figli miei, perch doveva succedere proprio a me? Lo diceva nell'ambulanza. Un operatore sanitario le faceva domande. Per mantenerla cosciente? Lei rispondeva, distratta. Quasi tutto lo spazio dei suoi pensieri lo prendevano i figli, il lavoro da commessa, il futuro, per prima di tutto i figli, ancora cos giovani, che ne sar di loro senza di me? Sabato, domenica. Arantxa sempre pi tranquilla, convinta: si risolver soltanto in un brutto spavento. Ainhoa, isterica, che si comportava male. Cio? Primo, che non voleva andare in un albergo di Palma n tornare da sola a Cala Millor; secondo, che adesso quell'isola le sembrava una prigione e voleva tornare a casa con il primo aereo. Le avevano permesso di dormire in ospedale, su una sedia accanto alla madre. Guillermo, irrintracciabile. Endika, chiss dov'era. A casa, ovviamente, no. Spero che non combini casini. E alla fine il luned il medico aveva parlato di dimetterla il giorno dopo, aveva dato consigli con voce sicura, aveva suggerito che Arantxa si sottoponesse a un controllo approfondito nella sua citt. Cos lei aveva detto al telefono alla madre e poi a Guillermo che non c'era bisogno che andassero a prenderla a Maiorca, che sarebbe tornata con Ainhoa com'era previsto. Aveva perfino deciso di passare a Cala Millor i cinque giorni di vacanza che ancora le rimanevano. Ainhoa:
"Io qui mi annoio".
"E il ragazzo tedesco? Non lo saluti?"
Di colpo, il ragazzo tedesco, che andasse affanculo.
"Non parlare cos, ti sentono."
Un'ora e mezza dopo, con il buio, Arantxa giaceva intubata in terapia intensiva. Le era venuto il secondo ictus, quello forte, tra dolori in-sop-por-ta-bi-li. Sentiva tutto. Il dottore, le infermiere. E non poter rispondere le dava molta angoscia. Dio mio, che momento, la terrorizzava pensare che la mettessero in una bara credendola morta e la seppellissero viva.
"Ehi, bella, si pu sapere perch non mangi?"
Apr gli occhi. Sembrava sorpresa, perfino stupita, di vedersi la madre di fronte e il padre sulla sinistra, con le labbra unte, che attaccava con voracit una coscia di pollo.

***** 

19

Disaccordo

Ma che caldo che fa da queste parti. Miren pensava che il mare rinfrescasse le isole.
"No, amona."
"Fa lo stesso caldo di quando vado a trovare Yosaba Joxe Mari."
Il viaggio? Un disastro. Era atterrata a Palma con cinque ore e mezza di ritardo, dopo un'attesa interminabile, orribile, eccetera, all'aeroporto di Bilbao. Aveva sopportato la sete, aveva continuato a sopportarla finch aveva potuto, ma alla fine non le era rimasta altra scelta che fare una spesa imprevista. Si era presa una bottiglietta di acqua minerale naturale perch il budget non permetteva lussi e d'altro canto non le andava di bere dal rubinetto dei bagni. Mi sarebbe sicuramente venuta la diarrea. Si era illusa di placare la sete con quello che le avrebbero servito in aereo, ma il tempo passava (un'ora, poi l'altra...) e lei sentiva come se una manciata di sabbia le ingorgasse la gola. Perci, niente, era andata al bar e aveva chiesto, brusca, come arrabbiata, la sua modesta consumazione.
Cosa stava succedendo? Che tutti gli aerei decollavano tranne il suo. Gli altoparlanti, l'unica cosa che facevano era annunciare altri voli (diretti a Monaco, Parigi, Malaga, imbarco al gate numero...) e uscirsene ogni due per tre con la tiritera di non lasciare incustoditi i vostri oggetti personali.
Perci aveva domandato qui e l ai viaggiatori che aspettavano come lei nella zona d'imbarco. Senta, scusi. E tra il fatto che alcuni erano stranieri e gli altri erano disinformati quanto lei, non trovava il modo di scoprire perch, vediamo, se l'aereo  attaccato alla passerella, con le valigie dentro, non ci fanno salire a bordo.
E mia figlia laggi, in ospedale. Adesso non guardava pi l'orologio con il nervosismo che aveva avuto fino ad allora, ma con un inizio di rassegnazione e di rabbia lenta, e aveva deciso (caldo, sudore) di salire al piano di sopra per porre rimedio alla sete. Cos, l'aveva fatto e aveva tirato fuori dal bicchiere la fetta di limone e l'aveva assaporata e per ultimo aveva mordicchiato il bianco della buccia, perch l'assillava anche la fame.
All'uscita dal bar aveva visto arrivare di fronte a lei due guardie civili. Aveva notato le uniformi, non i volti.  un brusco riserbo e un'invincibile ripugnanza l'avevano spinta a fermarsi accanto alla ringhiera. Da vicino, aveva scoperto che erano due guardie giovani, un uomo e una donna. E siccome camminavano chiacchierando, li aveva guardati senza dissimulazione. Che faccio? I txakurras sicuramente lo sanno. Da vicino, l'avevano sconcertata naturalezza/sorriso/capelli biondi di lei, con la coda che spuntava da dietro il berretto. Si era guardata in giro. Magari c' gente del paese e facciamo la frittata. E si era azzardata: scusate. Aveva domandato a lei. Non ha la faccia da torturatrice. E l'agente, in un tono cordiale che aveva anch'esso sconcertato Miren, le aveva detto che l'aeroporto di Palma di Maiorca era chiuso.
"Come, chiuso?"
Aveva risposto lui:
"S, signora. E perch c' stato un attentato contro due colleghi. Ma non si preoccupi. Probabilmente si tratta di una misura provvisoria e potr partire".
"Ah, bene, bene."
Ed era arrivata a Palma. La citt l in basso, trasformata in punti luminosi, che nero il mare e, in lontananza, un ultimo rimasuglio del chiarore violaceo del tramonto. Troppo tardi per andare da Arantxa in ospedale. Ainhoa la stava aspettando all'aeroporto, come d'accordo.
"Allora?"
"La ama sta molto male, ha tubi da tutte le parti."
"Poteva venire il tuo aita al posto mio. Questo scherzetto mi coster un sacco di soldi."
"Ha detto che viene luned e il giorno dopo mi porta a casa."
"Ah, non pensa di rimanere? Che faccia tosta. Tutta la fatica e le spese a me."
"Amona, non voglio che parli male del mio aita."
Un'infermiera, Carme, molto in gamba, si era occupata di Ainhoa nei primi giorni, fino all'arrivo di Miren. Le aveva detto, consolatoria, affettuosa, di non preoccuparsi, che l'avrebbe aiutata lei. E l'aveva portata in macchina a prendere i bagagli all'hotel di Cala Millor. Lungo la strada, spiegazioni sulle condizioni di sua madre e parole di incoraggiamento.
"Devi volerle molto bene."
L'aveva accolta nella sua casa di Palmanova, dove viveva con i due figli piccoli e un marito grasso cos, che quel tipo pesava almeno centocinquanta chili. Per me, prima di ingrassare, sicuramente era bellissimo con quegli occhi azzurri. Veniva dalla Germania, aveva la faccia leggermente rossa (be', abbastanza rossa) e quando parlava con me gli si sentiva l'accento. Ai bambini parlavano lui in tedesco, lei in quell'euskera che hanno a Maiorca.
Dopo la conferma della data in cui Miren sarebbe arrivata a Palma, Carme aveva prenotato per la nonna e la nipote una stanza doppia in una pensione, lontana dalle zone pi propriamente turistiche, lontana anche dall'ospedale, ma cosa ci possiamo fare. Aveva seguito le istruzioni che le aveva dato Miren al telefono.
"Senta, che non costi troppo perch non siamo ricchi."
"Far quello che posso."
L'aveva fatto? Abbondantemente. Pernottamento senza colazione, senza vista sul mare, su una strada rumorosa, lontano dal centro, ma economico, proprio quello che Miren voleva in caso di soggiorno prolungato. Si preoccupava pensando alle spese che avrebbe dovuto affrontare. E come ci portiamo via Arantxa se c' di mezzo il mare? Ignazio, per favore, tirami fuori da questa situazione, ti prego. E Guillermo? Perch non se ne occupava lui, che  il marito? No,  che ha da lavorare. No,  che il suo capo. No,  che prima di qualche giorno io non... Scuse.
Ainhoa le raccont che l'attentato era successo vicinissimo all'appartamento di Carme e che aveva tremato tutta la casa. In salotto era caduto un quadro dal muro. Si erano rotti il vetro di protezione e anche una lampada che stava sotto, e il marito grasso di Carme si era messo a inveire nella sua lingua e i bambini piangevano spaventati dal fracasso e Ainhoa pensava anche dalle urla del padre. Carme e Ainhoa erano appena tornate dall'ospedale. Si erano messe d'accordo che avrebbero preparato insieme la cena quando era risuonata l'esplosione a pochi isolati da li. Dove? Dalla radio avevano saputo che era stata davanti alla caserma della Guardia Civil. Subito si era sentita una confusione di sirene e c'era come uno strano odore nell'aria.
"Sai una cosa, amona? Ieri, alla stessa ora, ero passata con Carme, nella sua macchina, da quella strada. Pensa se la bomba scoppiava quando c'eravamo noi."
"Non parlare cos forte, c' gente."
Ainhoa, gli occhi spalancati, si lasciava trasportare dall'entusiasmo.
"Una vicina ci ha raccontato che i pompieri hanno dovuto tirare gi da un albero dei pezzi di un corpo."
"Vabbe', dai, stiamo mangiando."
Erano in un bar, non lontano dalla pensione, a farsi un panino.
"Devi capire che a me tutto questo problema di tua madre mi coster un sacco di soldi. Perci devo stare molto attenta a quello che spendo. Domani compriamo delle cose in un supermercato e ce le facciamo fuori in camera, anche fredde. Di fame non moriremo, eh?"
Ainhoa, tornando alle sue cose:
"Non mi piace che ammazzino. Qui siamo molto lontani da Euskal Herria. Che colpa ne hanno quelli che vivono qui di quello che succede l?"
"Senti, siamo venute a cenare o che?"
"La bomba sarebbe potuta scoppiare quando c'eravamo Carme e io."
"Questo non succede, perch loro guardano bene quando si deve verificare l'esplosione. Che ti credi, che mettono bombe a chiunque? Hai mai visto che ne scoppia una in una scuola o in un campo di calcio pieno di gente? Le bombe sono per difendere i diritti del nostro popolo e le mettono al nemico. Agli stessi che hanno torturato Yosaba Joxe Mari e che ancora lo torturano in carcere. Se non capisci questo, non so cosa puoi capire."
Miren fissava la nipote. La nipote guardava a destra, a sinistra, ma non la nonna negli occhi. Erano sedute al tavolo, in un angolo, e la ragazzina, quindici anni, mordicchiava senza voglia il panino.
"Neanche al mio aita piace che ammazzino."
" il tuo aita che ti ha messo in testa queste idee."
"Non so niente di idee, amona. L'unica cosa che dico  che non mi piace che ammazzino."
"Ammazzano e vengono ammazzati. Le guerre sono cos. Neanche a me piacciono le guerre, ma cosa vuoi? Che continuino a massacrare il popolo basco per i secoli dei secoli?"
"La gente buona non uccide."
"Certo, anche questo te l'ha detto Guillermo."
"Questo lo dico io."
"Quando sarai grande, capirai. Su, finisci il panino e andiamocene, che ho gi avuto una giornata abbastanza movimentata e adesso non ce la faccio a sopportare queste stupidaggini."
Allora Ainhoa, come parlando tra s, disse/mormor, la voce rotta da un accenno di pianto, che non aveva pi fame e lasci il resto del panino, pi di met, nel piatto. Neanche Miren, l'espressione dura, fin di mangiare il suo.
*****


20

Lutto prematuro

Il sabato mattina, Ainhoa ebbe una grande delusione. Grande  poco: enorme. Non era la prima dall'arrivo della nonna, con cui non va del tutto d'accordo. Secondo Guillermo:
"Chi pu andare d'accordo con una donna di marmo?"
La delusione del sabato fece male ad Ainhoa pi di un ceffone. Prima di uscire per andare in ospedale, chiese all'amona se le comprava una ricarica per il cellulare. A Miren si disegn in faccia una smorfia cupa non appena sent la parola comprare. E poi: siamo gi in ritardo, ma dov' che si compra, quanto costa. E appena la ragazzina, con la sua voce pi dolce, disse il prezzo, Miren le disse no e poi no, e subito dopo, lungo la strada, le elenc le spese che stava affrontando.
"Senti, per passare il tempo a chiacchierare con le amiche puoi aspettare, visto che marted te ne vai. Che fortuna. E io qui a badare a tua madre." 
"L'aita me l'avrebbe comprata sicuramente, la ricarica."
"Ma io non sono la tua ama."
Miren continu a parlare e si lamentava e non smetteva di lamentarsi, mentre Ainhoa, risentita, guardava qui e l, gli altri passeggeri dell'autobus, le case e i passanti, ma non la nonna, rifiutandosi ostentatamente di rivolgerle la parola.
Dall'ospedale, quando era da sola, lo raccont al telefono al padre. Aita, succede questo, non ti potr chiamare eccetera. Lui:
"Resisti fino a luned".
E si misero d'accordo per incontrarsi quel giorno a una certa ora nella hall dell'albergo dove Guillermo aveva prenotato la stanza. Con molto anticipo, Ainhoa lo stava gi aspettando tutta seria, con le sue cose in una valigia, perch per nulla al mondo voleva tornare alla pensione.
E Miren, cosa disse? Che poteva dire? Be', che il padre e la figlia le avevano giocato un brutto tiro. Arrivando verso le otto di sera in camera e accorgendosi che i vestiti della nipote non erano nell'armadio, cap cos'era successo. Bene, meglio. Pi spazio per me e meno spese.
Guillermo scese da un taxi all'ingresso dell'albergo. La ragazzina, felice, usc di corsa ad abbracciarlo. Domande, risposte, parole rapide e alla fine un altro abbraccio, come se lui dicesse: tranquilla, ora ci sono io, adesso andr tutto bene; e lei:  stato orribile, meno male che sei arrivato. Di Arantxa parlarono a malapena. Guillermo aveva chiesto tutti i giorni al telefono informazioni sul suo stato, il che contraddiceva la convinzione di Miren:  uno snaturato, sua moglie non gli interessa. Lui si limit a chiedere alla figlia se c'erano novit e Ainhoa disse di no, che l'ama era sempre intubata, per:
"Credo che non si muover mai pi".
Salirono in camera e Guillermo fece una doccia e poi padre e figlia uscirono a passeggiare per il centro di Palma ed entrarono nei grandi magazzini e Ainhoa compr la sua ricarica per il cellulare e, prima di rientrare, cenarono nel dehors di un ristorante affacciato sul porto.
"Sono stufa di banane e panini."
Gli alberi delle barche si stagliavano contro la luce del tramonto. Soffiava un po' di brezza che rendeva estremamente piacevole stare l. Si vedevano sorrisi e visi abbronzati e signore eleganti e passeri a terra in attesa di una carit commestibile. Ainhoa chiese al cameriere una seconda e poi una terza Coca-Cola per recuperare, disse, quelle che la nonna le aveva negato nei giorni precedenti.
"Aita, domani preferirei non venire in ospedale.  che non voglio vedere l'amona. Vai tu e io ti aspetto in albergo, e nel pomeriggio prendiamo tranquillamente l'aereo. Tanto l'ama non capisce."
Quell'aereo non c'era. Cosa? Cambio di programma. La ragazzina non capiva. Era la prima volta che Guillermo veniva a Maiorca e, ovviamente, voleva approfittarne. Il suo capo gli aveva dato un permesso fino al gioved.
"No, aita."
Gesti per richiedere calma.
"Domani andr da solo in ospedale. Spero che qualche medico mi chiarisca che tipo di futuro aspetta l'ama. Non mi fa n caldo n freddo incontrare o no l'amona. Per se la vedo e se ci si pu parlare in maniera pacata, cosa di cui dubito, le spiegher il futuro che aspetta me e che tu ed Endika gi conoscete. Finita la visita, passer a prenderti e a partire da quel momento avremo due giorni per fare quello che ci passa per la testa. Possiamo fare il giro dell'isola, andare in barca. Insomma, quello che ti va. Solo divertimento, te lo prometto. Ah, e senza farlo sapere a l'amona perch nemmeno io ho voglia che ci rovini l'esistenza."
Tubi, respiratore, sonde, cavi, apparecchi e, nel letto, il corpo immobile, gli occhi aperti. Guillermo, camice da chirurgo, copriscarpe di plastica, allung il collo fino a introdurre il volto nel campo visivo di Arantxa. Reazioni? Nessuna. Nemmeno quando la baci sulla guancia. Solo un leggero battito di palpebre. Che non arrivarono a unirsi. A bassa voce (gli avevano dato istruzioni al riguardo) le disse che era venuto a occuparsi di Ainhoa, ma era come se stesse parlando a una statua. E le disse anche che gli spiaceva molto per quello che era successo. Perch non si sa mai, le orecchie ce le ha e chiaramente era sveglia.
"Mi senti?"
Niente. A mo' di prova, allontan piano il viso e s, lei lo segu un pochino, non molto, con gli occhi. Allora Guillermo, non escludendo che Arantxa lo ascoltasse, la ringrazi per gli anni passati insieme, per i figli in comune e i momenti belli; le chiese perdono per quelli brutti, e inizi a prodigarle certe manifestazioni di sussurrato e compassionevole affetto quando la suocera, sopracciglia corrucciate, entr nella stanza. Per la verit il regolamento prescriveva che i visitatori entrassero uno alla volta attenendosi agli orari di visita, ma le infermiere non dovevano averla vista.
Miren attacc con i rimproveri. Il primo per la camicia nera.
Se portava il lutto prima del tempo. Si dava il caso che lui, pantaloni grigi, mocassini neri, aveva deciso di vestirsi di scuro dopo che la figlia gli aveva raccontato, giorni prima al telefono, che un prete aveva dato all'ama l'estrema unzione. E lui, francamente, pensava che Arantxa potesse morire da un momento all'altro. Cos, senza malafede, aveva messo in valigia degli abiti scuri. E poi lui cosa ne sapeva, se si era sempre fatto vestire da Arantxa, che gli comprava le cose, che gli indicava ogni giorno cosa doveva mettersi.
La faccenda interessava cos poco Guillermo che non si prese la briga di difendersi dagli attacchi verbali della suocera. Dio, che faccia da incazzosa. Non la guardava neanche. Per la vecchia dagli e ridagli, infrangendo la norma di parlare a bassa voce. E ci fu un momento in cui le accuse salirono di tono, entrarono nel terreno economico/sentimentale, e a quel punto Guillermo, quello no che non poteva permetterlo, decise di affrontarla. E disse questo e quell'altro, sereno, senza urlare, senza parolacce. E anche, per concludere:
"La mia separazione definitiva da Arantxa non ha niente a che vedere con quello che  successo. Noi due l'avevamo gi deciso. I nostri figli lo sanno e lo accettano. Perci, non dirmi che taglio la corda n che appioppo a te il pacco. Un po' di rispetto. Se non per me, almeno per tua figlia, che io non chiamerei mai pacco. Tu, s".
Le lanci due banconote da cinquanta euro.
"Prendi, per le spese che ti  toccato sostenere per mia figlia."
E se ne and.

***** 

21

La migliore di tutti loro

Si ricord della propria promessa: se avesse scoperto nuovi particolari, glieli avrebbe puntualmente comunicati. E in effetti era successo. Cos, in un momento libero dal lavoro, si chiuse nel suo ufficio e la chiam.
Sopra la scrivania, un computer, carte, questo, quell'altro e una foto con la cornice d'argento. Suo padre. Lo sguardo del suo defunto padre, diretto, limpido, buono, con una sfumatura di ammonimento accentuata dalla curva delle sopracciglia: ti proibisco di essere ingiusto. Il viso di un uomo laborioso ed efficiente, con poche idee ma chiare, e un istinto infallibile per gli affari.
Sua madre non rispondeva al telefono. Sar in paese? Lasci che il telefono suonasse a lungo. Quattordici, quindici squilli. Se  necessario, l'intera giornata. Fino a quando la madre avesse capito che non la chiamavano per sbaglio n perch la compagnia telefonica stava facendo un'indagine fra gli utenti n perch il furbetto di turno cercava di venderle il paradiso sotto forma di un vantaggioso (per chi?) contratto, ma perch era lui, forza, lo so che ci sei. Sedici squilli. Li contava dando ogni volta un colpetto sul blocco per gli appunti con la punta della penna e in quell'istante la madre rispose.
Una voce sussurrante, sospettosa:
"S?"
"Sono io."
"Che c'?"
Se si ricordava di Ramn.
"Quale Ramn?"
"Ramn Lasa."
"Quello che guidava l'ambulanza?"
"La guida ancora."
Be', questo Ramn Lasa, che  un tipo tranquillo, nazionalista, per senza mettersi nelle rogne, anche se non vive pi in paese ci va spesso a trovare la famiglia e anche perch  ancora socio di un circolo gastronomico di l. Xabier l'aveva incontrato al bar dell'ospedale. Sicuro sa qualcosa. E senn, che importa. Provare non costa nulla. Si era avvicinato a fargli qualche domanda, come se vedendolo accanto al bancone, mentre rigirava il caff con il cucchiaino, l'avesse punto all'improvviso la curiosit.
"Ti ricordi di Arantxa?"
"Ma certo, poverina. Viene di pomeriggio in fisioterapia. L'ho anche portata io qualche volta."
A sua madre:
"Per non fargli sospettare che sto facendo indagini, gli ho detto che mi avevano da poco raccontato che Arantxa aveva avuto un ictus e ho buttato l qualche particolare: Maiorca, l'estate del 2009, mi hai capito. Niente che lui non sapesse. E quanto mi dispiace, sai. Il che  vero perch francamente, di tutti loro, lei era la migliore".
"La migliore? L'unica buona."
"Quello che volevo era spremere informazioni a Ramn facendo finta di niente."
"Vabbe', taglia. Che gli hai cavato fuori?"
Be', un paio di dettagli che in paese non erano un segreto per nessuno. Prima di tutto: appena lei  rimasta com' rimasta, il marito se l' squagliata. Il verdetto popolare espresso per bocca di Ramn Lasa: un mascalzone senza attenuanti.
"La cosa delle attenuanti non l'ha detta lui. Puoi credermi se ti dico che si deduceva dalla violenza con cui ha pronunciato la parola mascalzone. Mi ha raccontato che, oltretutto, il tipo ha l'affidamento dei figli. O meglio, della figlia, perch il ragazzino ha compiuto i venti."
"Vive con il padre?"
"Non gliel'ho chiesto."
"Male."
Alberto (in realt Guillermo, ma non gli ho detto niente per non far vedere che so pi di quello che sembra) vive con un'altra. Se  sposato o no, questo Ramn non lo sapeva per certo, perch non gli risulta neanche che abbia divorziato da Arantxa, ma in ogni caso, non si fa mai vedere in paese. I figli s, quando vanno a trovare la madre.
E aveva aggiunto:
"Sei molto interessato a sapere se hanno divorziato? Perch mia madre lo sa sicuramente. Se vuoi, la chiamo. A quest'ora sar gi in piedi".
"No, lascia stare. E solo che ho saputo da poco di quello che  successo alla povera Arantxa e sono rimasto di sasso."
C'era dell'altro. Quell'Alberto (e dagli: Guillermo, caspita) aveva venduto la casa di Renteria e aveva dato ad Arantxa la sua parte. Avevano anche fatto una colletta in paese, con salvadanai nei bar e nei negozi, e con una lotteria e una partita di calcio benefica e Ramn non sapeva con cos'altro, ma il punto era che molta gente aveva aiutato a pagare il trasferimento di Arantxa dall'ospedale di Maiorca e la sua successiva permanenza in una clinica specializzata in Catalogna.
Xabier guard il padre dritto negli occhi. Sii giusto, sii onesto, sii integro qualunque cosa succeda, qualunque cosa dicano. La madre taceva.
"Mi stai ascoltando?"
"Vai avanti."
"Ramn non mi ha detto il nome della clinica n io gliel'ho chiesto per non rivelare i miei stratagemmi da detective. Non ce n'era neppure bisogno. Non  stato difficile scoprire che Arantxa  stata ricoverata per otto mesi all'Instituto Guttmann. Ti spiego in breve.  un centro di Badalona specializzato nella cura e nella riabilitazione di pazienti con lesioni midollari e danni cerebrali. Il migliore che esista. Per,  chiaro, tutto questo comporta costi che sono al di sopra delle possibilit economiche di quella famiglia."
" da quando li conosco che hanno problemi di soldi. E tuo padre qualche volta li ha aiutati sottobanco, senza aspettarsi  niente in cambio. E hai visto come ci hanno ripagato."
"La cosa sicura  che Arantxa  stata seguita al Guttmann fin quando alla fine  potuta tornare in paese e adesso fa la neuroriabilitazione da noi."
"Qualcos'altro?"
"E tutto. Ieri sei passata dallo studio di Arruabarrena? Cosa ti ha detto?"
"Uh, me ne sono scordata. Non so dove ho la testa."
" importante che ti visiti."
"Importante o urgente?"
"Importante."
Si salutarono, anime dolenti, con freddo affetto, con affettuosa freddezza. E Xabier, camice bianco, fiss lo sguardo sui puntini di inchiostro che riempivano il primo foglio del blocchetto per gli appunti. Poi guard gli occhi del padre, non essere ingiusto, bada all'ama da parte mia,  e oltre la scrivania, la porta bianca che un pomeriggio, molti anni prima, quanti?, dodici o tredici, si era aperta ed era apparsa lei, con l'aria afflitta, ferma sulla soglia.
"Vengo a dirti che sono la sorella di un assassino."
L'aveva invitata a entrare, ma Arantxa l'aveva gi fatto per conto suo; a sedersi, ma lei si era rifiutata.
"Immagino che ve la starete passando malissimo. Mi spiace davvero, Xabier. Barkatu."  
Al labbro inferiore le era spuntato un accenno di tremito. Forse per questo parlava cos in fretta, perch il pianto non le spezzasse la voce.
Visibilmente nervosa, Arantxa aveva parlato di solidariet, di pena, di vergogna, e nel frattempo aveva appoggiato sulla scrivania, bruscamente, un oggetto verde e dorato che Xabier l per l non aveva riconosciuto. Sbalordito, impacciato, aveva avuto come un sospetto. Aveva perfino tirato il corpo un po' indietro, pensando/temendo che quel gesto contenesse violenza. Era un semplice braccialetto di bigiotteria, un giocattolo per bambini.
"Me l'ha comprato tuo padre quando ero piccola, alla festa del paese. Eravamo tutti in strada, tu non te ne ricorderai, e il Txato ne aveva comprato uno simile a Nerea. Mi ero ingelosita. Ne volevo uno anch'io. Mia madre, no, niente da fare. Allora il Txato, senza dire niente a nessuno, mi ha portata dal nero che li vendeva e mi ha comprato questo braccialetto. Sono venuta a restituirtelo. L'ho trovato a casa e non mi sento degna di tenerlo. Lo darei a Bittori, ma non ho il coraggio di guardarla negli occhi."
Xabier, uomo distante, arroccato nel suo aplomb, aveva fatto un gesto di approvazione ed era finita cos. Nemmeno una parola. Soltanto quel gesto, come a dire: bene. O forse: lo capisco, tranquilla, non ho nulla contro di te.
Giorni prima, il Tribunale Nazionale aveva condannato Joxe Mari a 126 anni di carcere. Xabier l'aveva saputo da Nerea, che l'aveva sentito alla radio. Erano stati incerti se dirlo alla madre. A Xabier sembrava un po' sporca nasconderglielo e l'aveva chiamata; ma Bittori ne era gi al corrente.
Poi erano passati gli anni. Xabier fa fatica a contarli ed  ancora qui, nel suo studio. Ha parlato poco fa con la madre, ha guardato la porta, ha aperto un cassetto su un lato della scrivania, dove conserva, non sa perch, il braccialetto di plastica di Arantxa accanto a una bottiglia, gi iniziata, di cognac.

*****

22

Ricordi in una ragnatela

Questo non lo sa nessuno tranne me. E lei? Be', forse lei, se il danno cerebrale non le ha svuotato la memoria, ricorda quel bacio. A meno che a quei tempi non ne desse tanti e a tanti ragazzi da perdere il conto, o che quella sera non avesse bevuto troppo alcol per sapere cosa faceva e con chi.
La verit  che queste ragazze, oggi donne quarantenni, quando s'incapricciavano di qualcuno non avevano freni, mentre noi ragazzi eravamo degli ingenuotti in questioni erotico-amorose, almeno io. Quello che Arantxa sicuramente ignora  che lei  stata la prima ragazza a baciare Xabier sulle labbra.
Alla fine della giornata di lavoro, si era chiuso come al solito in studio. Sul tavolo, la foto del padre, la bottiglia di cognac. E passava al setaccio con calma malinconica i dettagli dell'arredamento, del soffitto e delle pareti alla ricerca di ricordi.
Sarebbe gi potuto andare via; per in casa, un giorno feriale,  l'orrore. Anche se accende tutte le lampade, lo perseguita una specie di penombra che persiste appiccicata agli oggetti come uno strato di sudiciume tenace e gli provoca una specie di pesantezza triste sulle palpebre. Ogni battito di ciglia, don, una scampanata a morto finch i sonniferi gli fanno effetto. Spesso combatteva la solitudine frequentando i social network, a cui si iscriveva con nomi finti. Scambiava allusioni maliziose. Con chi? Non ne aveva la pi pallida idea. Con Paula, per esempio, o con Palomita, pseudonimi dietro i quali potevano nascondersi tanto un vecchio sporcaccione della provincia di Soria quanto un'adolescente madrilena, ancora in piedi a notte fonda. Partecipava alle discussioni sui forum, difendendo, con deliberata abbondanza di errori ortografici, posizioni politiche che lo disgustavano. E pubblicava commenti provocatori agli articoli di questo o quel giornale online, soltanto per il piacere di offendere; di giocare, al riparo di un'identit falsa, a vincere la sua incurabile timidezza e a sentirsi un altro, diverso dall'uomo solitario di quarantott'anni che era.
Cos molte volte, finito il lavoro, Xabier preferiva rimanere una o due ore in studio sperando che qualche infermiere o qualche impiegato degli uffici, percorrendo il corridoio, vedesse la luce dallo spiraglio della porta ed entrasse a chiacchierare un po'; ma anche perch aveva la superstizione che l dentro i suoi ricordi fossero pi piacevoli di quelli che di solito la memoria gli riservava a casa. Intanto, leggeva riviste specializzate, sfogliava relazioni o pensava a vecchie e possibilmente gradevoli peripezie del suo passato, fino a quando per effetto del cognac cominciava a perdere il governo dei pensieri. Allora, quando si annunciava l'ubriacatura, lasciava l'ospedale fino al giorno successivo.
Ma quel momento non  ancora arrivato e beve lento, assaporando il liquore, e scruta la parete con lo sguardo tranquillo alla ricerca di qualche sequenza del suo passato. Nell'angolo formato dalle pareti e dal soffitto, il servizio di pulizia non si  accorto di una minuscola ragnatela, percepibile soltanto da un occhio attento. Solo un rimasuglio di garza grigia senza l'inquilino che l'aveva tessuta. E a quel rimasuglio  rimasto aggrappato il ricordo del bacio di Arantxa. Quanti anni avevo? Venti, ventuno. E lei? Due di meno.
Sono cose di poca importanza che accadono nelle feste di paese. Si balla, si beve, si suda, tutti si conoscono e se sei giovane e ti trovi una tetta a tiro, la tocchi, e se ti si mettono delle labbra troppo vicino, le baci. Niente, briciole che divora l'oblio, il che non toglie che di colpo, guardando la ragnatela, il ricordo di Xabier le riscatti.
 prima del servizio militare e lui studia medicina a Pamplona. Ha fama di essere poco vivace, responsabile, introverso; insomma, quello che , un uomo serioso, inutile girarci intorno. Amici? La comitiva di sempre prima che la disgregasse la serie dei matrimoni. Non beve e non fuma e non  un mangione n uno sportivo n un alpinista; per, nonostante questo, gli vogliono bene perch fa parte del paesaggio umano locale,  andato a scuola con gli altri,  Xabier, del paese quanto il balcone del Municipio o i tigli della piazza. Si direbbe che il futuro lo stia aspettando a braccia aperte.  alto e bello, eppure va sempre in bianco. Troppo razionale, troppo timido? A sentire quelli che lo conoscono, qualcosa del genere dev'essere.
Beve un sorso di cognac senza distogliere lo sguardo dalla piccola ragnatela. Perch sorride? No,  che gli piace evocare quell'episodio. Su un lato della piazza brucia il fal di San Giovanni. Le strade sono piene di gente. Corrono bambini, brillano volti felici, lingue leccano gelati, paesani disinibiti si parlano gridando da un marciapiede all'altro. E lui non vive a Pamplona? S, per  venuto a passare qualche giorno con la famiglia (e a farsi lavare i vestiti dalla madre), a godersi la bella atmosfera e ad andare di bar in bar con gli amici.  con le ultime luci che, camminando per strada, Arantxa e le sue amiche si uniscono a loro. Risate, altri bar e lei che parla, di cosa? A stento riesce a sentirla in mezzo alla confusione. E gli parla, di questo s che si rende conto, con il viso vicinissimo al suo. Il viso dove malgrado la matita per gli occhi, le labbra con il rossetto, lui non vede altro che la figlia maggiore dei migliori amici dei genitori, quasi una cugina che ha visto giocare da piccola con Nerea un'infinit di volte.
Perci, quando, nella penombra rossa del pub, di punto in bianco lei gli piazza una mano sulla patta, Xabier non coglie il senso della mossa. Pensa a uno scherzo, a una birichinata per la quale non trova spiegazioni. E guarda come in sogno il minuscolo rimasuglio di ragnatela e si vede baciato con forza da colei che lui considera poco meno che un membro della famiglia. La lingua ansiosa di Arantxa cerca la sua, tranquilla. Lui  come paralizzato dallo stupore, e anche da un terrore crescente, rendendosi conto che quella fusione di labbra dura pi del previsto e sembra una cosa seria, e qualche famigliare, qualche conoscente, i suoi stessi amici, Nerea, che  in fondo al locale, potrebbe a un certo punto rivolgere lo sguardo verso di loro. Arantxa, sudore e profumo, stringe il corpo contro il fianco di Xabier. Gli dice all'orecchio, wow, sono bagnatissima, e gli domanda se non gli va di andare con lei dove nessuno li veda. Per Xabier, ancora oggi, una proposta incestuosa.
Adesso, nel suo studio, gli viene da ridere. Guarda che spreco, un'opportunit come quella. La ragazza che si offre, la ragazza desiderosa e desiderante e disposta. No,  che Pamplona, l'Opus Dei. Era in imbarazzo, non osava, nel ritiro della sua stanza da studente si affidava a leggi onanistiche che conducono ugualmente alla polluzione, ma senza la seccatura dei rapporti di coppia. E guarda la ragnatela e ride. E guarda le sopracciglia tranquille del padre e ride. E d un'altra slinguata alla bottiglia di cognac e ride. Ride senza sapere il perch, perch in realt si sente sporco, infangato, ammuffito di tristezza. Sii giusto, sii integro. S, aita. Si accorge che ha raggiunto il punto limite dopo il quale un'altra goccia di alcol lo costringerebbe a lasciare la macchina al parcheggio e a prendere un taxi. Cos mette la bottiglia nel cassetto, vede il braccialetto verde e dorato e dice domani glielo restituisco, porca puttana, perch non me la sono scopata? Risposta: perch eri/sei un im-be-cil-le. Il padre, dalla foto, annuisce e Xabier diventa insolente: tu stai zitto. Sar decisamente meglio chiamare un taxi.

***** 

23

Corda invisibile

Pens che sono solo cinque minuti. Scendo e torno su. Si era informato prima sull'ora del suo arrivo. E quando era ormai sul punto di entrare nel corridoio che conduce alla sala di fisioterapia, da dietro lo chiam Itziar Ulacia. La dottoressa era allarmata e agitava le braccia come per dargli l'alt. Si conoscono, si danno del tu.
"Ti avverto che oggi non l'accompagna la badante, ma la madre. Vedi tu."
Xabier la ringrazi e se ne torn da dove era venuto.
Il giorno dopo, pi o meno alla stessa ora, la dottoressa Ulacia lo chiam al cellulare. Se voleva vedere Arantxa poteva scendere tranquillamente, perch stavolta era venuta con Celeste.
"Con chi?"
"Con la badante ecuadoriana."
Stavolta Xabier non era deciso come il giorno prima. Vado, non vado? Da una parte, sua madre andava in paese tutti i giorni, scendeva dall'autobus in una via del centro, entrava nei negozi; in una parola, si mostrava. E adesso io prendo e approfitto delle sedute di fisioterapia per avvicinarmi alla figlia. Poi lei lo racconter a casa. Con l'iPad comunica senza problemi. Cosa penseranno i suoi? Magari gli verr il sospetto che abbiamo elaborato un piano per tormentarli e prenderci qualche tipo di vendetta.
La compassione tirava forte Xabier, una corda invisibile che aveva annodata al collo. Non negarlo. Ti fa pena perch  intimamente parte del tuo passato. Non ti starai autocommiserando per interposta persona, vero? Parlava con s stesso senza rendersi conto di attirare l'attenzione. Due camici bianchi che l'avevano incrociato lo interruppero sorpresi. Se c'era qualche problema. No, niente. E cerc, anche se aveva del lavoro da sbrigare, un po' di solitudine nel suo studio.
Caldo. Sbottonati i bottoni superiori della camicia, tent di allentare la corda che stringeva sempre di pi, ma fu inutile. La corda non smetteva di tirarlo, ora con forza, ora dolcemente, e alla fine non gli rimase altra scelta che lasciarsi trascinare.
Sembra impossibile: tutto il giorno fra corpi malridotti, corpi spesso agonizzanti, corpi senza speranza, corpi con le ore contate, madri di due o tre figli che non sarebbero arrivate vive al prossimo Natale, ragazzi (per lo pi motociclisti) designati dalla morte nel fiore degli anni, tutta quella carne con nomi e cognomi che ben presto si sarebbero potuti leggere nei necrologi dei giornali, e lui l, immune alla compassione, che conserva la calma, che consola austero, professionale, parenti desolati, che esercita la sua professione (sii giusto, sii onesto, sii integro) con la maggiore diligenza possibile. Eppure adesso provava una sensazione diversa, anche se non aveva alcuna responsabilit medica nei confronti di Arantxa. O era per quello, perch non gli era dato stabilire con lei lo stesso rapporto che aveva con un paziente qualunque, ch il caso gli aveva suscitato una cos profonda impressione? La domanda rimase ad aleggiare nell'aria, alla luce pallida dei neon. Per una risposta non ci fu tempo, perch era gi uscito dall'ascensore e si era addentrato, con il passo svelto che gli imponeva lo strattone incessante della corda, nel reparto di riabilitazione.
In fondo al corridoio, seduta su una panca addossata alla parete, scorse l'ecuadoriana. La donna bassina, dai lineamenti andini, sorvegliava la sedia a rotelle. Quando il dottore le arriv accanto, lei si alz rapidamente in piedi e lo salut con una leggera riverenza. Xabier rispose ieratico, cerimonioso, evitando di guardarla in viso. Ed entr. Due giovani fisioterapiste scherzavano con un bambino di dieci o dodici anni. Legato con delle cinghie a una barella, l'avevano messo in posizione verticale. Xabier ipotizz con occhio clinico: citomegalovirus. Salut e fu salutato, il bambino lo guard con gli occhi ingranditi dietro gli occhiali, e un po' pi in l Xabier vide Arantxa prima che lei vedesse lui, stesa su una barella. La ragazza che la assisteva fece un gesto come per indicargli che era stata avvisata della sua visita. Faceva con la paziente un esercizio leggero di allungamento e contrazione di un ginocchio. E Xabier, via via che si avvicinava, not: ipertonia, obesit. Vista di profilo, i capelli corti, non riusc a riconoscerla a prima vista. Dopo s, quando si mise di lato alla barella e pot osservare da vicino i suoi lineamenti. Forse per mitigare l'effetto sorpresa, la fisioterapista ebbe l'accortezza di annunciare ad Arantxa, in tono disinvolto, il suo arrivo.
"Hai visite dalle alte sfere."
Xabier attese la reazione di Arantxa prima di tenderle la mano. Il primo secondo fu di stupore, forse di paura. Poi lei gli regal un sorriso, frutto di una brusca contrazione del viso. Nella parte destra del corpo disponeva di un'accettabile mobilit. Strinse la mano di lui con la sua da quel lato. Poi fece una smorfia che Xabier non seppe interpretare.
"Come stai?"
Arantxa, stesa, scosse la testa, mentre con le labbra disegnava una parola alla quale la fisioterapista diede voce:
"Rovinata".
Lui, goffo, inibito, senza fluidit di parola: gli dispiaceva molto per quello che le era successo, la dottoressa Ulacia lo aveva messo al corrente. Arantxa lo ascoltava con gioia, con un'espressione di innegabile fascinazione, come se non riuscisse a credere che quel signore educato e in camice bianco che aveva davanti fosse Xabier.
"Ti trattano bene?"
Annu.
Xabier rivolse alla fisioterapista una domanda di circostanza sull'esercizio che stava svolgendo con la paziente, e mentre lei forniva le opportune spiegazioni, Arantxa cercava di dire qualcosa e scuoteva la mano sana. All'inizio non la capivano; per una delle fisioterapiste che si stavano occupando del bambino a pochi metri di distanza si accorse che Arantxa stava chiedendo il suo iPad e, uscendo in corridoio, preg la donna ecuadoriana di portarlo. Sollevata sulla barella, Arantxa tolse la cover e scrisse con dito agile: "Mi sei sempre piaciuto, bastardo".
E sorrideva con tutta la forza dei suoi muscoli facciali. Le si form un grumo di saliva all'angolo delle labbra. Sembrava cos felice, aveva un'aria cos allegra. Perci, ora o mai pi, Xabier tir fuori dalla tasca del camice il braccialetto di bigiotteria; prese la mano destra di Arantxa, come se le stesse sentendo il polso, e glielo infil.
"Te l'ho conservato per tutti questi anni. Per favore, non restituirmelo mai."
Rimase a guardarlo per un po', seria, prima di scrivere: "Cosa aspetti a darmi un bacio?" La baci sulla guancia. Poi le disse che doveva andarsene, che le faceva i suoi migliori auguri e le rivolse altre parole di cortesia. Arantxa gli chiese a gesti di aspettare un momento. Scrisse, picchiettando con il dito sulla tastiera, e gli mostr lo schermo: "Se ti viene un ictus ci sposiamo".

*****

24

Un braccialetto giocattolo

Un semplice geranio l'aveva messa di cattivo umore e adesso questo. Questo  peggio del geranio, ma in realt (cosa credono, che mi arrendo?) fa parte della stessa manovra. Se avesse scoperto il vaso da sola, non ci avrebbe perso il sonno. Che sar mai, un vaso, Dio santo. Invece no, dovevano venire quelle due a spettegolare.
Prima la Juani:
"Hai visto? Ha messo un geranio sul balcone".
E Miren era rimasta in silenzio e non era andata a guardare. Dopo un po', mentre camminava per strada, l'altra:
"Ehi, hai visto?"
Nemmeno stavolta le era venuta voglia di andare, per quanto da casa sua alla loro sono quattro passi.
La questione l'aveva definitivamente fatta uscire dai gangheri la sera, quando Joxian era tornato dal Pagoeta con la stessa storia e raccontando che qualcuno aveva detto cosa penser Miren quando lo vedr. Perci il giorno dopo era andata a vedere il maledetto vaso ed eccolo l. Un geranio da quattro soldi, con due fiori rossi, come a dire: sono tornata, qui pianto la mia bandiera e adesso mi dovrete sopportare.
A Joxian:
"Uno sgorbio di geranio che, appena arriva il freddo, se non lo porta dentro, ciao".
" casa sua. Metta quello che vuole."
E quando ormai si era convinta che la cosa migliore era ignorare la faccenda e proseguire con la sua vita, che gi le dava abbastanza preoccupazioni, e a me, quella l, alla fine, che mi pu fare se ho tutto il paese dalla mia parte, squill il campanello, lei apr la porta e, prima che Celeste avesse oltrepassato la soglia con la sedia a rotelle, Miren riconobbe il braccialetto. Ci mancava solo quello. Prima il geranio e adesso questo. Approfitt del bacio di saluto per esaminare da vicino quella cianfrusaglia. Non c'era il minimo dubbio. Le tornarono alla mente le immagini di un'estate lontana, di un pomeriggio di caldo con il paese in festa. Franco era morto l'anno prima, anche questo lo ricorda. Le due coppie andavano a spasso con i figli. Avevano riso con i bertzolaris. Miren meno degli altri perch Joxe Mari le stava rovinando il pomeriggio. Bambino inquieto, bambino difficile, un perdigiorno. Non la smetteva di appendersi alle tavole del podio e un bertsolari l'aveva sgridato. Aveva cercato di scendere dalla giostra in movimento, da qualche parte si era macchiato la camicia di grasso e a Joxian gli si notava in faccia una specie di orgoglio per avere un figlio che si comportava come una capra.
"Non  una capra, Miren. Scoppia di salute."
E poi gli si erano scuciti i pantaloni su un lato, che mi era venuta voglia di mollargli un ceffone in mezzo alla strada. Tutto il lavoro di lavare e cucire a lei. Fra i denti:
"A casa vedi".
Joxian aveva comprato a ogni figlio una bomba alla crema. E quell'ingordo di Joxe Mari aveva finito la sua in due bocconi. Aveva dato un morso a quella di Nerea, che poi la bambina non la voleva pi mangiare. E Joxian aveva comprato un'altra bomba alla bambina, nemmeno fossimo ricchi. Poi Joxe Mari aveva tentato di togliere la sua a Gorka, cinque anni doveva avere, non di pi, e il poverino si era difeso o comunque aveva fatto qualcosa, ma il fratello si era arrabbiato con lui e gli aveva spiaccicato la bomba sulla faccia e avevamo dovuto pulirgliela con i tovagliolini del bar. Gli aveva anche macchiato la maglietta. Altro lavoro per me.
Il Txato e Bittori stavano per andare in vacanza a Lanzarote, che poi c'erano andati con i bambini e ci avevano portato una statuetta di un dromedario, pi brutta di un culo, ma insomma, per riguardo era stata messa sopra il televisore, non sia mai che un giorno vengono a trovarci e chiedono dov' quell'affare. E lei, che Lanzarote, che l'albergo, gi a darsi arie, ridendo perch n Joxian n Miren sapevano dov'era Lanzarote. Alla fine, si era gi fatto un po' tardi e le due famiglie avevano deciso di ritirarsi per far cenare i bambini e metterli a letto. Cos poi sarebbero potuti uscire senza i figli e godersi la serata, e Miren l'unica cosa di cui aveva davvero voglia era andarsene a letto a riposare.
Lungo la strada per tornare alle rispettive case, erano passati davanti a dei venditori ambulanti. C'era di tutto: ceramica artigianale, espadrillas, borse; insomma, di tutto. E il Txato, che era un pistolero del West a tirare fuori il portafoglio, si era fermato davanti a un nero che vendeva bigiotteria e aveva comprato un braccialetto a Nerea, rompendo le scatole a noi perch,  chiaro, anche Arantxa ne voleva uno e noi abbiamo tre figli, non due come loro, e Joxian non guadagnava un cazzo alla fonderia e loro ne avevano abbastanza per andare a Lanzarote e per molti altri lussi. Perci no e poi no. E Arantxa, l l per piangere, dagli a insistere. E aveva rotto tanto che il Txato l'aveva presa per mano e, senza chiedere n a Joxian n a me, l'aveva riportata dal nero. E adesso mi compare a casa, pi di trent'anni dopo, con quel braccialetto, perch  quel braccialetto con i grani verdi e come dorati, non c' dubbio. Quanto gli era costato al Txato? Una ventina di pesetas? A Miren aveva fatto montare la rabbia, anche se aveva mandato gi il dispiacere, il fatto che avessero dato a lei e a Joxian una lezione su come rendere felici i figli.
O mi sbaglio? Miren non toglieva gli occhi dal braccialetto. Arantxa sistemata davanti al televisore, Celeste salut con quei modi dolci e affabili che qui, in verit, non si usano, ma che fanno sempre piacere. E Arantxa le rispose alla sua maniera allegra, facendo ciao con la mano sana, e Miren alla sua, un po' secca, mentre l'accompagnava alla porta, ma invece di chiudere usc con Celeste sul pianerottolo.
"Senti, tu sai dove ha preso quel braccialetto mia figlia?"
"Gliel'ha regalato oggi un dottore.  bello, vero?"
"S, molto bello. Vuoi dire che glielo ha dato un infermiere?"
"No, no.  venuto un dottore, non so il nome. Non l'avevo mai visto. E ho pensato che forse era un vostro parente, perch  venuto soltanto a trovare Arantxa e dopo qualche minuto l'ha baciata con tenerezza sulla guancia e lei  sembrata contenta e allegra tutto il tempo. Hanno chiacchierato. Be', il dottore chiacchierava e lei gli rispondeva con l'iPad, e alla fine lui le ha regalato quel braccialetto giocattolo."
"Non ti ricordi per caso il nome del medico?"
"Ah, sfortunatamente no, signora Miren, le fisioterapiste lo hanno chiamato varie volte dottore. Ma se lei vuole, domani stesso posso chiedere. Era un dottore alto, gi con i capelli bianchi sui lati e con gli occhiali. Non l'avevo mai visto prima.  grave?"
"No. Era soltanto per sapere."
Joxian arriv a casa alla solita ora, con il solito luccichio negli occhi brilli, grattandosi come al solito la camicia all'altezza del fegato. Nella padella sfrigolavano le alici impanate, la finestra spalancata per fare uscire il fumo. Arantxa guardava come se fosse ipnotizzata dal vapore che saliva dal suo piatto di minestra. Joxian la baci sulla fronte. Poi, sedendosi a tavola, sbuff di stanchezza.
"Non ho neanche un po' di fame."
Miren, l'espressione severa:
"Che fai, non ti lavi le mani?"
Se le sfreg come se fossero sotto il fiotto del rubinetto.
"Sono pulite."
"Sarai un maiale..."
E and in bagno a lavarsele brontolando, ma docile. Di ritorno in cucina, Miren, alle spalle di Arantxa, gli faceva impetuosi cenni che lui non capiva.
"Che c'?"
Lei, a labbra strette, gli lanci uno sguardo furioso per farlo abbozzare. E scuoteva la testa come a dire: Dio, quanta pazienza bisogna avere con quest'uomo.
Finalmente, Joxian si accorse del braccialetto.  pessimo a fingere e Miren gli avrebbe sbattuto la padella in testa.
"Che carino!" disse alla figlia. "Lo hai comprato?"
Arantxa neg con veemenza e, colpendosi diverse volte il petto con la punta dell'indice, si disegn sulle labbra due parole:  mio. Joxian cerc una spiegazione nello sguardo minaccioso della moglie. Inutilmente. E da allora in avanti, fino alla fine della cena, prefer rimanere in silenzio per non fare gaffes.
Pi tardi, a letto, al buio, la coppia bisbigliava.
"Dai, non  possibile."
"Che possa morire sul colpo. Quel braccialetto glielo aveva comprato il Txato un giorno di festa, molti anni fa, quando i bambini erano piccoli ed eravamo ancora amici."
"Vabbe', che importa. Arantxa l'avr trovato in un cassetto e se l' messo."
"Ma quanto sei scemo. Non l'ha trovato. Glielo ha regalato un medico."
"Mi stai facendo impazzire. Il Txato glielo ha comprato..."
"Ssst, parla pi piano."
Sussurrando:
"Il Txtato ha comprato un braccialetto ad Arantxa quando era piccola. Fin l ti seguo. Poi passano gli anni e un medico regala a nostra figlia il braccialetto di nostra figlia. Mi taglino un braccio se ci capisco qualcosa".
"L'unica cosa chiara per me  che c' un solo medico che avrebbe potuto fare una cosa del genere, oltre che dare un bacio sulla guancia ad Arantxa."
"Chi?"
"Il figlio maggiore, che per qualche storia che non conosco conservava il braccialetto."
"Tu vedi troppe telenovelas."
"Qualcosa hanno in mente. Non te ne rendi conto? Si sono intromessi nelle nostre vite, li abbiamo gi in casa, li abbiamo in camera, sono perfino qui nel letto, sono riusciti a fare in modo che parliamo in continuazione di loro. Perch credi che quella l  tornata e si fa vedere e ha messo un geranio al balcone ed entra nei negozi del paese? Ci vengono dietro. Bisogna fare qualcosa, Joxian."
"S, dormire."
"Dico sul serio."
"Anch'io."
Dopo un po', cominci a russare. A Miren, stesa sul fianco, sveglia, l'oscurit si riemp di visi, di luci, di suoni. All'improvviso le appariva il geranio o il braccialetto. E Arantxa a undici anni, che rompeva le scatole perch voleva un braccialetto come quello di Nerea. E vedeva Joxe Mari che spiaccicava la bomba alla crema sulla faccia di Gorka. E il Txato, che aveva un modo di tirare fuori il portafoglio dalla tasca come i cowboy dei film quando tirano fuori la pistola. E vedeva quella l, di cui non pronuncia il nome perch le brucia in bocca. Quella l, che  tornata con cattive intenzioni e se crede che mi vergogni, si sbaglia. Non riusciva a dormire. Un'altra nottata in bianco. La testa piena di pensieri, l'oscurit piena di fantasmi. And in cucina, era mezzanotte passata, e scrisse: "Aide hemendik" su un foglio di carta. Le infilo il biglietto sotto la porta e vediamo chi spaventa chi. Stava per uscire, ma e se riconosce la scrittura? Prese un altro foglio. Riscrisse la frase, cambiando la grafia e con tutte le lettere in maiuscolo. Usc sul pianerottolo con le scarpe in mano per non farsi sentire da quelli che dormivano e, infilandosele sullo zerbino, scese nell'atrio e apr il portone. Usc? Solo un passo. Come mai? Pioveva. Pioveva e tirava vento. Pioveva furiosamente. Le gocce cadevano di lato. Che brutta notte. Disse tra s:
"Bah".
Subito dopo stracci il foglio, infil i pezzetti in tasca e torn a letto.

***** 

25

Non venire

Suonarono il campanello. Il suono secco, breve, sorprese Bittori mentre dava un'occhiata, seduta sulla poltrona del salotto, alle copertine della sua vecchia collezione di dischi in vinile. Da quando aveva deciso di tornare nella casa in paese, era la prima volta che sentiva quello squillo stridente, in altri tempi cos familiare per lei.
Non si allarm. Aspettava visite? S e no, perch immaginavo che prima o poi qualcuno, o piuttosto qualcuna, sarebbe venuto a curiosare, a domandarmi, a sapere delle mie intenzioni.
Non a caso, qualche giorno prima, si era imbattuta per strada in una conoscente, un incontro inscenato in modo cos maldestro che non aveva avuto il minimo dubbio che non fosse casuale.
"Ges, Bittori, quanti anni che non ci vediamo. Che gioia! Sei bella come sempre."
Le erano salite alle labbra parole acide: s, il fatto  che, sai?, aiuta molto che ti ammazzino il marito e che resti vedova e sola. Ma le aveva rimandate gi. L'aveva vista da lontano, appostata all'angolo. Mi sta aspettando, mi far le domande che le hanno chiesto di farmi. Gliele aveva fatte, fingendo che le venissero in mente all'improvviso. Una di quelle che non erano andate al funerale, di quelle che non le avevano fatto le condoglianze, di quelle che avevano smesso di salutarci quando erano iniziate le scritte sui muri. Non odiare, Bittori, non odiare. Le aveva risposto eludendo e dicendo cose vaghe, rivolgendole un sorriso finto che le aveva lasciato una sensazione gelatinosa, fredda, di medusa morta in bocca.
Apr. Don Serapio. Quanta devozione nello sguardo, quanta dolcezza nell'arco delle sopracciglia. Quelle mani pallide, delicate, che si separano e si uniscono, la collarina, la lozione dopobarba. E, nel frattempo, lei, quarzo facciale, non batteva ciglio. Meraviglia? Manco mezzo grammo. Come se aprendo la porta non avesse trovato nessuno sul pianerottolo.
Il parroco si fece avanti con l'intenzione di abbracciarla, deciso a baciarla sulle guance. Quest'uomo ha sempre mostrato un'inclinazione all'affetto epidermico. Bittori indietreggi brusca, i lineamenti tesi, marcando le distanze. Lui disse in euskera che era venuto a trovarla. Lei lo scrutava con evidente diffidenza, una mano sullo spigolo della porta se si fosse presentata la necessit di sbattergliela di colpo sul naso. Gli rispose/ordin, dandogli del tu, in castigliano, di entrare.
Nella casa di Dio comander lui, ma nella mia comando io. E don Serapio, settant'anni gi compiuti, si addentr nell'appartamento scrutando pavimenti e pareti, mobili e soprammobili, che non sembrava ma usava gli occhi come macchine fotografiche. Al suo olfatto, erano quasi le due del pomeriggio, arriv l'odore dei fagioli con la salsiccia che Bittori aveva messo a riscaldare in cucina.
"Ci vivi, qui?"
"Certo,  casa mia."
Bittori gli cedette la poltrona sulla quale aveva guardato la collezione di dischi. Gliela cedette perch, ogni volta che alzava lo sguardo, i suoi occhi s'imbattessero nella foto del Txato appesa al muro. E lei si port una sedia dalla cucina. Il parroco inizi una conversazione di circostanza. Prodig complimenti, gesti di blanda cortesia, parole gonfie di umile intonazione, cercando di governare il colloquio; ma lei, le poche volte che intervenne, devi con provocatoria risolutezza verso il castigliano, cosicch don Serapio, in un chiaro tentativo di smussare l'asprezza della situazione, desistette dall'usare l'euskera.
Rana verbale, saltellava da un argomentuccio, semiargomento, sottoargomento all'altro, soffermandosi brevemente su questioni meteorologiche, di salute e di famiglia, finch Bittori, che non aveva ancora pranzato e aveva poche provviste di pazienza, tagli corto:
"Perch non parli di quello di cui sei venuto a parlare?"
Senza riuscire a evitarlo, don Serapio rivolse uno sguardo istintivo, al di sopra della testa della sua minacciosa interlocutrice, alla foto incorniciata del Txato.
"D'accordo, Bittori. Non so se ti sei resa conto che la tua presenza in paese provoca una certa inquietudine. Inquietudine non  la parola esatta."
"Allarme?"
"Mi sono espresso male. Ti chiedo scusa. Diciamo che la gente vede che vieni tutti i giorni e si meraviglia e si fa domande."
"E tu come lo sai che si fa domande? Vengono in chiesa a raccontartelo?"
"In paese le novit si diffondono in fretta. La verit  che da quando stai venendo tutti fanno commenti. Vieni nel tuo paese, questo nessuno lo mette in discussione. E, per quanto mi riguarda, sei la benvenuta. Tuttavia, le cose sono pi complicate di quanto possono apparire a prima vista, e il fatto che tu abbia il legittimo diritto di tornare a casa tua non toglie che anche altri abitanti del paese abbiano i loro diritti."
"Per esempio?"
"Per esempio, che gli venga permesso di rifarsi una vita e di dare un'opportunit alla pace. La lotta armata ha colpito duramente il nostro paese, come anche, non dobbiamo dimenticarlo, alcuni comportamenti delle forze di sicurezza dello Stato. Sfortunatamente, abbiamo avuto dei morti: tuo marito, che riposi in pace, e quelle due guardie civili dell'attentato alla zona industriale. Senza cercare attenuanti a queste terribili tragedie che ci causano tanto dolore, non dobbiamo perdere di vista la sofferenza di altre persone. Qui c' stata repressione, sono state fatte perquisizioni domiciliari a tutto spiano, degli innocenti sono stati arrestati e maltrattati o, per essere pi esatti, torturati nelle caserme. In questo stesso momento abbiamo nove cittadini del paese in carcere con lunghe pene da scontare. Non mi metto a questionare se meritino o no la condanna. Non sono un giurista, e nemmeno un politico, ma un semplice sacerdote che vorrebbe contribuire a fare in modo che la gente del suo paese viva in pace."
"Non starai insinuando che la pace  in pericolo perch la vedova di un assassinato viene a passare qualche ora a casa sua?"
"Assolutamente no. Sono venuto soltanto a chiederti un favore a nome della gente del paese. Se me lo concedi, te ne sar molto grato; altrimenti, mi rassegner ad accettare la tua decisione. So che hai sofferto, Bittori. L'ultima cosa che mi verrebbe in mente  mettere in dubbio i tuoi sentimenti o rimproverarti. Ho sempre ricordato te e i tuoi figli nelle mie preghiere. E credimi che se tuo marito adesso non  alla presenza del Signore, non sar perch io non l'ho supplicato centinaia e migliaia di volte. Ma cos come Dio si occupa delle anime dei defunti, a me tocca prendermi cura delle anime dei vivi della parrocchia. Lo faccio bene, lo faccio male? Sicuramente commetto degli errori. Sicuramente non uso le parole adeguate e pi di una volta ho detto ci che non volevo o dovevo dire. Oppure ho parlato quando avrei dovuto tacere. O taciuto quando avrei dovuto parlare. Sono imperfetto come chiunque altro. Eppure devo compiere fino alla fine la missione che mi  stata affidata. Senza debolezze, senza scoraggiarmi. Capisci che io non posso andare a casa di una di quelle famiglie, che sono anch'esse a pezzi, e dire: no, mi dispiace, vostro figlio militava nell'ETA, andate in malora. Al mio posto, tu lo faresti?"
"Io, al tuo posto, parlerei chiaro. Cosa vuoi da me?" Stavolta il parroco, invece di alzare lo sguardo verso la foto del Txato, lo mantenne per un istante a terra, fra i piedi di Bittori e i suoi.
"Che tu non venga."
"Che non venga a casa mia?"
"Per un periodo, finch le acque non si calmeranno e ci sar la pace. Dio  misericordioso. Nell'aldil verrai ricompensata per quello che hai sofferto qui. Non lasciare che il rancore s'impossessi della tua anima."
La mattina dopo, ancora con una sensazione di soffocamento, Bittori sal a Polloe per raccontarlo al Txato. Parl in piedi, giacch, siccome pioveva forte, prefer non sedersi sul bordo della lastra bagnata.
"Cos mi ha detto. Di non andare in paese per non ostacolare il processo di pace. Lo vedi, le vittime danno fastidio. Ci vogliono spingere con la scopa sotto il tappeto. Non dobbiamo farci vedere e, se scompariamo dalla vita pubblica e loro riescono a tirare fuori dal carcere i detenuti, be', questa  la pace e tutti contenti, qui non  successo niente. Ha detto che  arrivato il tempo di perdonarci gli uni con gli altri. E quando gli ho domandato a chi  che io devo chiedere perdono, ha risposto che a nessuno, ma che sfortunatamente io ero parte di un conflitto in cui era coinvolta tutta la societ, non soltanto un gruppo di cittadini, e che non si pu escludere che quelli che dovrebbero chiedermi perdono aspettino a loro volta che altri chiedano perdono a loro. E siccome questo  molto difficile, il parroco crede che la cosa migliore sia, ora che non ci sono attentati, che la situazione si calmi e che finisca il risentimento e, con l'aiuto del tempo, diminuiscano il dolore e le offese. Cosa ne pensi, Txato? Non ho perso la calma, ma non sono nemmeno rimasta zitta."
Gli aveva detto, fissando il parroco dritto negli occhi:
"Ascolta, Serapio. Chi non vuole vedermi in paese, mi spari quattro colpi come al Txato, perch penso di continuare a venire ogni volta che ne ho voglia. Alla fin fine, l'unica cosa che potrei perdere, la vita, me l'hanno gi fatta a pezzi molti anni fa. Non spero che qualcuno mi chieda perdono, anche se, per la verit, adesso che ci penso, mi sembrerebbe un gesto abbastanza umano. E la finisco qui perch  gi passata l'ora di pranzo. Di' alla persona che ti ha ordinato di venirmi a trovare che non mi fermer fino a quando non conoscer tutti i particolari relativi all'assassinio di mio marito".
"Bittori, per l'amor di Dio, perch scavi in quella ferita?"
E allora gli ho risposto:
"Per tirare fuori tutto il pus che c' ancora dentro. Altrimenti, non si chiuder mai. Non ne parliamo pi."
Se ne andato abbastanza depresso e con una faccia che sembrava offesa. Fa lo stesso. Non appena da una fessura nella persiana ho visto che era arrivato in strada, sono corsa in cucina a mangiarmi un bel piatto di fagioli perch stavo morendo di fame. Tu che ne pensi, Txato? Ho fatto bene? Lo sai che il carattere non mi  mai mancato.

*****

26

Con quelli l o con noi

La pioggia, cadendo sulle tombe, produceva un mormorio autunnale, fresco, nebbioso, che a Bittori piaceva. S, perch oltre a pulire un po' tutto quanto, mi d l'impressione che  come se ai defunti arrivasse un po' di vita, no? Io so cosa voglio dire.
Cos pensando, evit pozzanghere, vide lumache sulle lapidi, fu tentata (non sarebbe stata la prima volta) di prenderle per metterle in pentola. Proteggeva con l'ombrello la sua pettinatura fatta in casa. Continuava a piovere e, uscendo dal cimitero, siccome guardacaso l'autobus arrivava proprio in quel momento, lo prese. Cosa faccio? Ripass in rassegna circostanze e condizioni. Mi rimangono i fagioli di ieri, ho riempito di cibo la scodella di Ikatza, nessuno mi aspetta a casa. La irritava oltremodo che don Serapio pensasse che lei aveva accettato la sua richiesta di non farsi vedere per un po'. Perci scese al Bulevar, compr due brioche in una panetteria l vicino e, che diavolo, se ne and in paese con il primo autobus.
L mangi gli avanzi del giorno prima, riscaldati. Fece questo, fece quell'altro. Il pomeriggio pass mentre lei giuntava cavi, sistemava collegamenti, lavori che una volta di solito faceva il Txato. Alla fine riusc a far funzionare il giradischi. E nel silenzio fra due vecchie canzoni le arrivarono dei rintocchi di campana. Ed era sabato e prese l'ombrello e and. Dove? Dove doveva essere? Alla messa delle sette. E quando entr in chiesa ebbe l'impulso di sedersi in prima fila come quel lontano pomeriggio dei funerali; ma le parve troppo una provocazione. Perci scelse l'estremit dell'ultimo banco del blocco di destra, perch era un posto da cui si abbracciava con lo sguardo tutto lo spazio della chiesa, il che le avrebbe permesso di osservare senza rischi chi la circondava.
Quando inizi la messa, la chiesa era abbastanza affollata, anche se non tanto come ai vecchi tempi. Nessuno and a sedersi nelle vicinanze di Bittori, e lei ne dedusse che la sua presenza non era passata inosservata; ma non m'importa, non mi aspettavo un'accoglienza con gli applausi in questo tempio del Signore dove si dovrebbe predicare l'amore per il prossimo.
D'altronde, il vuoto intorno a lei la rendeva visibile, per cui, non appena usc il parroco, con la pianeta verde, dalla porta della sacrestia che portava all'altare, pass con la maggior circospezione possibile su uno dei banchi del blocco sinistro. Trov riparo dietro alcune persone che non conosceva. E volgendo per caso lo sguardo su un lato, scopr la sedia a rotelle davanti alla colonna.
Senza averla vista, Miren seppe che Bittori era in chiesa. Entr con la figlia poco prima delle sette. Qualcuno le tenne la porta aperta per facilitare il loro ingresso. Chi? Non importa, qualcuno. E lei si sistem al solito posto, con Arantxa accanto, la statua di sant'Ignazio di Loyola un po' pi in l, nella penombra della parete laterale. A quel punto, una bocca le bisbigli all'orecchio. Miren scosse discretamente la testa, facendo cenno di aver capito, e non gir il viso verso destra n allora n finch non termin la messa.
Osa sempre di pi. Lanci a Ignazio, dallo spazio vuoto tra la colonna e la nuca di Arantxa, uno sguardo di infuriato rimprovero. Con chi stai, con quelli l o con noi? Appena cominciata la messa, le venne la tentazione di andarsene. Che bastardata venire qui! Sempre a invocare la pace nelle loro manifestazioni e sui giornali, e quando finalmente c' la pace non ci mettono neppure due giorni per venire a mandarla in malora. Accenn ad alzarsi, ma ci ripens. Andarmene io? Se ne vada lei. E a Ignazio: se preferisci lei, ve ne andate voi due.
La predica. Una a un'estremit, l'altra dalla parte opposta dello stesso banco, separate da tre o quattro fedeli, don Serapio le vide dal podio con il leggio che gli serviva da pulpito. Non le cit, quello no, ma abbandonando all'improvviso l'insulso tema che stava affrontando, si mise a improvvisare, a dire il vero all'inizio con una certa precipitazione, frasi sulla pace e la riconciliazione, il perdono e la convivenza, rivolte, a me non mi fregano, principalmente, se non esclusivamente, alle due donne.
Raccont una storia, un caso, una parabola, va' a sapere cos'era, di due persone che avevano stretti vincoli di amicizia e perci erano felici; poi avevano litigato ed erano diventate infelici, ma Dio aveva voluto che si riconciliassero e, sebbene non fosse stato facile, dopo un periodo si erano riconciliate e cos avevano ritrovato la loro antica felicit. Perch, come ha detto Ges Cristo, amerai eccetera. E il parroco si scald e dagli e ridagli e la pace. Gli venne fuori, cosa strana per lui che era piuttosto asciutto, un'accesa predica di venti minuti.
In tutto questo, Miren non si parlava pi con Ignazio di Loyola. Non mi concedi mai niente di quello che ti chiedo. Dopo di che, severa, smise di rivolgergli la parola. Immersa in offese e recriminazioni, ci mise un po' a notare che Arantxa stava salutando quella l con la mano. Orrore. Le dondolava perfino la testa sotto il peso del sorriso. Le sorridevano gli occhi, le sorridevano le labbra, la fronte, le orecchie. Uno scandalo di sorriso. Le  venuto un attacco o che? Anche se, a pensarci bene, forse non stava salutando, ma stava mostrando all'altra il maledetto braccialetto, che a casa non c'era stato verso che se lo togliesse. Ehi,  soltanto un giocattolo. Di nascosto, moll il freno della sedia. E usando il piede riusc a manovrare l'aggeggio in modo che Arantxa si trovasse rivolta verso l'altare, ma siccome la scema, che pazienza deve darmi Iddio, lottava per girare la faccia, la madre spinse un po' di pi e un altro po' di pi la sedia verso la parete, il che rese impossibile ad Arantxa di comunicare con quella l.
Bittori rivolgeva ogni due per tre lo sguardo a sinistra dopo essersi accorta che Arantxa le faceva dei segni. Allungando il collo, riusciva a scorgere, oltre i tre o quattro profili interposti, un pezzo della madre e l'intera figlia. Finch a un certo punto, che strano, not che la sedia a rotelle non era pi nella stessa posizione e non c'era pi la possibilit di restituire il sorriso ad Arantxa.
Le mani giunte, Miren and a fare la comunione. Mi star guardando, sento gli aghi dei suoi occhi che mi attraversano. E s, la stava fissando, quanta santit, questa qui si crede che andr dritta in paradiso. Vediamo cosa le dicono quando arriva con la tunica macchiata del sangue di mio marito. Si form una piccola coda di fronte al parroco. A Bittori venne voglia di aggregarsi alla fila di comunicanti. Che importa se non credo n pratico. E quando l'altra, con la sacra forma sulla lingua, fosse tornata al suo posto lungo il corridoio centrale, forse, chiss, i loro sguardi si sarebbero incrociati per un istante. Bittori immagin la scena. L'assal subito un'esplosione di euforia. Fece perfino per alzarsi. Glielo imped un'acuta fitta al ventre, la terza o la quarta negli ultimi giorni. Pass cinque minuti penosi, tanto nauseata che aveva temuto di svenire. Chiuse gli occhi, respir lentamente, si riprese e gi la gente, finita la messa, sfilava verso l'uscita. Quando alla fine si alz in piedi, not che la sedia a rotelle era scomparsa.
Fu una delle ultime a lasciare la chiesa. E usc nell'oscurit della piazza e pioveva, e sicuramente a causa della pioggia la gente si era dispersa in fretta. Non aveva fatto neanche cinque passi quando l'abbordarono due figure sfocate.
"Ti ricordi di noi?"
Non le suonava, quella voce, non vedeva bene le loro facce, ci mise alcuni istanti a riconoscerli; ma poi, da vicino, s, tizio e caia, una coppia anziana, gente del paese. Si esprimevano in tono sussurrante.
"Ti abbiamo visto in chiesa e siamo stati molto contenti. E allora ho detto a lui: aspettiamola. Noi ti stimiamo molto. Ti abbiamo sempre stimato."
Subito dopo, prese lui la parola e parlava cos piano che il crepitio delle gocce di pioggia sull'ombrello costrinse Bittori ad aguzzare l'udito:
"Non siamo mai stati nazionalisti. Per,  chiaro,  meglio che qui non lo sappia nessuno".
Bittori li ringrazi. Poi chiese loro di scusarla perch aveva fretta.
"Naturalmente. Non ti tratteniamo."
Fretta? Non ne aveva affatto. Si perse nel buio, si ripar in un portone, rimase un po' appoggiata al muro in attesa che le passasse il dolore.

*****

21

Pranzo di famiglia

Domenica, paella. Nerea fu la prima ad arrivare. Senza tacchi, senza rossetto sulle labbra e senza marito. Madre e figlia si sfiorarono le guance nell'ingresso.
"Com' andata a Londra?"
Nerea aveva portato in regalo uno zerbino. L'aveva comprato in un dato posto. Ne pronunci il nome con una certa teatralit della bocca, forse per inerzia dopo le due settimane in cui aveva fatto pratica della lingua.
"Vero che  carino?"
Uno zerbino con il disegno di un autobus rosso a due piani. Bittori afferm con finto entusiasmo che era stupendo, ma perch devi spendere tutti questi soldi, figlia mia. Nerea usc sul pianerottolo per sostituire quello vecchio. Quello vecchio lo appoggi al muro per portarlo pi tardi nel contenitore della spazzatura.
"E Quique? Non gli piace la paella?"
"Con Quique  finita. Poi vi racconto."
Ikatza dormicchiava sul divano. Si lasci accarezzare senza quasi aprire gli occhi. Fuori, giornata grigia. Squill il campanello. Xabier baci/abbracci la madre, baci/abbracci Nerea. Non aveva fatto caso alla gatta e non aveva notato lo zerbino nuovo sul quale aveva appena sfregato la suola delle scarpe. Aveva portato una bottiglia di vino e dei fiori. Non c'era bisogno che spendesse soldi. Raramente pranzavano tutti e tre insieme. Natale, il compleanno di Bittori, e oggi? Be', non c'era un motivo particolare, semplicemente perch Nerea era tornata da Londra o perch era da tempo che non si riunivano tutti e tre attorno a un tavolo. Xabier raccont il caso triste di un paziente del suo ospedale, poi un altro abbastanza divertente; per, dopo il primo, come facevano a ridere? Attaccarono gli antipasti. Nerea si dilungava su peripezie turistiche (siamo entrati da, siamo stati a, siamo passati per) e il fratello, mentre stappava la bottiglia di vino, si rese conto che mancava un elemento narrativo. Lo reclam:
"Che fa Quique?"
" ancora a Londra, immagino."
Curiosit e sconcerto fermarono la mano mentre stappava. Bittori intervenne rapida:
"Si sono lasciati di nuovo".
"Non ci siamo lasciati."
"Vi siete separati."
"Non  la stessa cosa."
"Anche se comunque avete sempre vissuto ciascuno nel suo appartamento. O mi sbaglio?"
"Non ti sbagli."
Siccome prima o poi l'avrebbero saputo, Nerea rifer, espose, descrisse nei particolari.
"Adesso lo sapete.  stata una separazione concordata. Se definitiva o no, lo dir il tempo. Quique  disposto a versarmi una somma mensile. Naturalmente, gli ho detto di no."
Alla madre si inarcarono le sopracciglia.
"Perch no?"
"Perch preferisco non dover essere in debito con lui."
Xabier offr del vino alla madre, che rifiut; a Nerea, e nemmeno lei ne volle. Fece il gesto di riempirsi il bicchiere, ma desistette dal proposito e lasci la bottiglia con il contenuto intatto su un lato del tavolo. Bittori si alz per andare in cucina a prendere la paella. Nerea: se aveva bisogno di aiuto. E Bittori, no.
Assente la madre, i fratelli si scambiarono dei bisbigli. Xabier:
"Ti prego di non tirare fuori l'argomento".
Di ritorno dalla cucina, Bittori aveva colto l'ultima parola.
"Che argomento?"
Il sottopentola di vimini, con segni neri di bruciature, la famiglia lo usava gi nella casa del paese, quando i figli erano piccoli, quando il padre era vivo; e anche il recipiente per la paella, al quale mancavano pezzi di smalto sul bordo.  da anni che Nerea si  stancata di ripetere alla madre di gettare nella spazzatura quelle cianfrusaglie del paleolitico inferiore e di comprarne di nuove. E con quegli stessi tovaglioli da museo, se non da rigattiere, il Txato si puliva pi di vent'anni prima il grasso dalle dita.
Dal riso esalano gli ultimi fili di vapore. Bittori serve Xabier. Il figlio preferito? Preferito perch  inetto nelle questioni pratiche? Nerea  di un'altra stoffa. Afferra con decisione la schiumarola e si serve da sola, mentre evoca/enumera colazioni, pranzi, cene di media/dubbia qualit a Londra. E quando tutti stanno gi trasferendo porzioni di paella dai piatti alla bocca, comincia a esporre i suoi progetti a breve e medio termine. Vale a dire: 
"Alla fine ho deciso che s, che appena sar possibile andr a un incontro di riconciliazione in carcere".
Silenzio.  l'argomento. Siccome non si alzano voci discordanti, prosegue:
"Ho parlato al telefono con la mediatrice.  una donna molto in gamba. Mi ispira fiducia. All'inizio non tanto, ma poi l'ho conosciuta meglio. Le ho detto che sono tornata da Londra e sono disposta a riprendere i colloqui di preparazione. Che altro? Ah, vi racconto tutto questo perch non mi piace fare le cose di nascosto. Immagino che siate contrari".
La guardarono madre e fratello contemporaneamente, gravi, piuttosto inespressivi, e contemporaneamente smisero di guardarla. Non la prendevano sul serio o cosa? Si sentiva il trambusto delle mandibole. Gli sguardi erano sempre fissi sui piatti che a poco a poco si andavano svuotando. Poi Bittori bevve con calma un sorso d'acqua, si pass il tovagliolo sciupato sulle labbra e domand con voce neutra, meccanica:
"Cosa speri di ottenere?"
"Non ne ho idea. Ancora non so nemmeno con chi mi incontrer. C' soltanto una cosa che mi  chiara. Voglio che uno di loro sappia quello che ci hanno fatto e come l'abbiamo vissuto."
"Vuoi dire come l'hai vissuto tu."
"Gi."
Xabier taceva e mangiava.
"E poi?"
"Ascolter quello che avr da dirmi."
"Speri che ti chieda perdono?"
"Be', a dire la verit, non ci ho pensato. Secondo la mediatrice, finora tutti quelli che hanno partecipato agli incontri ne hanno tratto giovamento. Non le risulta che nessuno se ne sia pentito. Ci sono perfino vittime che alla fine si sono sentite persone migliori. Provare sollievo a me non sembra una cosa da poco. A partire da l, ben venga tutto ci che di positivo potr arrivare. Conto sul fatto che la ferita smetta di suppurare. Una cicatrice rimarr sempre. Per una cicatrice  gi una forma di cura. Non so a voi, ma a me piacerebbe che arrivasse il giorno in cui, guardandomi allo specchio, non vedr soltanto la faccia di una persona ridotta a essere una vittima. Mi hanno promesso la massima discrezione. La stampa non lo verr a sapere."
Xabier, solchi sulla fronte, taceva. Varie volte, nei giorni precedenti, aveva raccomandato a Nerea di tenere la madre fuori dalla faccenda. Come mai? Per non farla preoccupare. Ma Bittori reag con serenit.
"Senti, fa' quello che ti sembra pi sensato. Una persona, a nome della Direzione di assistenza alle vittime, mi ha informato tempo fa di questi incontri e sono pi o meno al corrente di come funzionano. A me non convince l'idea di andare a parlare con un assassino qualunque. La considero una perdita di tempo. Mi hanno fatto tanto male che non mi possono curare nessuna ferita. Tutto il mio corpo  una ferita. Non credo di dovertelo spiegare. E se alla fine mi rimanesse una cicatrice, sarebbe come quella di chi si  interamente bruciato. Io, tutta intera, sarei una cicatrice. Magari andrei a guardare negli occhi quello che ha ammazzato l'aita. A lui s che direi qualche verit." A Xabier: "Tu cosa ne pensi? Ti sei mangiato la lingua?"
Xabier rimase con lo sguardo basso.
" una cosa molto personale. Non mi intrometto."
"Ti sto chiedendo se anche tu andrai a uno di quegli incontri."
"No."
Suon categorico, aggressivo. E Nerea, spingendo il piatto non completamente vuoto verso il centro del tavolo, in segno che aveva finito di mangiare, disse:
"Dopo l'incontro, sto pensando di andare a vivere in un'altra citt. Non so quale. Non escludo nemmeno di andarmene all'estero".
Registrarono l'informazione senza giudicare, senza formulare domande. Poi parlarono, succinti, seri, di temi quotidiani, e il primo ad andarsene, perch era una domenica di campionato, senza dessert n caff, fu Xabier, che  abbonato fin da bambino della Real Sociedad, anche se va poco allo stadio. Nerea aiut a sparecchiare. Le due donne da sole, domand alla madre cosa pensava dei suoi progetti per il futuro.
"Ormai sei abbastanza adulta da sapere quello che fai."
"Oppure preferisci che faccia la fine di mio fratello?"
"Che gli succede a tuo fratello?"
"E l'uomo pi triste che conosco."
"Che accidenti ne sai tu di tristezza o di altro?"
"Anche io ho motivi in abbondanza per essere a pezzi. Per, guarda, a Londra, la sera stessa in cui mi sono accordata con Quique per vivere separati per un periodo, ho fatto un giro sulla riva del fiume. Mi sono detta: che faccio? Mi butto in acqua e ciao, o cerco una via d'uscita dal labirinto in cui mi trovo da molto, troppo tempo? E ho visto la corrente torbida, e i riflessi della citt nell'acqua, e poi ho visto la gente, e ho sentito della musica da qualche posto l vicino, avevo il vento sulla faccia e ho concluso: che cazzo, Nerea, solleva quella faccia, non rassegnarti, vivi, s, vivi, ragazza, anche se sei a pezzi, muoviti, combatti, cerca. E a proposito, ho saputo che vai tutti i giorni in paese e mi sembra perfetto. Immagino che anche tu starai cercando qualcosa."
"Cercare? Io? Io non cerco niente. Vado a casa mia. Non posso andare a casa mia? O ti d fastidio?"
C'era rabbia nei suoi occhi, nelle sue labbra serrate. Non parlarono pi.  un po' pi tardi, uscendo dall'appartamento, Nerea si accorse che lo zerbino vecchio non era pi sul pianerottolo.

*****

28

Tra fratelli

Grigiore di novembre. Piovigginava quando Nerea usc dal portone. In fondo alla salita, dove lei doveva passare, un ombrello nero nascondeva il volto di un uomo fermo in piedi. A Nerea venne un tuffo al cuore. Com' possibile se adesso non c' pi terrorismo? Era sospetta la presenza di un tizio solitario in atteggiamento da e con l'aspetto da. Per sicurezza, cambi marciapiede. Poco dopo il tizio si volt. Era Xabier.
"Non avevi detto che avevi fretta di andare alla partita?"
"Ho cambiato idea."
Il motivo? Be', perch riteneva pi importante parlare con lei da soli. Nerea: non la spaventasse. Lui: stesse tranquilla. Era semplicemente che, siccome si vedevano poco, mancavano occasioni per parlare in privato. Decisero di scendere verso calle San Martin. Lungo il cammino, lei gli disse di chiudere l'ombrello perch non pioveva pi e lui lo chiuse, e dopo poco si sedettero al bar dell'hotel Europa.
"Non sapevo che ti piacesse il cognac."
"Be', qualcosa bisogna pur bere. Mica staremo qui seduti senza consumare nulla, no?"
Lei ordin una camomilla. La paella le aveva lasciato un retrogusto oleoso e pesantezza di stomaco.
Xabier non prest attenzione alle lamentele della sorella. Senza preamboli, entr in argomento:
"Avremmo dovuto incontrarci tu e io prima di salire a casa dell'ama, dove, te lo dico in tutta sincerit, non mi sono sentito a mio agio. Avremmo dovuto metterci d'accordo su una serie di punti con l'idea di evitare nuove sofferenze a nostra madre. Sei stata decisamente inopportuna, anche se riconosco che in parte  colpa mia per non essere intervenuto in tempo".
"Per non avermi ordinato di starmene zitta?"
"Sarebbe bastato che dosassi i riferimenti ai tuoi progetti per il futuro. Per semplice prudenza o per una cosa di cui non so se hai mai sentito parlare, per delicatezza."
"Come quella che stai dimostrando tu adesso, no?"
"Era gi sufficiente la storia della tua ennesima separazione. Il resto sarebbe stato meglio riservarlo per un altro giorno. Magari ti  sembrato che l'ama abbia reagito con calma. Ma ti assicuro che quella calma  soltanto apparente.  la maschera che indossa da quando  diventata vedova. Finge di essere forte. Ma se avessi osservato bene, come l'ho osservato io mentre tu parlavi e parlavi, a volte con una specie di euforia che ha attirato negativamente la mia attenzione, avresti visto sulla fronte dell'ama, nei suoi occhi, che per lei ognuna delle tue parole era come una sassata."
"Ah, s? Be',  strano che tu l'abbia osservato, perch non ti ho mai visto alzare gli occhi dal piatto."
"Ci sono cose che si vedono senza bisogno di guardare. Ascolta, Nerea. Forse la separazione da Quique ti ha fatto pi effetto di quanto dai a intendere. Lo saprai tu. Durante il pranzo mi hai dato l'impressione di una donna che di colpo voglia fare molte cose, a qualunque costo e senza tenere in conto le ripercussioni che le sue azioni possano avere sulle persone vicine. Molto a tuo agio, per la verit, non sembravi."
"E se fosse cos? O devo adottare il tuo modo di essere?"
"Prima del viaggio a Londra ci avevi assicurato che avevi scartato l'idea dell'incontro di riconciliazione. Adesso scopriamo che pensi di proseguire con il programma. E tutto a che scopo? Per ottenere un benessere psicologico prima di squagliartela? Si salvi chi pu, no? Davvero potresti sentirti bene vedendo come vanno le cose all'ama? Io no. Forse potrei sentirmi meglio per un momento, alla presenza dell'assassino pentito. Ma poi tornerei a San Sebastian e vedrei che il mio sollievo non aiuta per nulla le persone che amo, ma tutto il contrario, e allora mi sentirei di nuovo come prima o peggio."
"Mi stai accusando di egoismo?"
"Diciamo di ingenuit."
"Xabier, non sono la tua sorellina di otto anni.  passato molto tempo dalla nostra infanzia. Non ho bisogno di un tutore. So badare a me stessa."
"Non lo nego. Perci sono qui a parlare con te, perch si suppone che tu sia una persona in grado di prendere decisioni, il che non ti impedisce di commettere errori. Errori che possono danneggiare gli altri, come in questo caso."
"Esageri."
"Fai di quello che  successo all'aita una versione a tuo uso e consumo. Cerchi una via d'uscita secondo la tua convenienza o i tuoi progetti o come vuoi chiamarli. Alla fine sei come Dio, inizi una nuova vita a Casadicristo della Frontiera, con le palme sulla spiaggia, e non ti passa per la testa che forse, con un simile modo di procedere, aumenti il dolore di quelli che rimangono qui."
"Siete emotivamente bloccati. Tu e l'ama siete in un buco di pena e di rancore e di malinconia dal quale non potete uscire e da cui non so se volete uscire. Io ho toccato il fondo. Basta. Qualcosa dentro di me deve cambiare. Perci, dopo essermi consultata, avevo deciso di andare da uno di quegli assassini e dirgli: mi avete fatto questo, queste sono le conseguenze, tienitele, te le regalo, e poi andarmene lontano con la sua richiesta di perdono o senza, in un posto dove nessuno mi riconosca o sussurri alle mie spalle. E dove possa dedicarmi a fare qualcosa per gli altri, non so, per le donne maltrattate, per gli orfani. Perci, niente egoismo. Mi sembra perfino pi egoista restarmene in questa citt a leccarmi le ferite fino alla fine dei miei giorni. Smetti di guardare quel maledetto bicchiere di cognac. Guarda me. Sono una donna separata, senza figli e con un piede nella menopausa. Mi stai facendo del male e ho voglia di tirarti questa camomilla in faccia."
Non si scompose. Non la guard. Non scost gli occhi dal bicchiere, nemmeno quando disse alla sorella che:
"C' una cosa che non sai. Mi spiace non avertela potuta dire prima.  un'altra delle ragioni per cui avremmo dovuto incontrarci. Credo che l'ama sia malata. Ignoro la natura del suo male. I risultati delle ultime analisi non lasciano presagire niente di buono. Mentre eri a Londra le ho fissato un appuntamento con uno dei migliori oncologi della zona. Ma  arrivato il giorno e l'ama non si  presentata allo studio medico. Dice che si  dimenticata. Io ne dubito. Cerco di non allarmarla. Le ho parlato di un controllo di routine.  chiaro  che non  stupida e ha dei sintomi e pi o meno sa interpretarli. Ti chiedo per favore di rimandare i tuoi progetti. Sarebbe meglio, a mio giudizio, che rinunciassi del tutto, almeno finch nostra madre  viva. Sarebbe generoso da parte tua non intraprendere azioni che potrebbero peggiorare il suo problema".
"Cancro?"
"Quasi sicuramente."
Xabier, due bicchieri di cognac e la camomilla della sorella, si avvicin al bancone e chiese il conto. Approfitt per domandare al cameriere il risultato della partita. Zero a zero a met del primo tempo. Tornato dalla sorella, non si sedette.
"Pensaci e, quando avrai una risposta, per favore fammi sapere."
"Non c' niente da pensare. Domani chiamo la mediatrice per dirle che lascio perdere. Ancora una volta il signor dottore l'ha avuta vinta. Ma ti assicuro che un giorno, non so quando, me ne andr da questa terra maledetta."
Xabier si chin per darle un bacio fraterno sulla guancia.
"Tempi duri."
"A chi lo dici."
Si salutarono succintamente cordiali, senza effusioni, senza sorridere. Lui usc e non pioveva. Lei rimase al suo posto d'angolo, a guardare come ipnotizzata, attraverso i vetri, il grigiore della strada.

*****

29

Foglia di due colori

Solo per giustificare la sua prolungata permanenza nel bar ordin un'acqua minerale. Fuori, il pomeriggio si faceva scuro. Passavano auto con i fari accesi. Gente nel locale? Poca. E Nerea cambi tavolo. Adesso era seduta pi vicino alla porta a vetri, da dove si osservava meglio il passaggio delle macchine. L'avvolgeva una gradevole sensazione di raccoglimento. Sola, assonnata, non le veniva in mente dove andare.
Le auto non circolavano in un flusso continuo, ma a raffiche regolate dai semafori all'inizio di calle San Martin. Quella circostanza provocava a Nerea un leggero piacere e le rendeva la tristezza, la sua tristezza con retrogusto di paella oleosa, pi sopportabile.
E di colpo, ronzando, pass un autobus, ma non di quelli urbani. E dentro c'era lei. Ecco la mia giovinezza e io diretta a Saragozza, a fare il quarto anno di Legge per desiderio/supplica/pretesa dell'aita, che voleva proteggere la figlia a ogni costo, ormai tanti anni prima.
Fino a Pamplona, in un autobus della Roncalesa, la mattina presto, che pianti. Le mie amiche, le cene del gioved, i giri in moto, la discoteca. Perdeva/abbandonava tutto in quel lontano mese di ottobre. E Saragozza non le diceva nulla. Una citt senza spiaggia, senza baia, senza montagne, che orrore. Come si fa a vivere cos lontano dal mare? Ma l'aita aveva insistito: non c' altra scelta, credimi. E quanto prima se ne andava da Euskadi, meglio era. A Barcellona, a Madrid, dove decideva lei. Non si preoccupasse per il costo. L'importante era mettersi in salvo, finire tranquillamente l'universit. E siccome era stata accettata dall'Universit di Saragozza, a Saragozza era andata, piangendo fino a Pamplona, dove le toccava cambiare, di umore migliore nella seconda parte del tragitto. Come mai? Il fatto era che a Pamplona, al bar della stazione degli autobus, aveva preso un caffelatte e uno stuzzichino di frittata e, cazzo, sembrava che, riempito lo stomaco, la vita avesse cominciato a mostrarle un profilo pi sorridente. Un ragazzo che andava a Logrono, o era da un'altra parte?, non se lo ricorda pi, le aveva fatto la corte, galante malizioso. E lei, per distrarsi, senza perdere di vista l'orologio alla parete, l'aveva un po' illuso e gli aveva dato un numero di telefono falso e un bacio sulle labbra. Risultato, che tra la frittata e il ragazzo le avevano rallegrato la mattinata; aveva dormito fino a Tudela ed era arrivata a Saragozza morta di fame, ma bene.
Prima c'era stata soltanto una volta. Due giorni di caldo infernale, sul serio; due notti di forno notturno in una pensione. Ne aveva approfittato per iscriversi e cercare un alloggio per studenti. In un'edicola di plaza San Francisco aveva comprato una copia del Heraldo deAragn. L'aveva gettato poco dopo in un cestino, conservando le pagine degli appartamenti da affittare. Appartamento a Delicias, appartamento a Las Fuentes, appartamento qui, appartamento l. Non le suonava il nome di nessun quartiere. E il caldo. Alle due del pomeriggio, nessuno per strada. Nemmeno un uccello o una mosca. Si era infilata in una cabina telefonica. La cornetta bruciava al punto che aveva dovuto prenderla con un kleenex. Aveva composto uno dei tanti numeri. Le avevano detto un prezzo cos basso che non si era fidata e aveva chiesto se la casa fosse proprio a Saragozza. Come? In citt o in un paese della provincia. Aveva percepito una reazione di sconcerto all'altro capo della linea. In citt, ovvio. Allora aveva pensato: cazzo, dove sono finita? E niente, aveva preso un taxi con l'idea di andare a dare un'occhiata all'appartamento, perch voleva tornare a casa prima possibile e per farlo doveva risolvere assolutamente la questione dell'alloggio. Le era sembrato un buon segno che l'autista capisse subito. Aveva dedotto che la strada era conosciuta, che avrebbe avuto quelle cose che non devono mancare a una strada di una citt civile. Quali? Lampioni, marciapiedi, negozi. L'aveva punta per un attimo la tentazione di domandare al tassista se fosse lontana, ma si era morsa la lingua. Uno, per vergogna, perch, certo, una persona con un po' d'intelligenza si sarebbe procurata prima di tutto una mappa della citt, e due, perch se questo si accorge che non conosco la zona allungher il tragitto di brutto per guadagnare pi soldi. Erano saliti fino a Torrero. Oltre il canale, ormai quasi in vista del cimitero, il tassista le aveva detto:  qui, e lei aveva pagato ed era scesa. L'appartamento? Buono. Pulito, niente affatto buio, ammobiliato con semplicit. La vista, pessima; per, senti, non  che una viene qui in vacanza. A dire il vero, Nerea aveva gi accettato prima che le aprissero la porta, mentre saliva le scale del palazzo. Il fatto  che si era ricordata il consiglio della madre. L'importante, figlia mia,  avere un tetto sulla testa quando cominceranno le lezioni; poi, con calma, cercherai il modo di sistemarti meglio. E le aveva anche detto di fare attenzione alle caselle della posta, quando entrava nell'atrio. Perch di solito la miseria le trascura, mentre le persone per bene cercano di tenerle pulite e in ordine, e a lei, cos aveva detto, basta vedere le caselle della posta per farsi un'idea del tipo di gente che abita in una casa. A Nerea le caselle avevano fatto un'eccellente impressione e anche la pulizia delle scale e dei muri, e quando la porta si era aperta e aveva stretto la mano della sua futura coinquilina, era gi pi che convinta di avere trovato casa a Saragozza.
Nei mesi in cui aveva vissuto l, la coinquilina, una ragazza di Huesca, quasi non la vedeva. In realt, non aveva mai saputo con certezza cosa facesse. Non era, ovviamente, una studentessa. La cosa peggiore dell'appartamento: che la facolt era lontanissima, e anche i bar e le zone di svago. Poi, tramontana e nebbia, era arrivato l'inverno e che freddo, porca di quella. Si era comprata una stufetta elettrica. Serviva a poco. Appena si allontanava di qualche metro, le tornava quella sensazione di lame gelide che l'attraversavano. Cos all'inizio dell'anno successivo aveva traslocato nell'appartamento di calle Lopez Allu, meglio riscaldato e meglio posizionato, ma anche pi caro. Lo divideva con due ragazze di Teruel. Una, pi giovane di lei, studentessa di Legge come lei; l'altra, di Filologia. Erano andate d'accordo fin dal primo istante.
Saragozza. Se suo fratello avesse saputo, se l'avesse saputo sua madre. Tranne all'inizio, quando tremava dal freddo nell'appartamento di Torrero e si sentiva sola, come avvolta in una membrana di nostalgia, era stata vicina alla felicit. Allora non se ne rendeva conto. Si limitava ad assaporare le possibilit di divertimento della giovinezza. Ben presto aveva fatto amicizie. Persone cos aperte, cos sane di spirito e dal carattere cos sereno, non le ha trovate in nessun altro posto. E lei, senza trascurare gli studi (non era stata bocciata nemmeno a un esame), aveva frequentato la notte, l'amore fisico, l'alcol, tutto tranne la coca e la marijuana. E aveva imparato a fare a meno del mare e della moto, e aveva dimenticato cose preoccupanti e drammatiche che forse non avrebbe dovuto dimenticare. Anche se non  che le dimenticasse. O le arrivavano attutite dalla distanza o non le arrivavano, in parte perch la sua famiglia, soprattutto l'aita, non voleva per nulla al mondo che le arrivassero.
Quella domenica grigia al bar dell'hotel Europa, mentre vedeva passare le auto e ricordava davanti al suo bicchiere e alla sua bottiglietta di acqua minerale visi e luoghi di Saragozza, aneddoti e feste, e tante peripezie tipiche della vita da studente, prov di nuovo la sensazione pungente di tante altre volte, e tutti i bei ricordi le si presentarono di colpo come le foglie di certi alberi. Di quali? Che importa. Come quelle foglie con una faccia di un colore e l'altra di un altro, una di un verde brillante, piacevole a vedersi, l'altra di un verde pi pallido che era il verde della colpa e dei rimorsi. Si guardava le mani e si pentiva di essere stata giovane; o peggio, di essere stata felice.
Sua madre, al telefono, le rimproverava di non andarli a trovare. Si sentivano abbandonati ora che molta gente del paese aveva smesso di rivolgere loro la parola. E appena un minuto dopo suo padre prendeva la cornetta e, abbassando la voce, le diceva non venire, figlia mia, che non ti passi per la testa, verremo noi a trovarti, e se hai bisogno di qualcosa, dimmelo. Cazzo, quanto le voleva bene. Il mio aita, mio padre. E lei, a Saragozza, pensava che l'aveva mandata a studiare fuori per tenerla lontana dalla persecuzione a cui lo stavano sottoponendo. Perch la storia delle minacce e delle scritte si che la conosceva, e anche che aveva iniziato i preparativi e le pratiche per trasferire la ditta in una regione pi tranquilla. Ignorava, per, quello che le raccont la madre quando avevano gi seppellito l'aita. In una lettera minatoria venivano enumerati una serie di particolari relativi a Nerea. Tutti veri: il posto dove studiava allora, le sue cene del gioved con la comitiva nella Citt Vecchia di San Sebastian. Sapere, sapevano perfino di che colore era la sua moto e dove la parcheggiava di solito.

*****

30

Svuotare la memoria

Si era gi bevuta l'acqua. Decise, le sette e un quarto di sera, di pagare la consumazione e andarsene, per. Per cosa? Una voce interiore le disse: Nerea, non essere stupida, che non ti venga in mente di rinchiuderti nella solitudine di casa tua con la testa piena di ricordi; scarica la tua memoria qui e ora; svuotala e cos i ricordi non ti disturberanno pi tardi. Pensa: la notte  lunga e novembre umido, buio, un mese bastardo.
A quel punto avvert un peso triste-triste che le impediva di alzarsi dalla sedia. Mostr al cameriere la bottiglietta di acqua minerale per farsene portare un'altra, anche se non aveva sete. Ma la imbarazzava starsene seduta l senza consumare.
Lei, la madre, il fratello, erano diventati tutti e tre satelliti di un uomo assassinato. Lo volessero o no, le loro rispettive vite ruotavano da lunghi anni intorno a quel delitto, a quel fuoco incessante di, di cosa?, cazzo, ma di pena, di dolore, e questa storia deve finire e non so pi come. Per una volta che avevo un'idea, arrivano e me la fanno crollare.
Il cameriere port la bottiglietta d'acqua e un bicchiere con del ghiaccio e una fetta di limone. E lei, stanca di osservare il traffico, rattrappita per la noia e la nostalgia, non si ricord nemmeno di ringraziarlo. Lei, concentrata su di s, come se si trovasse nella sala di un carcere di fronte a un etarra pentito: la mia famiglia non sa dove e quando l'ho saputo. Avevano sempre creduto che la notizia gliel'avessero data le sue coinquiline, avvisate dal figlio del proprietario del bar. D'altra parte, che importa. A sua madre aveva raccontato che era con le amiche ed era tornata a casa tardi, a notte alta, senza sapere quello che era successo.
Falso. Verso le cinque del pomeriggio, uscendo dalla biblioteca, aveva sentito: c' stato un attentato. Qualcuno, alle sue spalle, aveva chiesto: dove. Per Nerea, che aveva fretta di tornare a casa, lasciare libri e quaderni e prepararsi alla festa alla facolt di Veterinaria, non aveva prestato attenzione a quel dialogo. Alla fine dei conti, un altro attentato come tanti. Semplicemente, non le si era risvegliata la curiosit. Domani, semmai, legger il giornale. E a casa, luci spente, non c'era nessuno. Aveva fatto la doccia senza bagnarsi i capelli, perch fuori faceva freddo e pioveva. E nel frattempo era arrivata una delle sue compagne. Ciao, ciao. Ma nemmeno una parola a proposito di attentati. Evidentemente Xabier non si era ancora messo in contatto telefonico con il proprietario del bar, a meno che quest'ultimo non avesse suonato il campanello quando nessuna delle tre inquiline si trovava in casa. Prima delle sei, Nerea era gi pronta. Non  che dedicasse troppo tempo ad agghindarsi. A quell'epoca non era appassionata di make up  quanto oggi. Si era spruzzata un po' di profumo punto e basta. Un suo compagno, come si chiamava?, Jos Carlos, era passato a prenderla ed erano usciti.
Erano una compagnia di dieci o dodici studenti, ragazzi e ragazze, alcuni sconosciuti a Nerea. E niente, si erano ritrovati in un bar di calle Maestro Toms Bretn con l'idea di diventare un po' allegri e all'ora opportuna, lei non sapeva precisamente quando, dividersi in varie macchine, visto che, a quanto le avevano detto, bella, la facolt di Veterinaria  in culo a Dio. Lei, non ne ho idea. Aveva chiesto se era troppo lontana per andare a piedi e c'erano state delle risate. Era diventata seria. Di pi: tesa. Pensando che si fosse seccata, uno dei ragazzi le aveva chiesto scusa.  una ragazza: che ti succede? A lei s che aveva risposto, ma vagamente: no, niente,  che. E l'altra le aveva chiesto se si sentisse male e lei le aveva di nuovo detto di no. Cosa poteva dire?
Per caso aveva visto in cima alla parete, sullo schermo di un televisore piazzato sopra una mensola, la fotografia di suo padre. E aveva capito. Aveva sospettato? No, aveva capito con assoluta certezza fin dal primo istante. Subito dopo una scritta nella parte inferiore dell'immagine aveva confermato la sua certezza: ASSASSINATO UN IMPRENDITORE A GUIPUZCOA. Nerea, circondata da risate, da conversazioni banali e felici, aveva dissimulato. Il cuore le batteva con una tale violenza che le provocava un dolore vivo nel petto. Non appena avevano smesso di parlarle, aveva rivolto di nuovo lo sguardo verso il televisore. Aveva visto sullo schermo persone che non poteva sentire a causa della confusione del bar. Persone che parlavano davanti ai microfoni. Un signore in camice bianco, il lehendakari Ardanza con l'espressione seria. E infine aveva visto una strada e una facciata che aveva fatto fatica a riconoscere.
Nel frattempo, non era riuscita a trattenere l'urina. Meno male che portava dei jeans neri. E aveva continuato a fingere naturalezza. Lo sussurra al terrorista immaginario che ha di fronte in questo improvvisato e illusorio incontro di riconciliazione nel bar Europa. Sono rimasta ancora pi o meno cinque minuti seduta al tavolo. Aveva perfino tentato un sorriso per rispondere alla battuta di un ragazzo e aveva finito con finta tranquillit la sua birra. Con il passare degli anni, tutti questi particolari le fanno l'effetto di braci all'interno del corpo. Non aveva mai avuto nessuno a cui comunicarli. Alla sua famiglia? Impossibile. Non l'avrebbero capita nonostante avessero patito la stessa disgrazia. A Quique? Lui  sempre stato troppo preso dai suoi affari per interessarsi alle mie storie di quando non ci conoscevamo ancora.
Di nascosto aveva fatto un cenno a quel ragazzo, Jos Carlos, anche se non stavano insieme; per, insomma, con nessuno di quelli riuniti nel bar aveva la stessa confidenza. E lui aveva capito che lei voleva parlare da sola con lui o chiss cosa aveva capito, se pure aveva capito qualcosa. Il fatto  che aveva seguito Nerea in strada e poi pi in l, fin quasi all'angolo. Era ormai buio. Lei, cosce bagnate di piscio, aveva aspettato di essere a una certa distanza dal bar per voltarsi. Allora aveva abbracciato l'amico ed era scoppiata. Dio, che singhiozzi. Lui, stupefatto. Cos'hai, che ti succede? Ti hanno offeso quelli? Lei: il mio aita. Era l'unica cosa che riusciva ad articolare: il mio aita. E l'attonito ragazzo: cosa dici, che ti succede. Finch alla fine Nerea era riuscita a prendere fiato e a dirglielo. Aveva chiesto all'amico di accompagnarla per favore a casa.
Gli aveva anche chiesto di non lasciarla sola, di stare con lei tutta la notte. S, quello che vuoi, quello che vuoi. Erano saliti a casa. E Nerea, prima di tutto, era andata in bagno a lavarsi. Subito dopo, una delle sue compagne era venuta a dirle che avevano avvisato dal bar di sotto che doveva chiamare casa e che era urgente. Nerea: si,  che l'ETA ha ammazzato mio padre. La ragazza, che fino a quel momento ignorava la notizia, si era portata le mani alla testa ed era scoppiata a piangere. E anche l'altra, spaventata, che succede, che succede, era uscita in corridoio. Aveva detto una cosa ingenua: tuo padre  una guardia civile? E anche lei si era messa a piangere. Nerea aveva chiesto/ordinato a Jos Carlos di accompagnarla nella sua stanza. Ma non chiami? Lei: che la accompagnasse, che non si separasse da lei. E si erano stesi sul letto, e lui, hanno ucciso tuo padre, cazzo, l'hanno ammazzato, aveva difficolt a fare l'amore. Aveva inveito, bestemmiato, si era addormentato. E Nerea, nel letto, al buio, fumava una sigaretta dopo l'altra fino a svuotare il suo pacchetto e quello dell'amico. Si sarebbe fumata tutto il tabacco dell'universo.
Finalmente era arrivata l'alba. Le fessure della persiana si erano illuminate con il chiarore del nuovo giorno. Nerea aveva provato una sensazione confortante, come di aver trovato rifugio in una nuova data rispetto a quella del giorno precedente, che sarebbe stata impossibile da dimenticare. Come quando  appena finito un terremoto, un incendio, un fenomeno devastante e uno constata, in mezzo alle rovine, di essere sopravvissuto. Cose mie. Che ore erano? Le sette, le otto del mattino? La stanza satura di fumo, aveva scosso senza riguardi Jos Carlos, che dormiva come un angioletto al suo fianco. Ora poteva andarsene, gli aveva detto. E il ragazzo, gambe magre, pelose, si era vestito in fretta e se n'era andato di corsa, cos ansioso di obbedire che aveva dimenticato di dirmi qualche parola carina e di darmi un bacio di saluto.
E poi, da sola, era successo qualcosa di molto strano: tutto era normale. Come ogni mattina, si erano impadroniti dell'aria i rumori del traffico, pioveva come piove sempre, sui marciapiedi c'erano i passanti con gli ombrelli. Che altro? La gente si dirigeva alle sue occupazioni come se il giorno prima non ci fosse stato un attentato. Affacciata alla finestra, nuda, Nerea si era convinta che nel mondo c'era un complotto contro di lei. E aveva detestato la mattinata e la pioggia e la casa di fronte e una signora che era passata con un cagnolino. Tutte le cose sembravano dirle: va bene, hanno ucciso tuo padre, e allora? Muoiono anche gli scarafaggi e le galline. Quel pensiero le aveva fatto molto male. Di colpo aveva sentito come se si fosse svegliata da un brutto sogno per entrare in un altro peggiore. E aveva tirato fuori dalla borsa uno specchietto per guardare per la prima volta i suoi occhi, il suo naso, la sua fronte di vittima del terrorismo. Il fresco mattutino che entrava dalla finestra aveva iniziato a infiltrarsi nel corpo e lei aveva capito all'improvviso che quanto era accaduto il pomeriggio precedente era vero e che quella non era nemmeno la cosa peggiore, che il peggio doveva ancora arrivare e lei non avrebbe potuto farlo ritardare a lungo. Allora un violento brivido l'aveva attraversata al pensiero che doveva telefonare a sua madre.
Nessuno lo sa, nessuno lo sapr. Senza fare colazione, senza lavarsi, era andata in una cabina telefonica di avenida Goya. Dovevano essere le otto e mezza. Be', fino alle dieci passate non aveva chiamato. Percorreva la strada e tornava indietro, oppure camminava a caso per calle Fernando el Catlico e la Gran Via e faceva marcia indietro, e ogni volta che arrivava alla cabina tirava dritto e continuava a infradiciarsi di pioggia e a rabbrividire per la paura di dire alla madre che non voleva tornare in paese, anche se non aveva esami o impegni urgenti. Allora?  che non voglio vedere il cadavere n la cassa n la tomba,  orribile per me, e non voglio nemmeno che mi mettano in relazione con l'assassinio, che vengano a intervistarmi e mi facciano foto e che tutta Saragozza scopra chi sono. Non smetteva di provare la possibile conversazione telefonica con la madre. Le dico questo, le dico quest'altro. E in un'edicola della Gran Via aveva visto la faccia di suo padre sulla prima pagina di un giornale ed era stata sul punto di comprarlo, ma non aveva osato. Come mai? Si vergognava molto.
In paese ci era andata dopo sette giorni, quando il padre era gi stato seppellito e non era gi pi l'ultima vittima uccisa dall'ETA.  L'ama non me lo ha perdonato. Lo so. Non ho bisogno che me lo dica. Nerea l'ha colto in tutti questi anni in un'infinit di gesti, nel tono di certe parole, in certi rimproveri per questioni secondarie. E tutto questo Nerea avrebbe voluto raccontarlo in carcere a un terrorista pentito e toglierselo da dentro come chi vomita delle braci vecchie e non ancora spente. E non pu succedere perch il signor dottore dice di no e lei non vuole problemi con la famiglia; non facciamo la guastafeste.
"Quanto le devo, per favore?"

***** 

31

Dialogo nell'oscurit

In cucina, tardo pomeriggio, gli fece una sfuriata. Non gli diede neanche il tempo di togliersi le scarpe. Com'era possibile che l'ETA gli mandava delle lettere e lui non le avesse detto niente.
"Pensavo che in questo matrimonio ci raccontassimo tutto o almeno le cose importanti."
Seduto sulla sedia, il Txato si slacciava, flemmatico, le scarpe senza sollevare lo sguardo verso Bittori che, in piedi davanti a lui, il volto rosso di rabbia, non stava zitta. E dagli e dagli. E lui, al termine di una lunga giornata di lavoro, lanci un sospiro verso il pavimento come a dire vediamo quando accidenti finisce l'acquazzone.
"Come l'hai saputo?"
"Parlando con Miren."
"Ho preferito sistemare le cose da solo per non farvi preoccupare."
E Bittori riprese a strigliarlo. Dopo un po', lui l'interruppe. Cosa c'era per cena.
"Coda di rospo in salsa. Perch lo chiedi?"
"Perch non ho per niente fame."
Parlarono poco durante la cena, ciascuno assorto nei propri pensieri. Il Txato si limit a dire tre cose: che lei, con i suoi rimproveri e le sue lamentele, non gli stava rendendo le cose pi facili; che queste faccende si risolvono in segreto e che a quello scemo di Joxian bisognava tagliare la lingua per averlo raccontato alla moglie e chiss a chi altro.
Dalla cucina and direttamente a letto. Nel fodero, come diceva lui. E Bittori rimase a lavare i piatti della cena. A nulla serviva che di quando in quando Nerea le ricordasse che avrebbero potuto permettersi una lavastoviglie. Ma lei no, perch, avendo due mani, un catafalco di quelli comporta una spesa inutile, perch consuma molta acqua ed elettricit, e quando ti sposerai a casa tua farai quello che ti sembrer meglio, a me lasciami tranquilla nella mia.
Di solito il Txato non interveniva nelle discussioni famigliari. Lavastoviglie, non lavastoviglie, per lui era lo stesso. Abituato ad alzarsi di buon'ora, andava a letto presto. I giorni feriali, alle sei del mattino, a volte prima, stava gi sbrigando cose in ufficio. E anche nei fine settimana, siccome partecipava alle gite domenicali di cicloturismo, era in piedi prima dell'alba. Poteva darsi che qualche volta, imbarcato in un'accanita partita di mus, dimenticasse di guardare l'orologio; per, salvo eccezioni, normalmente alle dieci la giornata per lui era gi finita.
L'unica cosa che a quell'ora l'avrebbe spinto a rimanere alzato erano le repliche delle partite di pelota trasmesse dalla televisione basca. Le guardava finch arrivava il momento di tagliare la corda, perch Bittori si impadroniva del telecomando e a Bittori piaceva guardare da sola i suoi programmi.
Cos, finita la cena, il Txato si coric, come sempre dal lato di Bittori. Fin dai primi giorni del matrimonio le riscaldava il letto. Anche d'estate. Un'abitudine che non nasceva da un accordo tra loro e a cui lui non rinunciava nemmeno nei giorni in cui c'era stato qualche litigio. Poi arrivava Bittori, alle undici, a mezzanotte, e lui, senza svegliarsi, se ne tornava dal suo lato.
E arriv Bittori, che spesso sfogliava qualche rivista rosa a letto; ma stavolta spense subito la lampada sul comodino. Rimase seduta al buio, le braccia incrociate, la schiena contro la testiera. E lui, che di solito russava, respirava in silenzio, dal che Bittori dedusse che non stava dormendo.
"Cosa aspetti a raccontarmi tutto?"
Il Txato non rispose; ma lei sapeva/intuiva che era sveglio ed evit di ripetergli la domanda. Trascorsi diversi secondi, lui schiocc la lingua in segno di fastidio e, con ostentata malavoglia, mise al corrente Bittori a grandi linee della persecuzione a cui lo stavano sottoponendo, senza lesinarle cifre, senza nasconderle il suo viaggio in Francia. Invece non le disse una parola sui riferimenti a Nerea nell'ultima lettera.
"Cosa pensi di fare?"
"Aspettare."
"Aspettare cosa?"
Bittori lo sent voltarsi verso di lei nel buio.
"Per quest'anno li ho gi pagati e di pi non mi tirano fuori. 
Quei bastardi pretendono uno sproposito, proprio adesso che ho chiesto dei crediti per fare acquisti, e che ci sono dei clienti morosi che non saldano i debiti. Ricorda anche che non abbiamo finito di pagare l'appartamento di San Sebastian. Chiss, magari c' stato uno sbaglio. Qualche tarato che gli tiene i conti non ha segnato il mio versamento o l'ha segnato dove non doveva. Chi mi dice che il tipo a cui ho consegnato la busta non se l' tenuta per i suoi capricci? O forse ha ragione Joxian e la seconda richiesta in realt era destinata a un altro. Perci, per il momento  meglio non fare niente e aspettare che il tempo chiarisca le cose. E se mi sbaglio io, be', reclameranno."
"A dire la verit, io ho un po' paura."
"La paura non serve a niente."
"Quella gente  cattiva e in paese hanno molti amici."
"In paese mi conoscono. Sono di qui, parlo euskera, non m'immischio in casini di politica, do lavoro. Ogni volta che si fa una colletta per le feste, per la squadra di calcio o per qualche altra cosa, il Txato sgancia come pochi. Se qualcuno da fuori viene a farmi del male, sicuramente gli danno l'alt. Occhio, che questo  dei nostri. E poi, con me si pu parlare, eh?"
"Ti vedo troppo fiducioso."
"Non credere che stia qui a girarmi i pollici. Ho preso delle precauzioni. In azienda sono tranquillo. So come difendermi."
"Ah, s? E come? Hai una pistola nel cassetto?"
"Quello che ho nel cassetto  affar mio, ma ti ho gi detto che l sono al sicuro. La faccenda si complica? Bene, mi porto i camion da un'altra parte. A La Rioja o da qualche altra parte. Da giovane ho iniziato con meno e guarda se ce l'ho fatta o no."
"Be', anche se sei del paese, non mi sorprenderebbe che qualcuno dei tuoi operai abbia passato all'ETA informazioni su di te."
"Pu darsi."
"Hai parlato con altri imprenditori della zona?"
"A che scopo? Sicuro che pagano tutti. Ho fatto un'allusione al maggiore degli Arrizabalaga. Ho visto che si arrampicava sugli specchi. Queste faccende, come ti ho detto, ognuno le risolve per conto suo."
Bittori scivol sotto le lenzuola e la coperta fino a stendersi completamente. Si sentivano, smorzati, i rumori del vicinato, qualche voce per strada, il camion della spazzatura. E loro due erano gi schiena contro schiena, sedere contro sedere, e allora il Txato, con il viso rivolto verso la parete dal suo lato, lo disse, doveva dirlo, gli pesava troppo sulla lingua:
"Voglio che Nerea studi fuori. Dovunque, ma fuori, dopo l'estate".
"Ehi, e come mai?"
"Perch voglio che nostra figlia studi fuori."
"Hai parlato con lei?"
"No. Quando la vedi, puoi cominciare a prepararla."
Tacquero. Sotto il balcone pass una comitiva di festaioli. Poi cal il silenzio, che la campana della chiesa infranse per qualche istante per battere l'ora. Il Txato, diversamente dal solito, non russ per tutta la notte.

*****

32

Carte e oggetti

E mentre lo coprivano con la lapide, Bittori, gli occhi asciutti, perch io d'ora in avanti non pianger nemmeno se me li sfregano con la cipolla, pens che la prossima volta che entrer luce in questo buco sar quando seppelliranno me. Si aggrappava alla convinzione che quest'uomo si  portato una sporta di segreti nella tomba.
Glielo rinfacciava spesso, disgraziato, soprattutto durante le prime visite al cimitero.
"Mi hai tenuta nel limbo. Sono convinta che non mi hai detto neanche la met di quello che succedeva e di quello che ti facevano. Txatito, il giorno che mi metteranno accanto a te avrai molto da raccontarmi."
Prima di tornare a casa, lo perdonava. Sempre. Come poteva non perdonarlo? Povero Txato, cos buono, cos protettivo. E cos cocciuto, aggiungeva cambiando voce per farsi animo con il fatto che non era l'unica a sostenere quell'opinione.
"A te, ti hanno ucciso l'ETA e la tua cocciutaggine."
Liquidato l'imprenditore, era finita l'impresa. Quattordici licenziamenti. Quante volte Bittori e Nerea avevano sentito Xabier dire che era cos che i terroristi difendevano gli interessi della classe operaia. Gli tocc chiudere la ditta, cos'altro poteva fare, non senza prima chiedere alla madre se voleva occuparsene. Io? La stessa domanda la fece a Nerea quando finalmente la ragazza si degn di venire in paese. Io? E lui nemmeno. Cos vendettero con l'aiuto di un'agenzia di consulenza finanziaria quello che si poteva vendere, e il resto come ferraglia.
Xabier appese un cartello all'ingresso: chiuso per lutto. Sua madre usc per qualche istante dal suo languore per sussurrare di mettere: chiuso per assassinio. Non lo mise. E i dipendenti? Nessuno partecip al funerale. All'inumazione a San Sebastian ne vennero due.
Giorni dopo, un dipendente si present dal figlio del proprietario in rappresentanza dei colleghi per domandare quando dovevano tornare al lavoro. Neanche allora quel dipendente si ricord di fargli le condoglianze. Xabier lo guard con un misto di compassione e disgusto. Questi qui credono che il proprietario muore ammazzato e non cambia nulla? Prese tempo con disinvoltura professionale e linguaggio forbito. E siccome il dipendente, sordo alle spiegazioni, insisteva per sapere quando avrebbero dovuto ricominciare a lavorare, con meno pazienza Xabier gli disse che lui era un semplice medico e non aveva le competenze per gestire una ditta di trasporti.
Aveva gi abbastanza problemi con la revisione dei documenti in ufficio, le pratiche con le banche, l'annullamento degli ordini (alcuni provenienti dall'estero), la vendita dei beni, lo smantellamento della ditta e mille e mille rogne burocratiche che alla fine, su consiglio di un collega dell'ospedale, deleg a degli specialisti.
Quello stesso collega se n'era uscito con una domanda/suggerimento; lui la riport alla madre: una possibile soluzione per preservare i posti di lavoro. Quale? Cedere l'azienda, a condizioni economiche favorevoli, ai dipendenti.
"Neanche a parlarne."
Bittori si dimentic all'improvviso del lutto. Come gli veniva in mente di dire un'assurdit del genere? Avevano fatto un mucchio di scioperi, alcuni con rottura di vetri, picchetti all'ingresso e minacce all'aito. Tra loro c'era un caporione, uno molto aggressivo, un certo Andoni, con il suo adesivo del sindacato LAB, quello nazionalista, sulla tuta, che conduceva il gioco e gi solo lui aveva tolto innumerevoli ore di sonno al Txato. E il Txato lo aveva licenziato; e lui si era presentato qualche ora dopo con due scagnozzi del sindacato e aveva preteso di essere reintegrato.  che dire degli altri dipendenti? Alcuni, s, brave persone, ma avevano fatto un gesto di solidariet, di compassione, dopo l'assassinio? E guarda che avrebbero potuto mandarci un biglietto di condoglianze. Invece nemmeno quello. Soltanto due di loro si erano fatti vedere al cimitero di Polloe senza dire ba.
Quindi:
"Preferisco gettare tutto nella spazzatura".
Xabier caric in macchina diversi scatoloni con schede, fatture, bolle di accompagnamento e documenti di ogni genere, alcuni perfettamente ordinati in cartelline con gli anelli, altri sfusi. Non sia mai che. Che cosa? Be', che approfittando che non c'era n proprietario n attivit entrasse qualcuno a rubare o a distruggere. Debitori desiderosi di cancellare le prove del loro debito. Adepti della causa il cui odio non si era placato con l'assassinio.
Nerea:
"Diventeremo paranoici".
"Pu darsi."
Tutti quei mucchi di carte non risvegliavano in Bittori altro che indifferenza. Le dicessero dove doveva firmare e punto. Non voleva sapere niente della ditta. La ditta, diceva, era parte del Txato, come le sue orecchie a sventola e la sua passione per la bicicletta. Xabier guard con attenzione la madre, casomai scherzasse, invece no. E lei vaticin oscuramente che se i suoi figli si fossero occupati degli affari avrebbero subito la stessa sorte del padre.
Invece, insistette molto perch conservassero gli oggetti personali che il defunto aveva in ufficio. Un pomeriggio, Xabier se li port nell'appartamento di San Sebastian infilati in varie scatole di cartone. Qualche tempo dopo, lei e Xabier li diedero a Nerea, che li custodisce ancora a casa sua.
E Bittori gli disse che poteva andare perch voleva essere da sola quando avrebbe passato in rassegna le cose del Txato.
"Consentimi un piccolo commento sul contenuto."
"No."
"Tu sapevi che l'aita..."
"Ti ho detto di no."
E fu no. Lo accompagn alla porta. Bacio e agur. Sola in casa, Bittori, sci, cacci Ikatza dal divano, si sedette e apr gli scatoloni. Il Txato non le aveva mai rivelato che teneva una pistola in ufficio. Sorpresa? Nessuna. Me l'ero sempre immaginato. Non diceva che l si sentiva sicuro? Prese in mano l'arma nera. Sar carica? Caspita, quanto pesa. Il metallo freddo, le dita lontane dal grilletto, che non si sa mai. Per la tentazione era enorme e prese di mira la lampada sul soffitto. Cosa prova chi spara quando la vittima cade, quando inizia a sgorgare sangue dai fori aperti dalle pallottole nel corpo?
Tir fuori una mezza dozzina di scatole piccole, venti unit di cartucce 9x19 mm, tutte chiuse tranne una. Txatito, mio gangster, mio pistolero, a chi potevi sparare se eri un santo? E perch non eri armato il giorno che? Non so, io dico che ti saresti potuto difendere.
Appoggi a terra quegli aggeggi mortiferi e prese le foto incorniciate che il marito aveva tenuto in bella mostra su una mensola in ufficio: una con lei, entrambi giovani, sorridenti, davanti alla Torre di Pisa; una di ciascun figlio, Xabier a dodici o tredici anni, Nerea, bellissima, con il vestito della prima comunione; un'altra, tutti e quattro insieme, in ghingheri sulla porta della chiesa di Azpeitia, al matrimonio di un parente, e due del Txato, ciascuna con uno dei figli.
Tir fuori altri oggetti che le interessavano meno. Penne, una stilografica, trofei del club di cicloturismo e di diversi campionati di mus, una candela a forma di cactus che gli aveva regalato una volta Nerea, la sua principessa, la sua preferita, quella che non era venuta ai funerali. Insomma, cianfrusaglie sentimentali, carabattole, ricordi. E le lettere ricattatorie? No. Forse il Txato le aveva distrutte. Forse Xabier le aveva messe tra gli altri documenti.

*****

33

Scritte sui muri

L'ufficio era sistemato in un soppalco. Era una semplice piattaforma su pilastri di acciaio, con un tramezzo di vetro che permetteva al proprietario di abbracciare con lo sguardo l'interno del capannone e una finestra che si apriva sul piazzale. Il Txato l'aveva progettato in quel modo per controllare tutto, diceva. Gran controllore, il Txato. Gli sarebbe piaciuto fare tutto in azienda: tenere l'amministrazione, chiudere i contratti, sorvegliare carichi e scarichi, ingrassare i motori, misurare la pressione delle gomme, lavare i camion e guidarli. Sorvegliava gli arrivi e le partenze, ugualmente attento alla comparsa di un cliente o a una visita inattesa. Non appena sentiva il rumore di un motore, si affacciava alla finestra.
L'area era recintata da un muro di cemento alto un paio di metri, che faceva da base a una rete di fil di ferro ancora pi alta. Di notte una cancellata scorrevole chiudeva l'ingresso. Durante la giornata di lavoro di solito restava aperta. A Nerea, da bambina, i ragazzi del paese domandavano se il suo aita aveva costruito una prigione. E lei, per stare allo scherzo, rispondeva di s e che i dipendenti erano i detenuti.
Un giorno, alle prime ore del mattino, il Txato stava osservando dalla finestra l'accoppiamento di un camion con un rimorchio. Non si fidava. Non si fidava mai. Neanche dei suoi autisti pi esperti. Terminata la manovra, il camion part. Allora rimase in vista una parte del muro fino a quel momento nascosta. E dall'ufficio il Txato vide le lettere grandi e storte, tracciate con vernice spray: chato oppressore.
Fu la prima scritta che gli fecero. La sua convinzione iniziale: un atto di vandalismo. E pi che l'accusa, che lo irrit, e pi che il gesto, imbrattante e brutto, che lo irrit ancora di pi, e pi che la spagnolizzazione ortografica del suo soprannome, che lo fece andare fuori dai gangheri, lo indign/preoccup il fatto che lo scarabocchio fosse sulla parte interna del muro. Il che significava che qualcuno si era introdotto, di notte?, nella zona recintata. Bittori, che si stava asciugando le mani sul grembiule, non escluse che si trattasse di qualche dipendente. Il Txato scese dall'ufficio dalla scala metallica, stretta, ripida, che uno di questi giorni, secondo Bittori, ti ammazzi, ed era pi preoccupato di dissimulare la rabbia che di guardare dove metteva i piedi. Arriv nella zona adibita a officina per le riparazioni. Chiese una pistola a spruzzo. Avrebbe potuto dire a un dipendente di coprire per favore quella fesseria con la pittura. Per il Txato era un uomo impulsivo, da diamoci una mossa, da decisioni rapide, e anche un uomo che si accollava pi incombenze possibili, che fossero manuali o burocratiche. Perci, niente, and al muro e in un batter d'occhio cancell l'offesa.
In casa, a pranzo, lo raccont a Bittori. Insieme, passarono in rassegna i nomi dei dipendenti (lei diceva operai) alla ricerca del possibile autore della scritta. Qualcuno risentito, qualcuno che si considerava trattato ingiustamente dal padrone. Ma come al solito: senza testimoni n prove non c'era niente da fare. A nessuno dei due venne in mente di mettere in relazione le scritte con le lettere ricattatorie. Passarono le settimane, dimenticarono l'incidente, continuarono con le loro abitudini quotidiane.
Fino a un sabato di met marzo, a partire dal quale nulla fu pi come prima nella vita del Txato e della sua famiglia. Che ora poteva essere? Le undici di sera, poco pi, poco meno. Joxian e lui camminavano per strada discutendo di cose banali, perch erano tanto testardi quanto buoni amici. Facevano coppia al mus ed erano abbastanza bravi; per a volte, si sa, le carte favoriscono i rivali. Allora, lungo la strada di casa, non era raro che camminassero incolpandosi reciprocamente per la sconfitta.
Avevano cenato al circolo gastronomico. Ciascuno il suo, quello che gli prepara la moglie a casa. E siccome avevano in programma di alzarsi presto, avevano giocato a carte prima della cena e non dopo come altre volte. Il giorno successivo li aspettava una tappa cicloturistica abbastanza lunga, con finale in un bar del centro di Zumaya.
Insomma, tornavano a casa n sobri n ubriachi, impegnati in una delle loro solite liti, parolaccia va, parolaccia viene, con ampia libert di vocabolario perch non metteva in pericolo l'amicizia. E il fatto  che tra la conversazione accalorata e la luce smorta dei lampioni non notarono delle scritte recenti, aggiunte ad altre pi vecchie e ai cartelloni e alle pubblicit di vario tipo che ricoprivano in gran numero la parte bassa delle facciate. In un primo momento non ne videro una, ancora umida, accanto al portone del Txato. I due amici si fermarono a concludere la discussione. Si stavano salutando, uno aveva gi detto: speriamo che domani non piova, e l'altro: vabbe', rompiscatole, alle sette e mezza in piazza, quando l'attenzione di Joxian fu colpita dal nome del suo amico scritto sul muro.
"Santo Dio."
"Che c'?"
TXATO txibato, Txato spia. Porca puttana. E Joxian: che cancellasse la scritta prima di andare a letto, che con queste cose non si scherza. Si salutarono e il Txato, borbottando, quelle puttane delle loro madri, invece di salire a casa si diresse in garage, dove teneva delle vecchie latte di pittura. Spia io? Tutto per una rima del cazzo. Ma se in tutta la mia vita non ho mai parlato con un poliziotto. Altro problema: non aveva la pennellessa. O forse s, per, con i nervi e l'incazzatura, non la trovava. Allora niente, con un pennello e carta di giornale. E la pittura? Piena di grumi, ma non del tutto secca. Bene o male riusc a rendere illeggibili le due parole. Si macchi i pantaloni, ma non importava. Bittori protester. Che protesti pure. Spia. In un paese come il suo, la calunnia peggiore. Ed era la stessa di qualche settimana prima sul muro della ditta.
Si ripromise di comprare della pittura nuova il giorno dopo, al ritorno dall'escursione in bicicletta. Lo disse a Bittori a letto. E lei:
"Quindi credi che ti possano fare altre scritte".
"Comincio a pensare che non sia una semplice bravata. Meglio essere preparati."
"In questo caso, a che ti serve cancellare? Hai tutto da perdere. E dimmi, hai guardato se ci sono altre scritte per strada?"
"Sono venuto con Joxian e non ne abbiamo vista nessun'altra."
"Sicuro?"
"Be', sicuro sicuro no. Per adesso  tardi e sono in pigiama."
Spia, oppressore, traditore. Gli avevano scritto di tutto, in euskera e in castigliano, nella sua via, in quelle adiacenti, in piazza. Una campagna di persecuzione in piena regola. Almeno venti scritte nel centro storico. Tante, tutte insieme, non le fa un teppista. E poi va' a sapere quello che c' sulle case della periferia. Qui sono intervenuti il calcolo e molte mani. Era uscito di casa presto con il suo abbigliamento da ciclista e la bicicletta, e non riusciva a credere ai suoi stessi occhi. Txato qui, Txato l. Herriak ez du barkatuko. Cos. E quando arriv in piazza e si aggreg al gruppo di cicloturisti not, cosa?, not qualcosa, come una freddezza nel saluto. E occhi che evitavano di fissare i suoi. E gli mancarono le battute di altre occasioni, anche se poteva darsi che fosse all'improvviso diventato suscettibile e che fosse vittima della sua immaginazione e della sua diffidenza.
Si misero in marcia. Quattordici o quindici, quelli di sempre. Altri membri del club dovevano essere gi partiti o sarebbero partiti pi tardi. E l'unico che pedalava accanto a lui era Joxian, ma anche lui sembrava pi silenzioso del solito. Prima di lasciarsi alle spalle l'ultima casa del paese, da una finestra, l'urlo di un ragazzo lo insult:
"Txato, figlio di puttanaaaa!"
Nessuno di quelli che erano con lui accenn a difenderlo. Nessuno espresse un commento, una critica, una replica all'insulto. Il gruppo a poco a poco si disgreg. Succedeva. Alcuni andavano pi veloci di altri. E il Txato rimase da solo con Joxian, che pedalava sempre due o tre metri dietro di lui senza dire una parola. E salendo il valico di Orio rimase ancora pi indietro, anche se come scalatore era pi bravo del Txato.
Finalmente avvistarono Zumaya. Il bar gi lo conoscevano da altri anni. L gli avrebbero timbrato la tessera dove figuravano, in differenti quadratini, le tappe della stagione. E poi, la ricompensa allo sforzo: uova al tegamino con prosciutto. Dalla strada si sentivano voci e risate. Il Txato entr. Nel bar cal un silenzio repentino. E quello fu troppo per lui. Quello non lo pot sopportare. Non si fece nemmeno timbrare la tessera. Senza salutare nessuno, neanche Joxian, mont sulla bici e torn da solo in paese.

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34

Pagine mentali

 A Joxe Mari i capelli arrivavano alle spalle quando l'avevano arrestato. Che ne era stato di quei ricci, del solletico dei capelli sulla fronte e anche qui, all'attaccatura della spalla? Meglio non pensarci. Quando si guarda allo specchio, dice: quello non sono io.
Ed era passato un anno, ne erano passati due, quattro, sei, ognuno con le sue feste di Natale, le sue feste del paese celebrate senza di lui. In realt, tutto ormai accade senza di lui. Non vede scendere l'acqua del fiume, non sente le campane della chiesa, e in questo momento pagherebbe milioni (che non ha) per mangiare qualche fico nell'orto del padre. Per non farsi il sangue amaro, preferisce non fare il conto degli anni che deve ancora scontare; anche se l, nel fondo delle sue vaghe speranze, non esclude la possibilit che magari l'organizzazione, magari il governo statale, magari la pressione internazionale eccetera. Certe notti, al buio, cerca di ricreare in bocca il sapore del chacoli, il vino aspro della sua terra. O del sidro,  uguale. E a volte gli sembra, porco diavolo, quasi di riuscirci.
Al sesto anno gli si erano formate le stempiature. E, be', quello  il meno. Una volta aveva appoggiato il cocuzzolo della testa su una sbarra del letto e, porca miseria, aveva sentito una frescura sul cuoio capelluto che non aveva mai sentito prima. Adesso  calvo. Completamente calvo. Se un giorno esce, in paese non lo riconoscono. Si  rasato quasi a zero perch non si noti, deve sembrare che non ha capelli perch gli gira cos.
A sua madre non piace la testa lucida. Se  per questo, ai vecchi tempi non le piacevano nemmeno i capelli lunghi, che sembri un barbone, n l'orecchino n la militanza, anche se su quest'ultima cosa ha cambiato idea dalla sera alla mattina.
Per lui? Sicuramente. L'ama  forte. Dio, che fegato che ha. Il vecchio  fatto di un'altra stoffa, come Gorka. Tranquilli, miti. Io sono venuto come Vama e va cos e sono qui e qui rimango. Dove? In cella. Nella fottutissima cella del fottutissimo carcere fino al prossimo trasferimento o finch non mi liberano.
Oggi  di txapeo, ma perch gli va cos, eh? Non per la lotta o per le proteste. Per stare da solo e non vedere in cortile o nei corridoi le facce di tutti i giorni. E come tante volte, si stende sul letto a sgranare ricordi come chi guarda un album di foto. A volte se ne sta due o tre ore a sfogliare mentalmente pagine di vecchie storie, e anche se da una parte lo corrode la nostalgia, dall'altra riesce a fare in modo che le ore passino senza che se ne accorga. Ehi, che altro vuoi; sono alcune ore in meno della montagna di anni che gli restano da scontare. In quei casi, le sorprese sono la cosa che pi gli piace. Perch se ne sta cos, tranquillo, immerso nei suoi pensieri, guardando il soffitto, e gli arriva di colpo quel ricordo o quell'altro di ormai tanto tempo prima, di quando era libero e aveva i capelli e giocava a pallamano e beveva tutto il chacoli che voleva. O sidro o birra,  uguale.
Dovevano avere, quanti anni avevano? Dieci, dodici? Pi o meno. Andavano insieme, Jokin e lui, inseparabili, nei boschi l intorno, ciascuno con la sua fionda, a caccia di uccelli. Costruivano le fionde con forcelle di nocciolo, strisce elastiche tagliate da camere d'aria di pneumatici e un pezzo di cuoio. Una domenica, ricorda, approfittando del fatto che, essendo un giorno festivo, non c'era nessuno nell'azienda del Txato, scavalcarono il cancello dell'ingresso per raggiungere il magazzino delle gomme di ricambio e l, con un coltello, tagliarono delle strisce da una camera d'aria. Quelle erano state le fionde migliori che avessero mai avuto. Sul serio. Lanciavi un proiettile da un lato all'altro del fiume e cadeva ancora molto pi in l. Tentavano di abbattere gli uccelli con i cuscinetti a sfera o con i sassi; per, che lui ricordi, non riuscirono mai a cacciarne uno con quel metodo. Invece erano bravissimi a rompere bottiglie o a colpire un segnale stradale che stava in fondo alla zona industriale, finch a forza di sassate gli tolsero via la vernice e alla fine neanche dio avrebbe indovinato che segnale fosse. Un pomeriggio a Jokin venne in mente di tirare alle finestre. Crac, facevano i vetri rotti. Crac. E si mettevano a correre, che bastardi, e qualcuno si affacci e gli url dietro, mascalzoni. Se vuoi prenderci, corri. E morivano dal ridere. Undici, dodici anni. Due mocciosi. Pi o meno l cominci la lotta armata. L'avevamo nei geni. Sorride guardando il soffitto. Che diavolo ci faccio qui a ridere mentre mi arrovello nei pensieri? Si fa serio. Sfoglia un'altra pagina mentale.
Gi pi grandi, cacciavano con il richiamo, Jokin e lui, e a volte anche Koldo. Dice al soffitto della cella che il richiamo  pi per quelli furbi che per quelli tutti muscoli. Koldo non era n una cosa n l'altra, per aveva un cardellino che cantava di brutto. Mai visto niente di simile. Koldo sistemava la gabbia fra gli arbusti. Il bastardo del cardellino, pio pio, dagli con i gorgheggi. I tre amici aspettavano in silenzio a una ventina di metri, fumando. Non una parola, non un rumore. Di colpo, a un segnale, uscivamo a tutta birra dal nascondiglio. E agli uccelli, nella fuga, si appiccicavano addosso le stecche unte di vischio. E anche senza la fuga, adesso non venirmi a dire. Cercavano di scappare, ma inutilmente, e quanto pi sbattevano le ali tanto pi gli si appiccicavano le stecche. C'erano pomeriggi in cui prendevamo, senza esagerare, sette o otto cardellini, sempre badando che non ci beccassero le guardie civili. E la sera le nostre amatxos ce li friggevano per cena. Che bella vita, che peccato diventare adulti. Koldo, pi avanti, era diventato un cardellino. Cio, aveva cantato. Ma cosa gli si pu rimproverare? Lo avevano massacrato nella caserma di Intxaurrondo. Gli mettevano la testa nell'acqua. La maledetta vasca da bagno. E alla fine, ovvio, aveva fatto dei nomi. Jokin e lui: non doveva preoccuparsi; tanto, prima o poi, sarebbero comunque arrivati a loro. Erano fuggiti in Francia e, dopo qualche mese, avevano incontrato Koldo per caso in un bar della Bretagna.
"Insomma, mi perdonerete. Pensavo che non ne sarei uscito vivo."
"Tranqui. Li ripagheremo con la stessa moneta."
Con il fucile a pallini di Jokin cacciavano meno che con il richiamo; per il fucile era un giocattolo meraviglioso, lo condividevano e se lo passavano alla grande. Poi, gi nell'organizzazione, durante l'addestramento con le armi, l'istruttore rimaneva a bocca aperta. Cazzo, ragazzi, come fate ad avere questa mira? Meglio di alcuni veterani, che tanto bla, bla, bla, per al momento di centrare il bersaglio erano ciechi. Jokin, a una festa del paese, nel chiosco di tiro, pim pam, pim pam, non ne mancava uno, con tutto che, secondo lui, avevano stonato apposta il mirino. Il vecchio del chiosco gli aveva detto va bene cos e con la faccia dura gli aveva strappato via il fucile. Faceva il finto tonto per non dare il premio a Jokin. Ci eravamo riuniti un mucchio di ragazzi davanti al baraccone. Al vecchio non era rimasta altra scelta che mollare il premio, una merda di peluche.
A quell'epoca, Joxe Mari aveva avuto una prima sensazione di quello che sarebbe stato sparare a una persona. A volte tiravano a qualche gatto. Per un essere umano  un'altra cosa. E aveva sussurrato a Jokin: t'immagini? A Jokin un pensiero del genere non era mai passato per la testa. Il fucile era per divertirsi, diceva. Sognava di andare a caccia da grande con un'arma potente, ovviamente non per sparare a uccellini e gatti, ma a cinghiali e cervi e animali del genere. E sognava un safari in Africa.
Mentre lo raccontava, nascosti entrambi dietro dei cespugli, Joxe Mari aveva puntato il fucile contro il contadino che stava tagliando l'erba sul pendio di fronte, con un sacco come cappuccio per proteggersi dalla pioggia. E Joxe Mari aveva portato il dito al grilletto e si era immaginato il contadino che piegava bruscamente il corpo in avanti e rotolava ferito gi per il pendio. Jokin gli aveva detto a bassa voce che con le armi non si gioca. Cos'avevano, sedici anni? Non di pi. La notte aveva sognato che una pattuglia era venuta a prenderlo con le sirene perch aveva ucciso un poliziotto e molti anni dopo, con gli occhi fissi al soffitto della cella, rievocava quella scena del contadino.

*****

35

Scatola in fiamme

Sopra il bancone, una fila di salvadanai di colori diversi e un'altra con foto di militanti incarcerati, il blocchetto con i biglietti per la lotteria di una mariskada e su un lato, accanto alla parete, la bancarella di portachiavi, accendini, bandiere, foulard, eccetera. I due amici aspettavano in una taverna di calle Juan de Bilbao, seduti in fondo, quasi al buio e senza bere alcol. Jokin aveva sete e chiese dell'acqua del rubinetto alla ragazza al bancone, che agitava la testa al ritmo della musica, frangetta corta e dritta, e lei gliela port.
Joxe Mari guardava di continuo l'orologio. E Koldo, che non arrivava. Jokin s'intratteneva sfogliando le pagine di Egin. La taverna, la strada, semideserte. Con tutto che erano le otto passate, ora di chiacchierare e di andare di bar in bar. I ragazzi abertzale scandivano slogan alla manifestazione di protesta per il recente arresto dei membri di un commando. Anche la comitiva del paese, che si era trasferita a San Sebastian come se andasse in guerra perch, comunque la si guardi, questa  una guerra. O un conflitto o come lo si vuole chiamare. E con la comitiva c'era Koldo, che aveva l'ordine di riunirsi con i due amici non appena la testa del corteo fosse arrivata al Bulevar, dove si sarebbe officiato il solito rito. Un membro della Direzione nazionale di Herri Batasuna avrebbe letto un comunicato dal gazebo della musica e a un certo punto dell'intervento due incappucciati sarebbero saliti a bruciare una bandiera spagnola. I sei del paese, nel frattempo, avrebbero portato a termine in un altro punto della citt, non lontano da l, la loro azione, preparata fin dal giorno prima.
Aspettavano ansiosi Koldo, senza assaggiare una goccia di alcol. C' chi beve per darsi coraggio, ma non loro, perch hanno convinzioni e disciplina, e perch gli piacciono, dicono, le cose fatte bene. Gli errori non si addicono ai baschi (Joxe Mari). La paura  per chi ne ha bisogno (Jokin).
Koldo, Koldito, vieni di corsa se serve, non mancare. Perch tanta fretta? Be', perch non volevano essere battuti sul tempo dagli jarraitxus di Renteria. Gi una volta erano stati pi svegli di loro e si erano presi il merito. Cio? Niente,  che avevano dato fuoco a un autobus nuovo da pi di venti milioni di pesetas, marca Mercedes, che quello s che fa la bua alle casse comunali. E loro si erano dovuti accontentare di un Pegaso vecchio e sgangherato, che per di pi brucia molto peggio e al Comune non costa neanche la met. Anzi, gli abbiamo fatto risparmiare le spese di rottamazione.
Entra Koldo, camicia a quadri, mandibola sporgente. Ordina una birra piccola. No, niente da fare.
"Cazzo, raga, ho la bocca secca a furia di gridare."
Non  il momento di discutere. Lo lasciano piantato vicino al bancone. La barista, che figa che , li incita.
"Forza, campioni, dateci dentro."
Per evitare il tintinnio delle bottiglie, Joxe Mari porta lo zaino stretto contro il corpo. Camminano a passo veloce per calle Narrica. Koldo li raggiunge di corsa.
"'Spettatemi, stronzi."
In fondo, sul Bulevar, si sente la massa che urla slogan. E Koldo, un passo dietro i suoi amici, fa rapporto ansimando: marea di gente, gli autobus hanno cambiato percorso. Gli altri due non lo guardano e non gli rispondono. Dopo, s. Joxe Mari si ferma un momento accanto alla vetrina di un negozio di cappelli.
"Ci sono molti txakurras"
"Macch. Un po' di beltzas."
I passanti non coinvolti nella manifestazione, prudenti, timorosi, si allontanano dalla zona. Cielo azzurro, pomeriggio gradevole, qualche carrozzina da neonato. Si avverte una tensione nell'aria, una strana trasparenza, preludio del putiferio.
Jokin  interessato a sapere se Koldo ha visto quelli di Renteria.
"No."
"Bene, andiamo."
E i tre procedono in fila indiana; Joxe Mari, il pi alto e corpulento, in mezzo con lo zaino pieno di bottiglie molotov. S'intrufolano, n lenti n veloci, tra la folla di ragazzi che urlano in coro: Presoak kalera, amnistia osoa. Loro restano in silenzio. I manifestanti si scostano, perch qualcosa vedono, notano qualcosa in loro e capiscono che conviene lasciarli passare.
Come convenuto, si uniscono al resto della banda su una panchina pubblica di plaza de Guipuzcoa. Di fronte a loro, un'immagine tranquilla di piccioni e passeri, nonni con nipoti, signore con cane, fidanzati con fidanzate e, insomma, passanti che vanno e vengono per i sentieri di ghiaia, sotto gli alberi.
I saluti sono inutili. I sei ragazzi s'incamminano verso l'Avenida, tre su un marciapiede, tre sull'altro. Poco prima di arrivare, si ricongiungono accanto a un'impalcatura che s'innalza fino alla parte pi alta della facciata. L si coprono la bocca con un fazzoletto e si tirano su i cappucci. Jokin preferisce un passamontagna. A Joxe Mari, per non fargli lasciare lo zaino, il fazzoletto lo annoda Koldo.
Adesso sanno di essere osservati: adesso il loro aspetto, guarda, guarda, attira molto l'attenzione. Alcune persone, vedendoli, cambiano marciapiede e restano l a mormorare; per nessuno fa qualcosa per fermarli. Nessuno li rimprovera n chiama la polizia. E tutti si rendono conto che quei ragazzi hanno in mente qualcosa.
Di l a poco avvistano un autobus. Proveniente da calle Echaide, ha appena imboccato l'Avenida verso il luogo dove si trovano loro. Nel suo percorso usuale, l'autobus avrebbe proseguito dritto fino al Bulevar, che adesso  occupato dai manifestanti. La banda vede che  della linea 5, con alcune persone, non molte, a bordo. Che sfiga, non  di quelli nuovi. Per, una volta che si erano coperti il volto, non c'era altra scelta che agire. Senza esitazioni, Jokin disse: questo. E puntarono quello.
Lasciarono passare diverse macchine, ma fecero fermare quella davanti all'autobus. Uno diede una manata sul cofano; un altro apr la portiera dal lato della guidatrice, la fece scendere, una donna sulla trentina, e subito dopo, in quattro, trictrac, misero il veicolo di traverso sulla carreggiata. La donna lanciava urla isteriche.
"Mia figlia, mia figlia!"
Koldo la allontan con un violento spintone.
"Togliti, cazzo."
Per poco non la fece cadere. La donna, persa una scarpa, lottava per tornare alla macchina. E dall'altra parte della strada un signore grid:
"Lasciala in pace, teppista".
L'autobus, con la strada bloccata, dovette fermarsi. E siccome i ragazzi si disinteressavano della macchina, la donna ne approfitt per tirar fuori dal sedile posteriore una bambina di due o tre anni.
L'autista dell'autobus, che fa? Provocava? Era paralizzato dalla paura? Jokin lo incitava ad aprire le portiere e quello faceva finta di niente. Gli lanciarono con la fionda una biglia d'acciaio. L'impatto lasci un segno sul parabrezza, senza riuscire a infrangerlo. Se arriva in faccia all'autista... Lui, finalmente, cap cosa gli stava ordinando di fare il ragazzo con il passamontagna e apr le porte. Una dozzina di passeggeri scesero con timorosa celerit. Subito dopo esplose all'interno la prima bottiglia incendiaria. Joxe Mari diede istruzioni:
"Mirare ai sedili, ai sedili".
L'autista smont con un salto. Impieg qualche istante ad accorgersi che gli aveva preso fuoco una scarpa. Se ne sbarazz in fretta e furia. Senza perdere un secondo, attravers la strada dando manate all'orlo fumante dei pantaloni. A quel punto l'autobus era un'enorme scatola in fiamme. Una fumata densa saliva sfiorando la facciata pi vicina. I curiosi formavano capannelli a prudente distanza. Uno degli aggressori scatt diverse foto con una macchina che aveva in tasca.
Terminata l'azione, Joxe Mari, pugno in alto, grid con lo sguardo all'autobus avvolto dalle fiamme:
"Gora Euskadi askatuta!"
I suoi compagni, anche loro con i pugni alzati, risposero:
"Gora!"
"Gora ETA!"
"Gora!"
I sei ragazzi si misero a correre, alcuni lungo una strada, altri per una parallela, in direzione del Bulevar. Erano d'accordo di ritrovarsi in plaza de Guipuzcoa. Il resto del tragitto lo percorsero a viso scoperto, chiacchierando tranquillamente.
"Il lavoro  fatto. Ora a bere."
In quel mentre il carillon della Diputacin diffondeva i suoi dolci e armonici din don nel pomeriggio violaceo.

*****

36

Da A a B

Mani che battevano in continuazione sulla schiena di Joxe Mari per congratularsi. Schiena larga, dura, parete muscolosa con canottiera a righe. Non appena entravano nel bar tizio, caio, la sorella di, il cugino di, zac, manata.  che Joxe Mari, diciannove anni, era seduto al primo tavolo appena si entrava nella Arrano Taberna. La comitiva chiacchierava a voce alta, contendendo l'egemonia acustica del locale alla musica (rock radicale basco) a tutto volume. Brutto posto per cospirare, secondo Jokin.
"Ci sentono fin dalla strada."
Chiunque entrava o usciva doveva passare per forza vicino alla schiena di Joxe Mari. E lui rispondeva alle congratulazioni con un'espressione di decoroso orgoglio, senza troppe smorfie, visto che in realt aveva soltanto, come diceva quasi scusandosi, fatto il suo dovere. La mattina, la squadra di pallamano aveva vinto 25 a 24 su quella di Elgibar. Sette dei gol li aveva segnati Joxe Mari. Lo adulavano:
"Ti faranno passare professionista".
"Be', vedremo."
Dall'altro lato del tavolo, Jokin dipingeva un panorama paradisiaco di socialismo e indipendenza, con i sette territori di Euskal Herria uniti e senza classi sociali, dove perfino l'erba, quanto ci scommetti?, parler euskera. E poi, se  per lui, buoni rapporti con spagnoli e francesi, eh?, per loro a casa loro e noi a casa nostra. Esponeva i passi strategici secondo la rotta tracciata dalla Alternativa KAS. La banda trincava, chi calimocho, un cocktail di vino rosso e Coca-Cola, chi birra, con espressione unanime di approvazione.
L'unico che di tanto in tanto si distraeva, guardava altrove, sollevava lo sguardo verso il televisore, era Joxe Mari, al quale ogni due per tre rivolgeva la parola qualcuno appena arrivato o qualcuno che stava per andarsene.
Jokin diede un pugno sul ripiano del tavolo.
"E a chiunque si metter di traverso, ostacolando il raggiungimento del nostro obbiettivo come popolo, legnate subito. Anche se sarebbe il mio aita, porca puttana.  come andare da A a B. Siamo ad A" appoggi il polpastrello dell'indice sul tavolo "e B  l, dove c' quel bicchiere. E noi andiamo a B costi quello che costi."
Il crocchio di amici lo assecondava con i gesti e con le parole. Uno:
"Giorno dopo giorno, ciascuno nel suo paese o nella sua citt, e ce la facciamo".
Un altro:
"Ma coster, eh? Lo Stato  duro".
"Lo Stato  una merda."
E Jokin, facendo un gesto come per reclamare per s i diritti di propriet della conversazione:
"Sono caduti imperi pi grandi. Guarda Napoleone. Tu ammazzagli oggi un soldato; domani, un altro, e alla fine gli lasci l'esercito spennato".
Brindarono allegri, unanimi, ai postulati dell'Alternativa KAS. E Joxe Mari non brind n se ne accorse perch stava chiacchierando con un ragazzo della sua ditta, in piedi accanto a lui. Gli chiesero di dire la sua.
"Lo sapete che non mi piace la politica. Per me  lo stesso se comanda uno o l'altro. Io lotto soltanto per una Euskal Herria come popolo liberato. Il resto, fate quello che volete. L'ha gi detto Jokin: andiamo da A a B e quando arriviamo a B, a me lasciatemi tranquillo. Me ne vado in campagna, pianto dei meli, costruisco un pollaio e affanculo tutti."
Si alzarono voci discrepanti:
"Bisogna pensare anche alla classe operaia".
"E poi bisogna cacciare le forze di occupazione spagnole. Non  facile come dici tu."
Joxe Mari bevve un sorso di calimocho e, guardando con una flemma provocatoria ogni componente della banda, disse che:
"Rendete tutto pi complicato. Vediamo, se otteniamo l'indipendenza, il resto ce lo sbrighiamo fra noi. Migliorare la vita dei lavoratori? Perfetto. La si migliora. Chi ce lo impedisce se non ci governa nessuno da fuori? La faccenda dell'euskera. Stessa cosa. Qui tutti devono imparare l'euskera e non c' nient'altro da dire. La polizia e l'esercito spagnoli? Si suppone che siccome siamo indipendenti li abbiamo gi presi a calci. Avremo la nostra polizia e il nostro esercito, e io le mie galline e i miei meli".
"E la Navarra?"
Sbuff, impaziente, prima di rispondere.
"Se non c' la Navarra vuol dire che non siamo arrivati a B e non c' Euskal Herria. E la stessa cosa vale per i territori di Iparralde. Vedete che rendete tutto pi complicato?"
Non disse altro perch gli stavano facendo dei segni dalla strada. Josune: frangetta corta, un ciuffo di capelli lisci che le si allungava sulla schiena, braccialetti di cuoio sul braccio con le maniche rimboccate. Joxe Mari, corpulento, si lanci a baciarla. Lei indietreggi con occhi duri. Per strada non vuole che la baci, quante volte deve dirglielo.
"Cosa c'?"
"Ho visto tua sorella in piazza con uno che sembra il fidanzato. Voglio dire, per come ballavano stretti. Arantxa si fa baciare in pubblico. A me questo non mi va."
"Sei venuta a raccontarmi dei pettegolezzi?"
"Ho fatto finta di passare di l per caso per farmelo presentare. Non  del paese."
"Senti, neska, mia sorella  pi grande di me. Fatti suoi con chi esce. Io non mi intrometto."
"Non vuoi sapere come si chiama?"
Era lo stesso.
"Guillermo."
A Joxe Mari il nome non sembrava n bello n brutto.
"Di cognome?"
"Non gliel'ho chiesto."
"Se entra nella famiglia gli metteremo un soprannome. Non preoccuparti."
Non  che a Joxe Mari togliesse il sonno il fatto che Arantxa usciva con un ragazzo e lo portava in paese per mostrarlo ai conoscenti e magari alla famiglia.
" un maqueto, uno spagnolo. Basta guardarlo in faccia. E non parla euskera."
"Come fai a saperlo?"
"Cazzo, perch quando Arantxa me l'ha presentato ci ho parlato e il tipo non capiva, e abbiamo dovuto continuare in castigliano. Sarebbe da pazzi che vi s'infilasse uno spagnolo in famiglia. Magari  pure della polizia e con la scusa di uscire con tua sorella ci spia tutti, a cominciare da te."
A Joxe Mari si corrug la fronte.
"Il fatto che non parli euskera non vuol dire che..."
"Cosa?"
Dalla Arrano Taberna venivano risate, schiamazzo di voci e musica. E Joxe Mari si gratt la testa e guard: l accanto la comitiva che beveva, allegra, e di fronte a lui Josune con la faccia cupa.
"Va bene, quando la vedo glielo chiedo. Entri?"
"Mi aspettano a casa."
"E a te quando si pu dare un bacio?"
"Qui no."
"Allora andiamo in quel portone."
Ci andarono e rimasero qualcosa come cinque minuti abbracciati nella penombra, tra la porta e la fila delle cassette delle lettere, finch sentirono dei passi di qualcuno che scendeva le scale e tornarono in fretta in strada.

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37

Torta della discordia

Il naso un po' (abbastanza) schiacciato di Gorka, la sbreccatura di un incisivo, hanno una spiegazione. A nove anni, l'aveva investito un furgoncino. Roba da ammazzarlo. Non sarebbe stato il primo in paese. Ancora convalescente, aveva chiesto ai genitori, con quel tono dolce, canterino, che ormai ha perso, ma del quale a volte spunta fuori una traccia sottile nella sua voce attuale da adulto, se, in caso fosse morto, gli avrebbero messo una croce sul ciglio della strada come quella che avevano messo a Isidoro Otamendi, che si era ammazzato una mattina mentre andava al lavoro in moto.
Adesso che lo spavento era passato, a Joxian era venuta voglia di scherzare.
"Certo. Ma una ancora pi grande. E di ferro, in modo che duri molti anni."
A Miren quella conversazione non piaceva per nulla.
"Ehi, smettetela. Poi magari Dio ci punisce."
Un bambino magro, fragile. Poi, con la pubert, si allung e camminava sempre curvo, come se si vergognasse della sua statura o forse dei brufoli che aveva in faccia. Un altro pi robusto, pi massiccio, meno elastico, non sarebbe sopravvissuto all'incidente, dicevano. Chi? Sua madre, suo padre, tutti. Gorka impar a sorridere senza mostrare il dente rotto. Invece il naso schiacciato non si poteva nascondere. Un po' schiacciato, non esagerare, secondo sua madre.
"O preferivi essere morto?"
Per lui molto schiacciato, completamente schiacciato, ama. Anche per Joxe Mari, che rigirava il coltello nei suoi complessi chiamandolo pugile e sfidandolo a combattere.
Per burla, si metteva di fronte a lui e fingeva di aver paura.
"Non picchiarmi, non picchiarmi."
Le prime settimane dopo l'incidente, il bambino aveva passato delle brutte nottate. Continuavano a venirgli in mente le immagini dell'incidente, sia in sogno, sia nell'agitazione del dormiveglia. Sempre le stesse immagini. Il veicolo gli arrivava addosso e lo investiva. Il veicolo gli arrivava addosso e lui aveva soltanto il cuscino per proteggersi. Joxe Mari, con cui Gorka divideva la stanza, protestava in cucina.
"La notte urla e non mi fa dormire."
Subito dopo, lo imitava enfatizzando le i di dolore. Si prendeva gioco di lui senza piet. Di solito Joxian interveniva conciliante e paterno, vabbe', vabbe', calma, guardando con compassione il figlio minore.
Miren, al contrario, andava per le spicce.
"La notte cerca di non dare fastidio a tuo fratello."
Nei suoi incubi stridevano gli pneumatici; lui girava la testa; aveva il tempo di vedere i fari/occhi della belva metallica. Quanto venivano dritti e in fretta verso di lui. Eccoli l: a tre metri, a due, a uno. Impossibile schivarli. Il sogno aggiungeva particolari veritieri che non si erano presentati prima alla memoria: la strada bagnata di pioggia, la luce pallida del pomeriggio grigio, il paraurti che gli appariva come una bocca con macchie di ruggine sul punto di divorarlo.
Poi delle gambe si avvicinano di corsa. Qualcuno, l'autista?, dice una parolaccia in castigliano. Quale? Non la ricorda. L'unica cosa che sa  che non era una parolaccia per rimproverarlo. Forse di dispiacere. Di stupore. C' odore di benzina, di asfalto umido, e lui era cosciente quando lo avevano preso da sotto il furgoncino ed era stato come tirarlo fuori da un cassetto buio. Non sa chi l'ha tirato fuori. Dev'essere stato l'autista. E sanguinava dalla bocca e dal naso; per non gli faceva male niente. Niente? Diceva di no con la testa. Non gli faceva male nemmeno il braccio rotto, almeno all'inizio. Era come addormentato. Gorka era caduto faccia a terra. Roba da ammazzarsi. Provava tanta vergogna che non aveva pianto. Joxe Mari, a casa, giorni dopo, lo stuzzicava.
"Sicuramente hai pianto."
"Non ho pianto."
"Bugiardo. Se ti ha sentito tutto il paese!"
E cos, dagli e ridagli, finch non lo faceva piangere. Ma questo a casa, quando Gorka era in convalescenza con il volto deformato da uno spettacolare ematoma e con un braccio al collo. In strada, accanto al furgoncino, non aveva versato una lacrima.  che era imbarazzato. C'erano dei curiosi riuniti sul marciapiede e gente alle finestre.
"Non  il figlio piccolo di Joxian?"
Si era macchiato i vestiti. Con il suo sangue e con la sporcizia dell'asfalto. Uh, quando lo vede l'ama. Gli mancava una scarpa. E l'autista stesso l'aveva portato in ospedale con il furgoncino.
Il braccio glielo avevano sistemato. Il naso, no.  che quando era bambino non gli si notava il difetto. Ma poi, addentrandosi nella pubert, via via che gli cambiava la faccia fu evidente che il naso non prendeva una buona forma. Il setto era fuori posto, schiacciato o storto, non si sapeva bene. Invece il dente rotto lo vedevano tutti. Sua madre lo consolava senza tenerezza.
"Riesci a respirare?"
"S?"
"Riesci a mordere?"
"S."
"Allora basta. Cos'altro vuoi?"
L'uomo che aveva investito Gorka era un signore di Andoin, sulla cinquantina, che lavorava come distributore per un'azienda di pasticceria industriale. Due settimane dopo l'incidente era andato a trovare il bambino a casa. Uomo gentile, aveva chiesto pi volte al telefono se Gorka si rimetteva, se stava bene, se poteva fare una vita normale. Si vedeva che era preoccupato. Alla fine, aveva suonato al campanello una mattina, Miren gli aveva aperto la porta per Gorka era alla ikastola con il braccio ingessato. L'uomo aveva lasciato una torta come regalo per il bambino.
"Be', e per tutta la famiglia."
Una torta con una base di biscotto e sopra uno spesso strato di cioccolato e panna, punteggiato di ciliegie di marzapane.
Il litigio era iniziato poco prima di pranzo. La pi infuriata, Miren. Ricordava che la sera precedente, prima di andare a letto, la torta era ancora intera nel frigorifero. La mattina, quando si era alzata, ne mancava un po' pi di un quarto. Il suo primo, per non dire unico sospetto: Joxe Mari, il pi ingordo dell'intera regione. Perch il padre non credo che. Oppure s? Uno era con la sua squadra di pallamano in qualche paese della provincia; l'altro era uscito in bicicletta. Quando tornano, uno dei due, non so ancora chi, vedr. Arantxa si accorse che la madre parlava da sola, brontolando.
"Che succede, ama?"
"Niente."
E non ne parlarono pi. Arriv il padre, arriv il figlio, a distanza di pochi minuti l'uno dall'altro. Che ore potevano essere? L'una? Pi o meno. Affamati, stanchi, Joxian in tenuta da ciclista, chiesero cosa c'era da mangiare. Rimproveri, accuse, liti: c'era quello.
Joxe Mari non ebbe problemi a confessare. Per, occhio, la torta era gi iniziata quando lui se n'era tagliata una fetta per la colazione. Perci aveva creduto che fosse l per tutti.
"Come, iniziata?"
"Ne mancava un pezzo pi grande di quello che ho preso io. Quant' vero Dio, ama."
Miren, gli occhi furenti, i denti stretti, si volt verso il marito e cominci a urlare senza dargli il tempo di spiegarsi. E Joxian, scuotendo la testa, negava. E lei, chi altro, senn. Lui ammise che, poco prima di uscire di casa, non aveva saputo resistere alla voglia di mangiare tre ciliegie di marzapane, tutto l. Il resto non l'aveva toccato. Joxe Mari non gli credette:
"Dai, aita, non pu essere".
"Cos' che non pu essere?"
"Quando mi sono alzato, mancava un pezzo grande di torta e tu sei uscito di casa prima di me."
"Che possa morire sul colpo. Quante volte lo devo dire che ho mangiato solo tre ciliegine? Mancava gi un pezzo di torta quando ho aperto il frigorifero."

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38

Libri

A Gorka, negli anni in cui si era allungato, era venuta la mania della solitudine. I suoi fratelli in casa si vedevano poco; lui usciva soltanto per andare a Nikastola. Il motivo? I libri o, come diceva il padre con solchi cavillosi sulla fronte, quei maledetti libri. Il ragazzo aveva contratto la febbre della lettura.
Nei genitori cresceva la preoccupazione. Non esattamente a causa dei libri. E allora? Per le tante ore di reclusione nella stanza, anche il sabato e la domenica, spesso finch non arrivava Joxe Mari e gli ordinava di spegnere la lampada. Figlio strano, mormoravano. E Joxian:
"Che peccato che non abbia una finestrella nella testa per guardarci dentro".
Di notte, a letto, marito e moglie parlavano a bassa voce. ;
" uscito?"
"Macch! E rimasto tutto il pomeriggio a leggere."
"Avr qualche esame."
"Gliel'ho domandato e dice di no."
"Quei maledetti libri."
Una mattina, in cucina, in piedi davanti a lui, sua madre rimase a osservarlo mentre il ragazzo faceva colazione. Curvo sulla tazza, i capelli unti, le mani ossute, acne. Miren si mordeva la lingua, ma alla fine dovette dirglielo.
"Senti, non  che hai problemi psicologici?"
Quattordici anni. I suoi amici venivano a prenderlo e lui non usciva nemmeno a salutarli. Cosa gli succedeva, era malato o era arrabbiato con loro? Con il tempo avevano smesso di venire. E Joxian si angustiava.
"Porco diavolo. 'Sto figlio."
Gli si avvicinava. Gli metteva una mano affettuosa sulla spalla. Gli offriva duecento, trecento pesetas.
"Dai, vai a divertirti."
"Aita, non posso."
"Chi te lo impedisce?"
"Non lo vedi che sto leggendo?"
"Dai, ti lascio fumare."
"No, aita. Non insistere."
A volte Joxian, tra il curioso e il solidale, gli domandava:
"Cosa leggi?"
"E di uno scrittore russo. Parla di uno studente che ha ucciso due donne con un'ascia."
Joxian usciva dalla stanza confuso, preoccupato. Quattordici anni, tutto il giorno in casa come un monaco.  normale? Cos pensando, si fermava in corridoio, fissava uno sguardo indagatore su un oggetto, non importava quale: sull'immaginetta di Ignazio di Loyola, sull'armadio a muro, su un battiporta, su qualunque cosa gli risultasse comprensibile a prima vista, e per qualche istante cercava nell'oggetto non sapeva bene cosa, un ordine, una risposta, una spiegazione a ci che non capiva. Finch non arrivava al Pagoeta, non gli si cancellava dai pensieri l'immagine di Gorka chino sul libro, su quel maledetto libro.
La sera, a Miren, a letto:
"O  molto intelligente o  stupido. Non so da chi ha preso".
"Se  stupido, da te."
"Parlo sul serio."
"Anch'io."
E si d il caso che poi a scuola prendeva voti mediocri. Certo, non cos bassi come quelli di Joxe Mari nei suoi anni da liceale. Joxe Mari e lo sport, s; Joxe Mari e il lavoro manuale, anche; per Joxe Mari e lo studio (gli era successa la stessa cosa pi tardi con le materie teoriche dell'azienda metalmeccanica dove aveva fatto l'apprendistato) erano come l'acqua e l'olio, il che non gli impediva di prendere in giro Gorka.
"Dai, non ci credo. Tutto 'sto tempo sui libri per poi essere promosso in matematica e inglese per culo?"
Era stata Arantxa a trasmettere al fratello minore la passione per la lettura. Come mai?  che di tanto in tanto, per il compleanno, per l'onomastico, per Natale o perch le andava, gli regalava fumetti; passati gli anni, qualche libro. Cosa, a proposito, che aveva fatto anche con Joxe Mari, ma senza risultati. Qui, secondo Arantxa, ci stava bene la famosa parabola del seme e della terra arida e di quella fertile. Joxe Mari era un deserto intellettuale. In Gorka, terreno propizio, era germinata la passione per la lettura.
C' dell'altro. Ad Arantxa, quando Gorka era piccolo e lei appena una bambina di nove o dieci anni, piaceva leggere a voce alta al fratello, tutti e due seduti a terra, oppure lui a letto e lei al suo fianco, racconti tradizionali; anche storie illustrate della Bibbia in versione infantile.
Nel periodo in cui il bambino si stava riprendendo dall'incidente con il furgoncino, Arantxa aveva preso l'abitudine di andare alla biblioteca municipale alla ricerca di letture per lui. Allora Gorka gi leggeva per conto suo, bisbigliando le parole, e cominciava ad avere gusti precisi: Jules Verne, Salgari, ben presto i romanzi di guerra di Sven Hassel, poi altri di spie e detective, tutti in edizioni economiche tascabili.
In seguito, senza dirlo ai genitori, a che scopo?, Arantxa gli aveva prestato i suoi libri, una trentina che conservava in una scatola di cartone, in cima all'armadio. Soprattutto romanzi d'amore, oltre a un Guerra e pace in versione abbreviata, Fortunata e Giacinta e sei o sette di Alvaro de Laiglesia che Gorka non aveva gradito quanto lei, eppure li aveva letti con piacere.
E quando i genitori cominciarono a rimproverarlo perch rimaneva in casa a leggere invece di uscire a divertirsi con gli amici, Arantxa gli disse, quando erano soli, con voce misteriosa, di non starli a sentire.
"Leggi tutto quello che puoi. Accumula cultura. Pi ne metti insieme, meglio . Per non cadere nel buco in cui stanno cadendo in molti in questo paese."
Buco o no, Gorka si dedicava alla lettura con passione e Joxe Mari, quando lo vedeva con un libro in mano, lo prendeva in giro:
"Ehi, gi che ci sei, potresti leggermi le linee della mano?"
Una sera, ognuno nel suo letto, gli parl con asprezza:
"Sarebbe meglio che la smettessi con i romanzi e ti unissi alla lotta per la liberazione di Euskal Herria. Domani alle sette c' manifestazione. Spero che ci sarai. Alcuni amici miei mi hanno gi domandato dove ti nascondi. Quelli della tua comitiva ci mettono la faccia, ma a te non ti si vede nemmeno. Cosa gli dico? No,  che  diventato delicato e passa la giornata a leggere. Domani alle sette voglio vederti in piazza".
E Gorka and, che altro poteva fare? A farsi vedere. Salut questo, salut quell'altro e Joxe Mari, che era uno di quelli che reggeva lo striscione alla testa del corteo, gli fece l'occhiolino. Gorka, confuso tra la massa di ragazzi, url slogan con moderato entusiasmo. Allo stesso modo, pugno in alto, cant L'Eusko Gudariak. Alle otto era gi a casa a leggere.

*****

39

Io l'ascia, tu il serpente

Ed erano cresciuti, Gorka in altezza, Joxe Mari in larghezza. Si assomigliavano per i cognomi, punto e basta. Joxian gli amici lo prendevano in giro. Dava da mangiare a uno e non all'altro? In casa si guardava bene dal ripetere le battute sui figli. A Miren la facevano uscire dai gangheri. Il casino che mise su con una vicina perch aveva insinuato che Gorka poteva avere il verme solitario.
Finch Joxe Mari aveva vissuto nella casa di famiglia, un fratello dormiva a sinistra, l'altro a destra, ciascuno dei letti con un lato e la testiera contro la rispettiva parete, con in mezzo uno spazio coperto da una stuoia.
E siccome il letto di Joxe Mari era accanto alla finestra, non c'era abbastanza spazio per i suoi poster n per tutta quella decorazione sportiva e patriottica con cui amava ornare la stanza. Cos, oggi un manifesto, domani un quadro, a poco a poco invadeva la zona di Gorka, il cui comodino era giusto sotto un manifesto con l'ascia e il serpente e la scritta Bietan jarrai.
L'unico poster di Gorka era una riproduzione in grande formato della celebre foto di Antonio Machado al Caf de las Salesas.
"Chi accidenti  questo?"
"Dai, lo sai benissimo."
"No, sul serio. Il nonno di Tarzan?"
"Un poeta."
Era un copione ben noto: proprio la risposta che Joxe Mari stava aspettando per partire con la sua versione personale:
Oh, poeta, che bei versi componi, abbassami i pantaloni e toccami i coglioni.
Una volta che Gorka non c'era, Joxe Mari disegn con il pennarello sul ritratto di Antonio Machado dei baffi e degli occhiali neri da cieco, e gli mise accanto alla bocca un fumetto nel quale si leggeva: Gora ETA. E lo prendeva in giro assicurando con aria beffarda che il vecchio con il cappello sapeva quello che diceva. Gorka, rassegnato, perfino apatico, si lasciava umiliare. Con rammarico di Arantxa, che lo riprendeva spesso per quel motivo:
"Perch non ti difendi? Perch non gli rispondi?"
"Preferisco che non si arrabbi."
"Hai paura di lui?"
"Un po'."
Nelle questioni intellettuali, Gorka era molto superiore al fratello. Spesso il maggiore prolungava a letto, al buio, discussioni che aveva appena sostenuto alla Arrano Taberna con la comitiva. Con il viso rivolto al soffitto mentre faceva nervosi tiri dall'ultima sigaretta della giornata, propugnava la lotta armata e l'indipendenza, e da li guai a tirarlo fuori. Le elucubrazioni teoriche di alcuni suoi amici lo irritavano moltissimo. Per lui contavano soltanto gli obbiettivi concreti: annettere la Navarra, cacciare via la Guardia Civil, le cose, cazzo, che si capiscono senza bisogno di menate filosofiche. E alla fine della tirata dialettica, si voltava verso Gorka e, amichevole, fraterno, sereno, dormi?, gli rivolgeva richieste del tipo:
"Dai, spiegami 'sta storia del marxismo-leninismo, per con parole facili da capire e in fretta perch domani devo svegliarmi presto".
Il piccolo sopravanzava Joxe Mari anche nella padronanza dell'euskera. Leggeva con regolarit opere letterarie di scrittori euskaldun e, dai sedici anni, scriveva in quella lingua poesie che mostrava soltanto ad Arantxa. E, be', senza esagerare, dava la polvere a Joxe Mari e ai suoi amici, che parlavano quello che parlavano, vale a dire l'euskera di casa e della strada leggermente migliorato alla ikastola. Di solito si riunivano a casa di qualcuno per preparare cartelli scritti a mano che poi attaccavano ai muri del paese. Qualche volta Joxe Mari li convocava nella sua stanza e l Gorka indicava loro gli errori di grammatica e di ortografia che avevano fatto, alcuni da matita blu.
Il fratello, piccato ma impotente, diffidava.
"Sei sicuro?"
"Certo."
"Vabbe', m'informer."
Alla fine gli davano retta e correggevano gli errori, e non era nemmeno insolito che gli chiedessero direttamente, perfino prima di mettersi al lavoro, come si scriveva questo o quello. E pi o meno allora, poliki, Joxe Mari inizi a riconoscere i meriti del fratello e a rispettarlo. Basta dire che una sera, appena tornato dalla Arrano, gli disse da letto a letto, senza un perch:
"Tu dacci dentro con l'euskera, che anche questo  parte della lotta".
Vale a dire, bietan jarrai. Era chiaro, no? Argomentava in maniera semplice, brusca, elementare: lui sarebbe stato l'ascia e Gorka il serpente. Bella coppia. Qualcuno della banda doveva aver aperto gli occhi a Joxe Mari. Come mai? No,  che dalla sera alla mattina aveva smesso di prendere in giro il fratello, la sua passione per i libri, il fatto che usciva poco e tutto il resto.
E gli chiese/lo preg (non come prima, che ordinava, pretendeva) di fargli un favore. Quale? Tre giorni dopo, il sabato, allo sferisterio del paese si sarebbe tenuta una festa di benvenuto per Karburo.
"Non dicevi che era un coglione?"
"Chi? Karburo? Coglione completo. Pi coglioni non ce n'. Per si  fatto sette anni di carcere per aver difeso la causa e si merita un ongi etorri. Una cosa non esclude l'altra. Abbiamo preparato tutto."
"E io cosa devo fare?"
"Foto."
"Di Karburo?"
"Di Karburo e di qualunque altra cosa. Tu prendi la macchina fotografica e ti metti a fare foto a destra e a manca come se fossi il fotografo di un matrimonio. Tutte quelle che puoi, d'accordo? Con quelle che verranno bene faremo dei manifesti, a trecento pesetas l'uno. L'idea  stata di Jokin. Io gli ho detto che tu hai una macchina da sballo. Il resto delle foto lo metter in un album. Ho gi il nome: album del gudari. Alle spese pensiamo noi, eh? Di questo non ti devi preoccupare."
E arriv il sabato e imbruniva e Gorka, senza entusiasmo, si diresse allo sferisterio con la macchina appesa al collo. Quando stava per uscire di casa, nel corridoio, Arantxa, occhi di rimprovero, gli chiese perch ci vai se si vede che non ne hai voglia.
Miren intervenne dalla cucina:
"Ah, lascialo andare. Per una volta che esce!"
Verso la met dello sferisterio, addossato alla parete laterale, c'era il palco, su cui campeggiava uno striscione: karburo ongi etorri. Accanto al saluto, una foto in bianco e nero del festeggiato quando era pi giovane, quando aveva pi capelli, meno pancia e meno pappagorgia; dall'altro lato, sopra una stella rossa, la frase: Zuke borroka gure eredu. Polizia? Nemmeno l'ombra, a meno che qualche agente non si fosse mescolato alla folla in abiti civili, con non poco rischio per la salute, perch l si conoscono tutti. Marea di ikurrinas, nutrita presenza giovanile. Non mancavano ultraquarantenni con i baschi n qualche nonno. E, tian, tlon, dan, don, un ragazzo e una ragazza maneggiavano vicino al palco le bacchette di una txalaparta. I presenti si distribuivano sui gradini come quando c'era una partita di pelota. Qualcuno salut Gorka.
"Ehi, fotografo."
Un modo come un altro per fare l'appello, per dirgli ti abbiamo visto, sappiamo qual  il tuo compito, hai fatto bene a venire. Gorka non la smetteva di scattare foto. Della txalaparta, del pubblico, del palco ancora vuoto. Aveva diversi rullini in una tasca del giubbotto. Nerea, allora abertzale, gli sorrise passando. Gorka la inquadr con la macchina fotografica; lei rimase immobile nel gesto di lanciargli un bacio finch lui non scatt. Doveva fargli una copia, eh? Gorka annu. Tutti gli chiedevano copie in continuazione.
Qualche metro pi in l incroci Josune. Le chiese di Joxe Mari.
"Poco fa l'ho lasciato alla Arrano."
Un minuto dopo, applausi. Karburo entr nello sferisterio facendo il segno di vittoria con le dita. Lo fiancheggiavano due dirigenti di Herri Batasuna e diversi consiglieri comunali delle stesse tendenze ideologiche. Gorka li precedeva scattando foto. In realt, fu il primo a salire sul palco. Macchina fotografica in mano, sal, scese, and, venne, senza che nessuno lo notasse, uomo invisibile. Fotograf tutti quelli che presero la parola al microfono. E il sindaco, che non parl ma era l. E il ballerino dell'aurresku e il chistulari che interpret il pezzo musicale accompagnandosi con il tamburello. E Karburo, emozionato, riconoscente, grasso, camicia a quadri, pugno alzato, lacrime agli occhi mentre ricordava i compagni ancora detenuti, disse, nelle carceri di sterminio dello Stato. Altri applausi, gora ETA e fiori, che gli consegn una bambina vestita da contadinella.
Si alzarono tutti in piedi per intonare l'Eusko Gudariak pugno in alto. Finita la canzone, qualcuno corre. Chi? Due ragazzi con il passamontagna salgono sul palco con un balzo. Uno spieg una bandiera spagnola. Fischi della folla, baldoria. L'altro diede fuoco con un accendino alla tela cosparsa di benzina. E Gorka, a pochi metri di distanza, scattava foto.
Scortato da un centinaio di ragazzi, Karburo fu portato alla Arrano Taberna. Fra applausi e goras all'ETA stacc dal muro la sua foto da prigioniero. Poi and nella sala da pranzo, dove gli venne offerta una caracolada. L Gorka fin il suo ultimo rullino e rientr a casa.
"Non resti a cena?"
"Mi stanno aspettando."
Lesse fino a notte fonda. Ai rintocchi della mezzanotte, spense la luce. Dopo un po' arriv Joxe Mari.
"Allora, mi hai visto?"
"Non so perch vi coprite la faccia se vi riconoscono tutti."
"Ci hai fatto delle foto?"
"Una quando siete arrivati, ma sar venuta male perch correvi velocissimo. Dieci o dodici mentre davate fuoco alla bandiera e qualche altra quando ve ne siete andati."
"Bisogna svilupparle prima possibile."
"Spero che quello del negozio di foto non vada a raccontarlo alla polizia."
Joxe Mari rimase qualche secondo in silenzio. S'illumin nel buio la brace della sua sigaretta.
"L'ammazzo."

*****

40

Due anni senza faccia

Non ricordava quando si era guardata allo specchio per l'ultima volta. Doveva essere stato nell'albergo di Cala Millor. Dove, senn? Si sforz di ricostruire la stanza nella memoria. I due letti vicini, la mobilia funzionale, la carta da parati. Le tipiche cose da albergo economico. Un posto per dormire e poco altro. Non aveva neanche la vista sul mare. Aveva, s, un piccolo bagno con la doccia e, sopra il lavabo, uno specchio senza cornice. Ci si era guardata prima di mettersi in cammino per Palma con Ainhoa? Non immagina altra possibilit. Fin da bambina, Arantxa si era abituata a essere impeccabile. Non perch glielo ordinasse la madre, che pure lo faceva, ma per il piacere di piacere e di vedersi/sentirsi attraente. Arantxa era stata una ragazza davvero bella. Per suo padre, la pi bella del mondo. E con quel viso e quegli occhi e quei capelli era predestinata a peccare di civetteria.
Guillermo, pi di vent'anni prima, poco dopo che aveva iniziato a uscire con lei:
"Quanto sei bella ! Come si fa ad avere una faccia cos carina?"
"Questa faccia e altre cose che non dico sono per chi mi ama."
"Allora dovrebbero essere per me, perch come ti amo io non credo che ti possa amare nessun altro."
"Questo si vedr."
N all'ospedale di Palma di Maiorca, dove l'avevano rapata, n durante i mesi di trattamento all'Instituto Guttmann, Arantxa si era mai guardata allo specchio. Allora non lo sapeva nessuno, n i medici n il personale sanitario, soltanto io. E quando, sulla sua sedia a rotelle, passava davanti a una porta a vetri, si affrettava a chiudere gli occhi. Non voleva in alcun modo sapere che aspetto aveva. Perch? Be', perch si era ripromessa di impegnarsi al massimo per ristabilirsi, ed era convinta che, se si fosse vista riflessa in uno specchio, le sarebbe caduto il cuore nelle calze.
All'inizio poteva muovere soltanto le palpebre. Sentiva e capiva tutto, e ricordava tutto e voleva parlare/rispondere/protestare/chiedere e non poteva. Non era nemmeno in grado di aprire le labbra. L'alimentavano attraverso un foro qui, in pancia. Arantxa, Arantxa, guarda: ti sei trasformata in una mente imprigionata in un corpo inutile. Ecco che cos'era. E nei suoi sogni si vedeva rinchiusa in un'armatura medievale che le impediva di esprimersi e di muoversi, con la visiera sollevata per poter guardare. Un orrore. Vedeva bene, ma non voleva vedersi. Sicuramente sono bruttissima, bavosa, con i lineamenti contorti, e in quel caso, lo pensava spesso, avrebbe preferito essere morta.
"Perch chiudi gli occhi?"
Quando avevano ristrutturato la casa, Miren aveva comprato uno specchio da bagno a figura intera. Si d il caso che l'aveva comprato perch la figlia potesse guardarsi. Allora se n'era accorta.
"Ma certo, cavolo. L'ultima cosa che vuoi  vederti."
Subito dopo, lanci un urlo a Joxian per farlo venire a coprire lo specchio con dei fogli di giornale.
"Fin quando non cambierai idea. Perch, sai, ci  costato un mucchio di soldi e, come puoi capire, mica lo buttiamo."
Joxian, addolorato:
"Non preoccuparti. Lo copriamo ed  fatta".
Adesso gli altri specchi della casa o erano troppo alti per lei, come quello dell'ingresso o uno per bellezza che stava in salotto, oppure fuori dalla sua portata, come quello dell'armadio dei genitori e qualche specchietto nei cassetti. Quando la portavano a passeggio faceva in modo di non guardarsi nelle vetrine. Invece in due occasioni non pot evitare che la fotografassero circondata dall'quipe di fisioterapisti; ma non me ne importa perch le foto non le ho mai viste.
La gente del paese le faceva complimenti in continuazione. Anche il parroco. Il parroco pi di tutti. Oggi sei bellissima. Ciao, bella. Insomma, quel tipo di frasi insincere e compassionevoli nelle quali raramente mancava la parola "bella". Arantxa le trovava detestabili. Scrisse alla madre sullo schermo dell'iPad: "Digli di non chiamarmi bella".
"Senti, lascia in pace la gente. Se te lo dicono, un motivo ci sar."
Arantxa espresse il desiderio di guardare la sua immagine allo specchio del bagno un giorno dopo essere riuscita per la prima volta, dall'infausta mattina dell'ictus, ad alzarsi in piedi, assistita da due fisioterapiste. Allora gi beveva e mangiava per conto suo, anche se mai da sola, quello no, per timore che si strozzasse. Di pi: aveva recuperato la mobilit della mano destra (l'altra l'aveva ancora bloccata, anche se non pi come all'inizio) e pian piano, molto pian piano, faceva leggeri progressi nella fonazione.
Si aggrappava alla speranza di poter camminare almeno per casa, di avvicinarsi un giorno da sola alla finestra, di andare in cucina, di raggiungere gli oggetti adesso irraggiungibili: azioni normali per gli altri; per me, la gloria.  che tripudio di gesti il pomeriggio in cui arriv dalla fisio con la buona notizia che era stata in piedi per un momento. Celeste, che l'aveva vista, lo conferm a Miren, piangendo.
"Ehi, perch piangi?"
"Mi scusi, signora Miren.  che ho pregato tanto perch arrivasse questo momento. Non riesco a controllare l'emozione."
In due, come d'abitudine, il giorno dopo le fecero il bagno. Attenta, reggi, non mollarla. Il solito. Asciugarla fu molto pi facile che in altre occasioni, adesso che, sostenuta dalle braccia forti della madre, era possibile tenere Arantxa in piedi.
"Miren, sta piangendo?"
"Io? Mi sar entrata dell'acqua negli occhi."
E gir la faccia con la scusa di concentrarsi sul compito di asciugare la figlia. Nel frattempo, Arantxa profer una successione di a. Voleva parlare, voleva dire. "A" che formavano un nastro a stento sonoro, tentativo agonico di pronunciare una frase. Celeste intu/cap.
"Lo specchio?"
Arantxa annu. Sua madre:
"Vuoi guardarti?"
La stessa risposta. Allora Miren chiese a Celeste di togliere i fogli di giornale e Celeste, tric-trac, si affrett a strappare le pagine appiccicate con il nastro adesivo e finalmente, dopo due anni senza vedersi il corpo, Arantxa ebbe il coraggio di guardarsi allo specchio.
Si scrutava con aria grave, appoggiata su un piede e sulle dita dell'altro. Era ingrassata. S, s, abbastanza. Quelle cosce. E tutto, seni, fianchi, ventre, tutto sembrava essere scivolato qualche centimetro pi in basso.  che pelle pallida. La mano sinistra, spastica, le si stringeva contro le costole. Non mi piacciono neanche le spalle. Io non ho mai avuto le spalle cos cascanti.
Ancor meno le piacque la sua faccia. Sono io, ma non sono io. Gli occhi senza la vitalit di un tempo, stupidi. Un angolo delle labbra leggermente pi in basso dell'altro e una mancanza generale di espressivit dei lineamenti. E i capelli bianchi, tanti capelli bianchi. I solchi sulla fronte. Ci sono molta preoccupazione e molta pena e molte notti insonni accumulate in quei solchi, problemi e dispiaceri precedenti all'ictus, ma questo lo so soltanto io.
Miren, alle sue spalle, le chiese se era contenta. Rispose, senza smettere di guardarsi allo specchio, di no. Allora triste? Nemmeno.
"Accidenti, e allora?"
Ad Arantxa usc di bocca un altro nastro discordante, incomprensibile, di a.
*****

41

La sua vita allo specchio

Pioveva. Che facciamo? Di solito la domenica Celeste non si occupava di Arantxa a meno che Miren non fosse in Andalusia a far visita a Joxe Mari.
"Cos non possiamo andare da nessuna parte."
Le quattro del pomeriggio. La mattina non erano uscite per la solita passeggiata per colpa del brutto tempo. Non era solo che pioveva.  che tirava un vento del demonio. C' la possibilit di coprire Arantxa e la sedia con un impermeabile speciale comprato apposta, una specie di fodera con un foro per la testa e un cappuccio, e uscire anche solo per un po' a prendere aria, ma quello di oggi  quasi un uragano.
Miren:
"Meno male che ieri siamo andate a messa".
Seduta sulla sedia a rotelle, davanti alla finestra del balcone, Arantxa guardava in strada. Raffiche di gocce furiose s'infrangevano sui vetri. Pomeriggio grigio, vento ululante e Arantxa annoiata/arrabbiata. Scrisse sull'iPad: "Portami in bagno".
E in bagno, non appena si trov davanti allo specchio, disse a gesti alla madre di andarsene.
"Prima ti rifiutavi di guardarti, adesso ti vuoi guardare in continuazione."
Arantxa batt le lettere con dito collerico: "Non devo darti spiegazioni".
La madre usc dal bagno stizzita.
"Ehi, mica te ne ho chieste."
Porta sbattuta. E Arantxa, chiusa dentro. Non le importava. Che schifo di madre. Sta' fresca se crede che cos mi punisce. Il desiderio di Arantxa si chiamava solitudine. Il suo desiderio pi grande, essere finalmente da sola, fuori dal campo visivo di consiglieri, di spingitori di sedia, di alimentatori, protettori e persone in linea generale servizievoli che sfoggiavano di continuo con lei le loro prodigiose (muoio dal ridere) doti di pazienza nelle sue diverse sfumature: la pazienza-affetto, la pazienza-compassione, la pazienza-fastidio mal dissimulato, la pazienza-rancore per non aver fatto loro il piacere di morire. Andassero affanculo. Dal pomeriggio della disgrazia non  pi padrona della sua vita. E lei voleva stare da sola, cazzo, da sola. Per guardarsi allo specchio? Gi, e se pure fosse stato cos?
Si guard negli occhi, tesa, con aria di sfida, in attesa che cominciasse il film dei suoi ricordi, il racconto della sua vita spezzata in scene. S, spezzata, spezzata in frammenti di vetro come una bottiglia caduta a terra. E in ogni coccio, un ricordo, un episodio, le ombre e le figure disperse del passato.
Specchio, specchio delle mie brame, dimmi, dimmi. Arantxa evoc un sabato del 1985. Le era gi tornato in mente altre volte. Il ragazzo non era n brutto n bello, n alto n basso. Andava spesso alla discoteca KU, a Igueldo, come lei, e vuoi non finire a incrociare gli sguardi? Di solito lui andava lass con i suoi amici, lei con le sue amiche. Ma davvero il tipo non le interessava. Forse per i vestiti, chiss, per il modo di ballare. Un po' gorilla, senza grazia, senza gioco di fianchi. Nemmeno un cenno di eleganza. E quei movimenti della testa, per favore! Sembrava che stesse piantando dei chiodi con la fronte. Insomma, uno fra i tanti di quella truppa giovane e danzante.
Una sera si era accorta che la guardava. La guardavano anche altri e di tanto in tanto ballava perfino stretta stretta con qualcuno. In quelle occasioni, le dava fastidio che cercassero di farla ridere. Eppure tutti, almeno al principio, provavano a fare il loro numerino simpatico. E, s, negli occhi di lui c'era una potente determinazione, una fissit da animale predatore che le era piaciuta, e non appena era cambiata l'illuminazione e si erano accese le luci viola e avevano messo la musica lenta, era corso verso di lei e lei, in piedi accanto al bancone, gli aveva detto di no.
Il ragazzo (ventitr anni; Arantxa, diciannove) non aveva insistito. Non aveva neanche lasciato intravedere che il rifiuto lo avesse infastidito. Non aveva lasciato intravedere nulla, ma aveva un buon odore. Aveva continuato a scrutarla nella penombra violacea con quegli occhi tranquilli e sicuri, come in attesa che Arantxa cambiasse idea. Lei gli aveva dato le spalle. Un attimo dopo, girando la testa, l'aveva visto allontanarsi lungo il bordo della pista da ballo, sereno e altero, verso il divanetto dov'erano seduti i suoi amici. Nell'aria era rimasto ad aleggiare un profumo piacevole. L'aveva percepito di nuovo un'ora dopo, mentre faceva la coda con le amiche davanti al guardaroba. Si era voltata in cerca del focolaio della fragranza e lui era l, proprio alle sue spalle.
"Speriamo che la prossima volta sarai pi gentile."
Le era venuto uno scatto di stizza. Come osa questo pagliaccio? E per di pi davanti alla gente e alle sue amiche. Gli aveva negato lo sguardo, non gli aveva risposto. Lui aveva continuato a parlarle con la bocca vicina alla sua nuca. Da un lato, lusinghiero; dall'altro, impertinente, come se si conoscessero da una vita. Finalmente avevano consegnato ad Arantxa il suo cappotto. Allora si era voltata piena di rabbia e aveva detto al ragazzo, con le labbra sprezzanti, che la lasciasse in pace, che era fidanzata.
"Non  vero."
"E tu che ne sai?"
"Non  vero perch me l'ha detto Nerea."
Era rimasta sconcertata.
"Mi spii?"
Aveva risposto di s con flemma provocatoria e aveva aggiunto che si aspettava che lei facesse la difficile, ma che comunque non si sarebbe dato per vinto senza combattere. Ah, mi stai sfidando? Chi si credeva di essere il furbastro? Ad Arantxa era venuta un'enorme voglia di mollargli un ceffone.
Ora sorride, tanti anni dopo, ricordando la scena davanti allo specchio. Le amiche si erano trovate nel piazzale del parcheggio. Ci siamo tutte? Al solito: mancava Nerea, che era ancora all'ingresso della discoteca a slinguare con chiss chi. Riunito finalmente il gruppo di amiche, si erano incamminate contente e ciarliere alla fermata dell'autobus. Arantxa si era seduta accanto a Nerea. Aveva chiesto e l'amica le aveva risposto che:
"Si chiama Guillermo. Abita a Renteria.  un po' serio, ma molto bello. E non gli mancano i suoi sprazzi da poeta. Quando balla stretto dice delle cose molto carine che sembrano prese dai libri. E s, mi ha domandato come ti chiami e se sei fidanzata. Magari ti ha messo gli occhi addosso".
"Ma se  tanto bello, perch non ti sei messa con lui?"
"Non  il mio tipo. La sua famiglia  di un paese della provincia di Salamanca."
"E cosa c'entra?"
"No, niente, per, te l'ho detto, per un ballo, bene. Per altre cose, no."
Lei s che aveva i suoi sprazzi, non proprio da poetessa, ma da razzista e da abertzale. Poi le cose non vanno come una vorrebbe e a volte vanno esattamente dove meno dovrebbero andare, non  vero, specchio?
Era arrivato il sabato seguente. Le luci viola, la musica lenta: l'aveva visto arrivare. Non so perch si prende la briga se gli dar di nuovo il due di picche. E pensava di darglielo, specchio delle mie brame, un sabato dopo l'altro, ogni volta che si fosse avvicinato per chiederle di ballare. Aveva immaginato la domanda, l'aspettativa riflessa nei suoi occhi, magari un rimprovero o un gesto di delusione come epilogo della scena, e finalmente la sua schiena da corteggiatore fallito che si allontanava. Quello che Arantxa non aveva previsto era che un po' prima di lui sarebbe arrivato il suo profumo.
"Allora, balli?"
Sette mesi dopo l'aveva presentato ai genitori.

*****

42

La faccenda di Londra

Davanti allo specchio del bagno, lo stesso giorno?, un altro?, parlando senza voce: mi ricordo, uh, certo che mi ricordo. Queste cose non si dimenticano. Dopo la faccenda di Londra, i due erano rimasti d'accordo che, vediamo, prima lei avrebbe conosciuto i genitori di lui, figlio unico, e pi avanti lui la famiglia di lei. Guillermo temeva/diffidava, ma soprattutto non coglieva il calcolo strategico di Arantxa.
"Mi lavo e mi rado tutti i giorni, ti rispetto, ho un lavoro. Perch pensi che non gli piacer?"
"Il mio paese  pi piccolo di Renteria. Nel mio paese si conoscono tutti. Conviene introdurre quelli nuovi a poco a poco."
"E questo cos'ha a che fare con la tua famiglia? Non andate d'accordo?"
"Ci sopportiamo."
"Continuo a non capire."
"Lo capirai se entri nella stanza dei miei fratelli e guardi le pareti."
Aspetta, un momento. Mica era assolutamente necessario conoscere i rispettivi padri e madri, fratelli, zii eccetera eccetera. Allora? Era stata un'idea di Arantxa per dare una base formale al rapporto dopo la faccenda di Londra.
Per quanto possibile, lui si era comportato bene. Il che non toglie che ad Arantxa era dispiaciuto che lui non l'avesse accompagnata. S, mi era dispiaciuto, ma lui doveva lavorare. Tranne che per quel particolare, per tutto il resto era stato corretto. Peccato. Che? Cose mie. Fosse stato una canaglia, l'avrebbe mandato a farsi benedire e si sarebbe risparmiata vent'anni di matrimonio. Gli ultimi, nefasti. S, per Endika e Ainhoa non sarebbero nati. Vabbe', vabbe', comunque  tardi per rimediare.
Rendendosi conto che Arantxa era terrorizzata, Guillermo si offr di cercare una persona di fiducia che facesse il viaggio con lei.
"Be', dovrebbe essere di mia pi che di tua fiducia. E, soprattutto, chi si accolla le sue spese? Questa storia ci coster un occhio della testa."
Si confid con Nerea. Guarda, succede questo. L'amica si entusiasm all'idea del viaggio. Wow, un fine settimana a Londra. My name is, I come from. E, naturalmente, non ebbe la minima difficolt a spillare al suo adorabile aita, che dopo tutto era un imprenditore, il money per il biglietto aereo, l'albergo e le altre spese. Era euforica, impaziente di imbarcarsi. Arantxa, fronte preoccupata, dovette chiederle di calmarsi e le disse che:
"Senti, non andiamo in gita".
"Lo so, lo so. Tranqui. Io ti accompagno e sto sempre con te."
E si mise le mani una sull'altra sul petto come una santa da cartolina.
"Hello, Londra. Ho sempre sognato di conoscerti."
"Non ci sar tempo per fare le turiste."
"Chi se ne frega. L'importante  potersi vantare di essere stata in Inghilterra."
Ah, la spregiudicata e frivola Nerea. Eppure, ad Arantxa sembrava ingiusto arrabbiarsi con lei, visto che in fin dei conti le stava facendo l'immenso favore di accompagnarla, pagando di tasca sua (o di tasca del Txato, che riposi in pace) il viaggio e il soggiorno.
Guillermo si accoll i costi di Arantxa. Tutti? Fino all'ultimo centesimo. A suo onore: non ci fu bisogno di convincerlo. Si offr senza esitare di dare un taglio ai suoi risparmi. Perch manie e difetti, come tu ben sai, specchio mio, quell'uomo ne ha a bizzeffe, ma taccagno non  mai stato, quello no, n con me n con i nostri figli. La verit prima di tutto.
A quell'epoca lavorava come assistente amministrativo alla Papelera Espanola. Guadagnava uno stipendio modesto, ma cosa vuoi? Era giovane, non aveva obblighi famigliari e poteva risparmiare visto che viveva in casa dei genitori, che continuavano a nutrirlo come quando era bambino, se pure aveva mai smesso di esserlo.
Il padre, che era andato in pensione quell'anno, aveva lavorato come operaio semplice nella cartiera dagli inizi degli anni Cinquanta. Ricordava quando Franco, bassino, in completo e cappello, era venuto a inaugurare i nuovi stabilimenti nel 1965. Era arrivato gi sposato da un paese della provincia di Salamanca; aveva trovato lavoro alla cartiera e l era rimasto, incollato a una macchina fino alla pensione. Con un buon fascicolo personale, sia detto per inciso, che aveva facilitato il successivo ingresso del figlio in azienda.
Una terza persona, oltre a Guillermo e Nerea, seppe della faccenda di Londra. Sua madre? No. Joxian? Bah, quello non si accorge di niente. E allora? Il fratello di Nerea. Arantxa and da lui, morta di paura, a chiedergli urgentemente aiuto. Succede questo. E gli chiese di tenere il segreto e Xabier, naturalmente, lo tenne. Nell'85, Xabier studiava ancora medicina a Pamplona. Fu lui a cercare contatti, a muovere fili, a trovare chi poteva organizzare all'amica incinta della sorella tutto il necessario per la clinica di Londra.
Nessun altro l'aveva saputo. N la famiglia di Guillermo n le altre amiche di Arantxa. E nemmeno, in seguito, i suoi figli. Non aveva mai voluto raccontarglielo. A che scopo? E a sua madre, manco morta. Ci mancava solo quello. Devota com'era.
Nerea part il giorno prima con un aereo di linea. Ebbe a disposizione qualche ora per gironzolare per Londra, vedere luoghi famosi, fare shopping, scattare foto e tutto il resto. I vantaggi di avere soldi e tempo libero. Arantxa, il giorno dopo, prese un volo charter con trenta o quaranta donne di tutta la Spagna che andavano a Londra per il suo stesso motivo. Alcune non tanto giovani (trenta e rotti anni, calcolava lei) e altre nel fiore della pubert. Tra di loro, una ragazzina di una quindicina d'anni, accompagnata da un signore con la faccia seria che poteva benissimo essere il padre.
Arantxa pass un brutto momento al ritiro bagagli. Uscivano le valigie. Una, un'altra, un'altra. La sua non usciva. Ah, ama. Le persone che avevano viaggiato con lei in aereo se ne andavano, il nastro scorreva con un rumore che per lei diventava sempre pi sinistro e la sua valigia non compariva. L'avevano persa? L'aveva presa qualcuno senza che lei se ne fosse accorta? Quando finalmente, sospiro di sollievo, arriv, Arantxa si ritrov sola. Poi ebbe problemi a orientarsi. Conseguenza: impieg un sacco di tempo a trovare l'uscita dall'aeroporto. Si sent di nuovo sola. Peggio, perduta. Che fare? Decise, con il respiro ansioso, di salire su un taxi. Le mani le tremavano quando mostr all'autista un foglio di quaderno sul quale aveva annotato il nome e l'indirizzo dell'albergo. Lungo il tragitto, il tassista le rivolse la parola pi volte; ma lei no, cio, che no, che d'inglese non aveva la minima idea. Ci mettevano tanto ad arrivare che Arantxa pens: cazzo, speriamo che 'sto negro non mi ha sequestrato.  una voce, dentro, le diceva che la cosa pi probabile era che l'autista stesse facendo un giro lungo per far scorrere il tassametro. Finalmente, l'hotel. Fermo davanti all'ingresso, un autobus da cui stavano scendendo alcune ragazze che avevano viaggiato sul suo stesso aereo. Mannaggia a me. Fosse stata pi sveglia, si sarebbe potuta risparmiare lo spreco del taxi.
Alla reception l'aspettava Nerea, che le fece una testa cos raccontandole le sue avventure per le strade e i negozi della citt.
"Nerea, non lasciarmi sola."
Si misero d'accordo per dormire nello stesso letto quella notte.
"Hai paura?"
Cazzo, che domanda. Paura? Poco dopo essersi coricata, Arantxa, gira di qui, gira di l, si alz spinta dalla voglia di vomitare. I suoi piedi scalzi sulla vecchia, consunta moquette. I suoi mormorii, lamenti?, in bagno. Le si intrufol il panico nelle ossa. E non era soltanto per l'operazione, anche per quello, ma non tanto, perch Xabier le aveva dato al telefono una serie di spiegazioni rassicuranti e lei sapeva pi o meno cosa l'aspettava. A peggiorare le cose c'era la sua totale ignoranza dell'inglese. Era convinta di non essere in grado di spostarsi da sola per Londra, trovare i posti, chiedere aiuto in caso di necessit. L'assillava di continuo un'intensa, di pi, un'insopportabile sensazione di abbandono. E, seduta sulla sedia a rotelle di fronte allo specchio, ricorda che pensava: e se mi perdo, se mi investe una macchina, se becco un'infezione in clinica per mancanza d'igiene o che so io, se mi slogo una caviglia scendendo le scale e non riesco a tornare in tempo a casa e, insomma, se per un motivo o per l'altro lo vengono a sapere i miei, don Serapio, tutto il paese, che orrore.
E il fatto era, come aveva saputo in seguito, che sua madre e quella di Nerea, che a quei tempi erano amiche intime, il sabato andarono come sempre a fare merenda a San Sebastian e parlarono delle rispettive figlie, entrambe casualmente in viaggio, non mi dire, con parole che per Arantxa ci voleva poco a immaginare:
"Nerea  partita gioved per Londra con un'amica dell'universit".
"Ah, s? La mia Arantxa  a Bilbao. E andata ieri al concerto di certi cantanti, ma non chiedermi quali perch io di musica moderna non capisco niente."
Si alzarono prestissimo. Nerea scese a fare colazione. Arantxa, che non riusciva a ingerire niente di solido, si fece bastare qualche sorso d'acqua. Che nervosismo. All'ora stabilita si diressero, una decisa, loquace, l'altra con il cuore a pezzi, verso la via dove si trovava l'ufficio dell'organizzazione che gestiva la faccenda. Edifici di nuova costruzione accanto ad altri dall'aria antica; alcuni, per la verit, con la facciata piuttosto sporca. Quello dell'organizzazione era tra questi ultimi. Nerea fu la prima ad avvistarlo dal marciapiede di fronte.
"E l, dove c' il portone blu."
Appena entrate, facce storte, poi paura pura e dura. Sul serio. Il motivo? Be', che le scale strette che portavano al primo piano erano piene di rifiuti. C'era una tazza del water rovesciata. Che cazzo ci faceva una tazza sulle scale? E la stessa domanda valeva per i sacchetti di plastica, le cartacce, una bottiglia, un rimasuglio di latte. Che schifo.
"Io me ne vado, Nere. Preferisco tenermi il figlio."
"Calma. Gi che siamo arrivate fin qui, diamo un'occhiata e poi decidi."
Le accarezz i capelli; la baci, consolatoria, affettuosa, su una guancia; insomma, la convinse. E salirono mano nella mano e aspettarono il loro turno in una stanza con varie sedie e un divano con la pelle screpolata e dei manifesti sui tramezzi. Arantxa riconobbe una ragazza che aveva viaggiato in aereo con lei il giorno prima. Poco dopo arrivarono la ragazzina di quindici anni accompagnata dall'uomo serio che poteva essere il padre. C'era altra gente. Anche un uomo addormentato e sporco, con l'aria da tossico. E la ragazza dell'aereo le sent parlare e domand se erano spagnole. E Nerea disse di Euskadi e allora l'altra, senza che glielo avessero chiesto, raccont la sua storia.
Finalmente le ricevettero. Nerea tradusse meglio che poteva. Arantxa firm dove le dissero di firmare. Subito dopo, le diedero un modulo per un medico che un'ora dopo l'avrebbe visitata in una clinica del centro di Londra. Scesero le scale piene di spazzatura. Arantxa, a bassa voce:
"Ti dispiacerebbe dirmi perch tu e la signora dell'ufficio ridevate?"
"No,  che lei pensava che fossi io quella che... Mi hai capito."
In strada le aspettava un pulmino dell'organizzazione. Pieno di giovani donne e di accompagnatori, si mise in marcia diretto prima alla clinica, e da l, effettuate le analisi previste, con gli stessi passeggeri, a una villetta dei sobborghi. Era un quartiere residenziale, di case basse con veranda, camino e giardino. E c'erano alberi sui marciapiedi e strade pulite, vale a dire niente periferia immonda. Uff, meno male.
Che altro? Specchio, specchio, come sei curioso. Accolse le due amiche un'infermiera allegra che farfugliava il castigliano. Arantxa aspett in una sala con mobili moderni e piante da interni. Ricorda una ragazza dai lineamenti asiatici, una che poteva essere indiana e diverse spagnole con cui aveva viaggiato in aereo.
E niente, dopo avere aspettato pi o meno tre quarti d'ora, le diedero un braccialetto di plastica con il suo nome e un camicione di carta, e le chiesero di spogliarsi. Arriv il dottore, un uomo dai lineamenti gradevoli, i baffi cinerini e i modi educati che trasmetteva serenit. Doctor Finks, si chiamava. A. Finks. Fece il suo lavoro, lo fece bene e questo  tutto, specchio. L'unica cosa: quando mi sono svegliata dall'anestesia mi sono venuti dei conati da morire; ma siccome non avevo niente nello stomaco, non ho vomitato. E la domenica, nelle prime ore del pomeriggio, anche di questo mi ricordo, si notava un'atmosfera diversa sull'aereo. Tutte quelle donne sembravano pi rilassate e, naturalmente, molto pi loquaci che all'andata.

***** 

43

Fidanzati ufficiali

La faccenda di Londra li aveva uniti. Da l in avanti, fidanzati alla vecchia maniera, di quelli a cui piace camminare per strada mano nella mano, e tempo dopo, coniugi. Lui and all'aeroporto con un mazzo di fiori ad accoglierla consolatore/affettuoso, accarezzante/cortese; us parole non del tutto quotidiane, in frasi sonore provviste di sincera tenerezza, e lei premette la fronte contro il suo petto in segno di perdono per l'inopportuna, la non concordata inseminazione.
Regal a Guillermo un apribottiglie comprato all'ultimo momento in un negozio di souvenir dell'aeroporto di Heathrow. Il manico riproduceva in scala ridotta una cabina telefonica rossa. Anni dopo l'apribottiglie ricomparve in un mobile della casa condivisa. Arantxa non esit a buttarlo nella spazzatura. Quell'aggeggio le riportava alla mente brutti ricordi, e pu darsi che fosse lo stesso anche per Guillermo, che non ne sent mai la mancanza (o forse s, e non lo disse).
Complici nel segreto, tra i due ci fu un tacito accordo di non menzionare mai la faccenda dell'aborto. Ma la faccenda era l, era sempre stata l, ad aleggiare invisibile sulle loro conversazioni, sui loro sguardi e, quel che  peggio, almeno per Arantxa, come un'ombra aggregata a quella dei suoi figli.
Nel corso di due decenni di matrimonio, Arantxa e Guillermo fecero diversi viaggi all'estero. A Parigi, con i bambini, due volte; a Venezia, in Marocco, in Portogallo. A Londra, mai. Nessuno lo propose, a nessuno venne in mente. E a volte, non sempre, ma a volte, parlando con una vecchia amica incontrata per caso in strada o mentre sbrigava una pratica amministrativa, se le chiedevano quanti figli avesse, Arantxa si soffermava a pensare. Niente, mezzo istante, abbastanza per non sbagliare il conto. Tre? Due.
Con gli anni, la faccenda di Londra (come sarebbe stata oggi la creatura che non era nata?) si and ritirando a poco a poco ai bordi dei suoi pensieri, senza cadere del tutto nell'oblio. Di colpo, a causa dell'ictus, fu di nuovo presente nei suoi ricordi. Punizione divina, ammesso che Dio esista? Capricci masochistici di un cervello che, imprigionato in un corpo inerte, si intratteneva mortificandosi con episodi del passato? E questo gi nel reparto terapia intensiva dell'ospedale di Palma. Immobile, intubata, una notte non riusc a togliersi dalla testa quella penosa avventura che ancora adesso, seduta sulla sua sedia a rotelle di fronte allo specchio, in casa dei genitori, le torna alla memoria senza che lei lo possa evitare.
La faccenda li un. Adesso si vedevano ogni giorno a San Sebastian. I pomeriggi di bel tempo si sedevano su una panchina; dividevano un cartoccio di caldarroste o di arachidi, o una scatola di paste o di cioccolatini, e pomiciavano. I giorni di pioggia non avevano altra scelta che pomiciare in qualche bar o al cinema. Guillermo, che aveva una bella parlantina, diceva all'orecchio di Arantxa cose meravigliose. Quando battevano le nove, ognuno prendeva il suo autobus e cos, baci e tenerezze, un pomeriggio dopo l'altro.
"Tesoro, dovremmo anche pensare a conoscere io la tua famiglia, e tu la mia."
"Cominciamo dalla tua."
"Parli come se a casa tua mi aspettassero dei problemi."
"No, macch.  solo che voi siete di meno e sar pi facile. Nel frattempo io preparo i miei."
Un sabato Guillermo (o Guille) la port a pranzo nella sua casa di Renteria. Quarto piano. Si apr la porta. Angelita: bassa, grassoccia, sessant'anni. Come accoglienza, stamp alla fidanzata del figlio due baci come due ceffoni: rotondi, cremosi, effusivi. Cos mia madre non mi ha mai baciata. Perci, non appena entrata in casa, ad Arantxa spar il timore.
Il padre, pi distante, ma ugualmente franco nella cordialit. Rafael Hernandez, uomo semplice, timido, con pantofole a quadri e giacca di lana. Arantxa, cauta, gli diede del lei. No, ci mancherebbe! Le offrirono, solleciti, umili, di darsi del tu. E Angelita, desiderosa di festeggiare l'ospite, le mostr la casa.
"E qui dormiamo io e mio marito."
Arantxa and a trovarli diverse volte prima di presentare Guillermo ai suoi. Fosse stato per lei, sarebbe volentieri rimasta a dormire. E perch non rimaneva? No,  che i genitori di Guillermo erano pi buoni di un pezzo di pane; ma dipendeva, in certe questioni erano un po' (abbastanza) all'antica. E lei replicava: Guille, tesoro, ma se tu e io, ma se Londra. E lui: s, s, per che per favore lo capisse. Cos di tanto in tanto, sul far della sera, salivano sul monte Urgull a mettere in opera, tramite preservativo, in fretta, con la paura di essere scoperti, un coito silenzioso dietro gli arbusti, brevemente piacevole per lui, accettato con rassegnazione da lei, a cui toccava sempre soffrire sulle natiche le  chiaro , i sassi appuntiti, l'umidit dell'erba.
Lo specchio del bagno le chiede se lo amava. Come i miei figli, no. Impossibile. Per in certo qual modo s che lo amava, soprattutto all'inizio. Diversamente non si sarebbe presa la briga di presentarlo alla famiglia. Lei non aveva mai portato un ragazzo a casa. Guillermo fu il primo. E l'ultimo. Inizi a fare il suo nome alla madre un giorno in cucina. E quando subito dopo aggiunse che abitava a Renteria e si chiamava Guillermo, a Miren, che ascoltava assonnata, senza particolare interesse, si formarono dei solchi sospettosi sulla fronte e non riusc a fare a meno di domandare, diffidente, se il ragazzo non fosse una guardia civile. No, assistente amministrativo in una cartiera. Chiese se guadagnava bene e la cosa si ferm l. N sono contenta, n quando lo conosceremo, n niente di niente.
Qualche ora dopo fece la stessa rivelazione al padre. Forse scelse un brutto momento. Joxian stava per uscire di casa diretto al Pagoeta. Il padre non nascose di avere fretta.  possibile che volesse andarsene prima che Miren tornasse dalla spesa. A Joxian non facevano n caldo n freddo quelle faccende di ragazzi e ragazze, di amori e fidanzamenti. E tuttavia dedic un minuto alla figlia. Una volta informato, disse che era contento. E poi:
"Lo sa l'ama? 
"Certo."
"Perch un giorno non lo fai venire e lo porto a cena al circolo gastronomico? Va in bici?"
"Non va in bici, aita."
Joxian, a quanto pareva contrariato, non seppe pi cosa dire. Batt una mano sulla spalla della figlia, come per dimostrarle la sua approvazione, si infil il basco e usc.
Arantxa confidava di pi nel fratello minore. Quindici anni, all'epoca. Molto giovane. E tuttavia aveva bisogno di un alleato e Gorka era l'unico membro della famiglia a cui di tanto in tanto lei socchiudeva le porte della propria intimit. Ad Arantxa sembr pi sveglio dei genitori.
Prima di tutto, Gorka chiese come si chiamava il ragazzo.
"Guillermo."
"Guillermo come?"
"Guillermo Hernandez Carrizo."
Si sedette sul letto, dove stava leggendo.
"E abertzale?"
"Non gli interessa la politica."
"Per almeno parla euskera, no?"
"Nemmeno una parola."
"Allora a Joxe Mari non piacer."
Arantxa lanci uno sguardo alle pareti coperte di manifesti: amnistia, independentzia, ETA, foto di militanti del paese in carcere, manifesti elettorali di Herri Batasuna.
"Perch credi che non gli piacer?"
"Lo sai benissimo."
E fu Gorka, soltanto quindici anni, a darle l'idea di passeggiare per il paese con Guillermo. Che si facesse vedere con lui, che ballassero insieme la domenica in piazza e poi si sarebbe visto cosa sarebbe successo.
E cos fecero. Entrarono in un bar, in un altro. Kaixo di qui, kaixo di l. Percorsero il centro del paese mano nella mano. E in piazza, sotto il fitto fogliame dei tigli, ballarono sulle canzoni interpretate da un gruppo musicale nel gazebo. A quel punto, Arantxa vide Josune, che li stava osservando a una certa distanza, e fece finta di niente e disse all'orecchio a Guillermo che:
"L di fronte c' una che esce con mio fratello. Non voltarti. Vedrai che far in modo di scoprire chi sei e se parli euskera".
A casa, a cena, Joxe Mari parl della sua partita di pallamano. N lui n i genitori, e tanto meno Gorka, fecero il minimo accenno al fidanzato di Arantxa, la cui presenza quel pomeriggio al ballo in piazza era sicuramente, a quell'ora, la chiacchiera del paese.
Dovettero passare due giorni prima che Joxe Mari infilasse la testa capelluta tra la cornice e la porta della stanza della sorella e dicesse:
"Mi ha detto un uccellino che ti sei fatta un fidanzato".
Sul suo viso c'era un'espressione allegra. Arantxa lo fiss, come cercando di scoprire qualche segno di ostilit nei suoi lineamenti, ma non lo trov. Lui aggiunse con lo stesso tono festante:
"Vediamo se un giorno mi fai diventare zio".
Qualche settimana dopo, Joxe Mari and a vivere con i suoi amici in un appartamento in paese. Soltanto allora Arantxa si azzard a portare Guillermo a casa dei genitori.

*****

44

Precauzioni

Il Txato era com'era, introverso, lavoratore come pochi, cocciuto. E quella cocciutaggine che rendeva, uff, difficilotto convivere con lui (contraddirlo? Ges, Giuseppe e Maria!), gli aveva permesso di tirare su la ditta da zero con pi speranze che capitali, laggi, accanto al fiume, su un terreno pieno di rovi che gli avevano prestato e poi aveva comprato, e di sostenere gli affari e mandarli avanti, porca miseria. Ma quella stessa cocciutaggine, secondo Bittori, era stata anche la sua perdizione.
Al cimitero lei glielo rimproverava sempre.
"Oggi potresti essere vivo, ma sei stato un testone. Avresti potuto pagare. E, se no, avresti potuto portarti i maledetti camion da un'altra parte come dicevi sempre ma non hai mai fatto, e tanto pi sapendo che io ti avrei seguito."
Arrivava a casa e non raccontava nulla del lavoro. Se Bittori gli chiedeva com' andata oggi, lui rispondeva secco, schivo, invariabile, che era andata bene. E lei non era mai sicura se bene significava male o normale o se davvero bene significava bene. Per sondare il suo stato d'animo, lo guardava in viso in cerca di indizi. Il Txato s'infastidiva:
"Cosa guardi?"
E secondo l'espressione, il luccichio degli occhi o le rughe sulla fronte, Bittori cercava di scoprire se il marito era tranquillo, se aveva delle preoccupazioni.
" da molto che non ti minacciano?"
"Abbastanza."
"Credi che si siano scordati di te?"
"Non lo so e non m'importa."
Con Nerea a Saragozza, sembrava che il Txato non fosse pi tanto assillato dalla paura. Non si sapr mai. Quest'uomo, diceva Bittori, l'hanno seppellito avvolto in un sudario di segreti. La cosa certa  che lo si vedeva meno angosciato da quando la figlia era andata a studiare fuori. E Xabier? Ma quello, siccome non abitava in paese, lo credeva fuori pericolo.
In casa, il Txato smise di fare riferimenti alla faccenda delle lettere. Gli provocava, quello s, una viva irritazione che Bittori gliela ricordasse.
"Cazzo, se non ti ho raccontato niente  perch non c' niente di nuovo."
Txato, Txatito. Bittori glielo diceva anche quando c'entrava poco o nulla, con pi pena che affetto. La verit  questa: sei rimasto solo come un cane. Gli amici? Non li cercava, non lo cercavano. Lo isolarono nel momento stesso in cui lui si isol. Non andava a giocare a carte al Pagoeta n a cena il sabato al circolo gastronomico. Una volta, per caso, incroci Joxian per strada. Si guardarono, Joxian fugacemente, lui fissandolo, con aspettativa, in attesa di chiss che, un segno, un gesto. E Joxian, passando, sollev le sopracciglia a mo' di saluto, come a dire: no, io mi fermerei a parlare con te, ma  che.
Il Txato appese al chiodo la bicicletta. Per sempre. Un giorno la port gi in garage ed  ancora l, appesa al soffitto con due ganci e due catene. Smise di pagare la quota del club di cicloturismo. Nessuno gliela richiese. E alla fine della stagione non gli mandarono neanche l'invito che ricevevano i soci con l'annuncio della data e dell'ordine del giorno dell'assemblea annuale. Il certificato, diploma o come lo si voglia chiamare, dove figuravano le tappe percorse e i punti ottenuti, glielo infilarono, piegato a met, nella cassetta delle lettere. Chiunque glielo avesse portato non si degn di suonare il campanello. A nulla serv al Txato essere stato tempo prima, per cinque anni, presidente del club. Andassero all'inferno. E la domenica, Bittori, che prima si lamentava perch, per una volta alla settimana che potevano stare insieme, lui se ne andava con i suoi amici cicloturisti, doveva rassegnarsi dalla mattina alla sera al malumore del marito.
Per tutta la vita al Txato era piaciuto andare al lavoro a piedi, che piovesse o no. Alla fin fine, erano soltanto quindici minuti di cammino. In bicicletta, meno. Dalla domenica in cui gli avevano fatto le scritte si spostava soltanto sulla sua vecchia Renault 21. Lui sosteneva di farlo per non costringere nessuno a distogliere lo sguardo o a cambiare bruscamente marciapiede. I pomeriggi del sabato, e questo s che era nuovo per lui, accompagnava Bittori a San Sebastian. Andavano a messa, facevano merenda insieme nello stesso bar di avenida de la Libertad che Bittori aveva frequentato con Miren quando erano amiche. E al Txato e a lei succedeva che qualche conoscente, che negava loro il saluto in paese, dicesse ciao o si fermasse perfino a parlare un po' con loro, che bella giornata, eh?, a San Sebastian.
Il Txato prendeva le sue precauzioni. Stupido non era. Per cominciare, non parcheggiava mai la macchina in strada. Bittori:
"Che non ti venga neanche in mente".
Aveva un suo garage. E malgrado ci si chinava a guardare sotto prima di salirci. Pi tardi pens di mettere delle tavole di legno attorno alla macchina, unite con delle corde in modo che se qualcuno, dopo essere riuscito a entrare nel garage, cosa difficile, le avesse mosse anche solo di pochi millimetri, lui se ne sarebbe accorto. In azienda si riserv uno spazio nel parcheggio dei camion che poteva tenere d'occhio dalla finestra dell'ufficio.
Il garage aveva un inconveniente: si trovava girato l'angolo, nella casa vicina alla sua. Questo lo costringeva a camminare per quaranta o cinquanta passi tra il garage e il portone. In quel breve tragitto lo uccisero un pomeriggio di pioggia; per, come gli diceva Bittori, seduta sul bordo della tomba:
"Ti hanno ucciso l, s, ma ti potevano ammazzare da qualunque altra parte. Perch quelli, quando vogliono qualcuno, non si fermano fin quando non lo beccano".
Al principio cancellava a colpi di pennellessa le scritte che gli dipingevano sulla saracinesca del garage. Si procur apposta un secchio di pittura bianca; ma era inutile. Il giorno dopo gliele rifacevano. Txato faxista, oppressore, ETA ammazzalo. 
Cos. Si abitu a non guardare le scritte. E gli pisciavano anche sulla porta e c'era una forte puzza di urina.
Lesse su un giornale che le potenziali vittime con abitudini fisse erano le pi esposte. Cio, bersaglio facile. Per alcuni mesi si mise in testa di non uscire mai per due giorni di seguito alla stessa ora. E poi cambiava percorso. Tornava a pranzo all'una, all'una e mezza o alle due, oppure mangiava in ufficio quello che Bittori gli preparava. E la sera, poteva terminare la giornata di lavoro alle otto come alle nove, alle nove e mezza, alle dieci, a seconda. L'orario irregolare lo faceva uscire dai gangheri, a lui che si vantava di lavorare con la precisione di un orologio. E non appena la figlia fu al sicuro a Saragozza, e anche perch i cattivi che cercavano di rendergli la vita impossibile allentarono la pressione, fin per tornare alla sua routine e alle sue abitudini di sempre, tranne quando l'ETA commetteva un assassinio e allora, incalzato da Bittori, intensificava di nuovo, per un po' di tempo, le precauzioni.
Una cosa che faceva spesso era socchiudere un po' la tendina della cucina o la tenda del balcone per scrutare di nascosto in strada. Affacciava un occhio cautamente, facendo in modo che Bittori non lo vedesse.  che lei si arrabbiava. Come mai? Le sembrava che le macchiasse le tende con le dita.
Anni dopo, al cimitero:
"Quella gente non si fermava davanti al portone. Non hai pensato che quello che ti sorvegliava era un vicino che socchiudeva anche lui la tenda di casa sua per prendere nota delle tue entrate e uscite, per poi andarlo a raccontare ai terroristi? Non mi sorprenderebbe se fosse stato un altro porco che non si lavava nemmeno lui le mani prima di sedersi a mangiare. Be', n prima n dopo. , di sicuro, un conoscente, e se vogliamo dire, perfino qualcuno che ci doveva qualche favore".

*****

45

Giorno di sciopero
 
Era stato assassinato in un hotel di Madrid, all'ora di cena, il deputato di Herri Batasuna Josu Muguruza, di trentun anni. Perci, sciopero generale. Moderato seguito nelle grandi citt. Nei paesi non c' via d'uscita. Serrata completa (negozi, bar, officine) o attenti alle conseguenze. Dalla cima della salita, il Txato scorse alcuni dipendenti vicino al cancello, a cui era appeso lo stesso striscione di altre volte. Erano in tre. Andoni, con il suo orecchino, e altri due. Il resto era rimasto a casa. Uno aveva telefonato la sera prima e il Txato, stanco di quelli che chiamavano per minacciarlo e riempirlo di insulti, sfruttatore fascista, figlio di puttana, puoi fare testamento, si era chiesto se rispondere o no. Alla fine aveva risposto, casomai fosse stata Nerea che chiamava da Saragozza, non si sa mai, invece no. Un dipendente voleva comunicargli con voce rispettosa che lui avrebbe preferito andare a lavorare.
"Se vuoi lavorare, perch non lo fai?"
"No, vede,  che gli altri..."
La mattina presto, quando scese dall'auto davanti al cancello, il Txato sapeva gi perch quei tre stavano montando la guardia. Freddo, erba coperta di brina e la nebbiolina del mattino che sale dal fiume e rimane ad aleggiare per ore nel vallone.
"Che c'?"
Andoni, aria torva, mento in atteggiamento di sfida:
"Oggi non si lavora".
"Niente lavoro, niente stipendio."
"Vedremo alla fine chi ci rimette."
"Ci rimettiamo tutti."
Gi una volta il Txato aveva tentato di licenziare quel bullo, che era un meccanico mediocre, oltre che sfaticato. Andoni aveva stracciato di fronte al suo capo la lettera di licenziamento senza prendersi la briga di leggerla. Qualche ora dopo si era presentato in azienda accompagnato da due individui che si erano identificati come membri del sindacato LAB. Le minacce avevano raggiunto una tale intensit che il Txato non aveva avuto altra scelta che riammettere quel mascalzone la cui sola presenza gli faceva ribollire il sangue.
I	tre scioperanti si riscaldavano attorno a un bidone di metallo. All'interno bruciavano tavole, rami, bastoni. Il Txato li rimprover di essersi appropriati di un bidone che non era loro. E le tavole, manco a dirlo. Nel debole chiarore, il sole ancora dietro la montagna, il fuoco arrossava le loro facce. Il Txato: facce da bruti, da risentiti sociali che mordono la mano di chi d loro da mangiare. Bittori:
"S, per senza di loro, chi ti guida i camion, chi te li aggiusta?"
Chiese/ordin di spostare il bidone perch voleva aprire il cancello. Andoni ripet minaccioso, tagliente, che non si lavorava. Gli altri due rimanevano in silenzio. In soggezione? Il fatto  che  una mossa molto forte impedire l'accesso al proprietario. E alle spalle di Andoni, che li capitanava, spinsero, sguardi bassi, di lato il bidone.
Il caporione si infuri:
"Cosa fate?" Non lo vedeva o che? E aveva aggiunto, mordendo, con rabbia?, con odio?, le parole: "Va bene, per dei camion non ne entra e non ne esce nessuno Il Txato si chiuse in ufficio. Dalla finestra, allungando il collo, poteva vedere i tre del picchetto. Combattevano il freddo facendo saltelli, soffiandosi sulle mani. Emettevano vapore, chiacchieravano, fumavano. Poveretti. Gli hanno riempito il cervello di slogan. Scimmie ammaestrate, ansiose di obbedire. Eppure avevano un'aria tanto riconoscente quando li aveva assunti! E Bittori:
"Metti in azienda gente di qui cos gli stipendi non se ne vanno fuori".
Be', a quell'Andoni dei suoi coglioni aveva dato lavoro pi che altro perch dei conoscenti erano andati da Bittori con preghiere e salamelecchi, e che se per favore eccetera eccetera. Se l'avessi saputo!
Telefon senza perdere tempo ad alcuni clienti per informarli della situazione. Gli dispiaceva molto e, per favore, capissero. Poi, pi tranquillo, ma egualmente arrabbiato, fece altre chiamate, modific la sua agenda, concord cambi di date, dovette rinunciare (porca puttana!) a un lavoro importante, diede istruzioni telefoniche agli autisti che dovevano essere di ritorno quello stesso giorno di parcheggiare i rispettivi camion in qualche spazio libero della zona industriale. E quando il Txato vide che agli scioperanti appostati al cancello se n'erano aggiunti altri due, tra i quali il lecchino che gli aveva telefonato la sera prima, gli sembr che questa storia non pu andare avanti cos, devo fare qualcosa, questi qui non mi imporranno la loro volont.
Con una telefonata verific che gli autobus non circolavano a causa dello sciopero. Verso le nove e mezza chiam un taxi. Si mise il giaccone e, senza spegnere la lampada, per dare a intendere che era ancora in ufficio, usc dal capannone da una porta posteriore che dava sul fiume. Un po' pi in l, prima di arrivare al ponte, inizia un sentiero che sale verso la strada. Non dovette aspettare nemmeno cinque minuti il taxi. Prima delle dieci scese nel quartiere di Amara di San Sebastian.
Sorpresa: apr la porta la donna che era antipatica a Bittori. Di lei diceva che era una semplice (separava le sillabe: sem-pli-ce) infermiera ausiliaria. Quando nominava la professione dell'amica/collega/amante del figlio, arricciava il naso, sollevava leggermente l'estremit del labbro.
"I dottori con le dottoresse, gli infermieri con le infermiere."
E subito dopo partiva con i giudizi ostili: non ha gusto nel vestire,  pedante, esagera col profumo. Le era difficile nascondere la fissazione che aveva preso per Arnzazu fin dal primo istante. E la sua avversione era aumentata fino ai limiti dell'odio quando aveva saputo che era divorziata e pi anziana di Xabier.
"Quel pivellino, ha bisogno di una seconda madre o che?
Non lo vede che la furbona cerca di approfittare della sua posizione e del suo stipendio?"
Al Txato non importava. Se  la donna che suo figlio ha scelto, allora va bene.
Non si aspettava di trovarla a casa di Xabier.
"Disturbo?"
"No. Entri, entri."
Chiese di suo figlio. Adesso arrivava, si stava facendo la doccia. E Arnzazu, scalza e poco vestita. Vivevano insieme? Al Txato non importava. La sua teoria: i figli, che siano felici; il resto  secondario. Per Bittori:
"Tu vuoi che siano felici cos ti lasciano in pace".
"E se anche fosse?"
Si sentiva il rumore di un asciugacapelli, la donna aveva le unghie dei piedi dipinte di rosso scuro e al muro c'era un quadro a olio della baia di San Sebastian, firmato da un certo Avalos. Pi di una volta Xabier aveva suggerito al padre di investire in arte, ma io non ne capisco niente, figlio mio.
Il Txato domand se anche all'ospedale c'era sciopero.
"Sciopero? No, che io sappia." E quando Xabier, accappatoio bianco, entr nella stanza: "Tu hai sentito qualcosa a proposito di uno sciopero?"
"No."
"Perch da tuo padre gli operai non sono andati a lavorare."
Il Txato conferm. Padre e figlio si abbracciarono, e Xabier odorava di acqua di colonia e disse in tono beffardo che:
"Oggi pomeriggio devo operare. Speriamo, per la salute del paziente, che durante l'intervento non irrompa in sala operatoria un picchetto di scioperanti".
Il padre non rise alla battuta. Al contrario, corrug la fronte, assunse uno sguardo duro, rimase in un silenzio severo.
"Che succede, aita?"
"Niente."
Arnzazu, intuito femminile, disse che andava via in modo che potessero parlare da soli. Le dessero, per favore, cinque minuti, non le serviva di pi per vestirsi. A Xabier scivol dalle labbra un "ma" fessacchiotto, come un filo di bava:
"Ma..."
Il Txato propose/chiese per favore a Xabier di andare tutti e due al bar all'angolo, lui l'avrebbe aspettato l. Al bar non c'era intimit, anzi c'erano orecchie indiscrete, e per di pi a Xabier non andava di bere nulla. Perci camminarono per le strade l intorno. In cerca di alberi e di tranquillit arrivarono al paseo del Arbol de Gernika e, parlando parlando, lo percorsero fino al ponte di Maria Cristina e tornarono indietro.
" meglio che l'ama non sappia che ti sono venuto a trovare. Occhio, sull'essenziale  informata. Altri particolari, invece, me li tengo per me. Non voglio che si preoccupi per problemi che forse si possono risolvere e perci volevo parlare con te da soli. Tu sei un uomo con un gran cervello, sicuramente potrai aiutarmi."
"Certo, aita. Di cosa si tratta?"
"In paese sono messo male."
"Non dirmi che sono comparse altre scritte di insulti."
"Ultimamente mi lasciano tranquillo. Magari si sono resi conto che non sono l'imprenditore pieno di milioni che credevano. Oppure pu darsi che qualche mossa recente abbia calmato la voracit di quella gentaglia."
"Quali mosse? Non mi hai raccontato niente."
"Cosa vuoi, che lo pubblichi sui giornali? Tramite un intermediario, ho chiesto un incontro in Francia. L'idea era di spiegare la mia situazione finanziaria, di dimostrare che ho investito dei soldi e di chiedere una proroga o di farmi pagare a rate. Ho sentito da altra gente che fanno cos e che quei bastardi sono comprensivi se mostri la volont di pagare."
"Prima eri contrario."
"A favore non sono, ovviamente, ma cosa vuoi, che mi sequestrino?"
"Cosa ti hanno detto?"
"Sono andato all'appuntamento. Sono arrivato puntuale, mi conosci. Non mi piace fare aspettare. Chi ha aspettato sono stato io. Pi di un'ora e mezza. Non  venuto nessuno. Si sa che dopo la faccenda dei GAL, i cosiddetti Gruppi antiterroristi di liberazione, sono molto diffidenti. Va' a sapere se mi ha seguito qualche poliziotto in borghese senza che io me ne accorgessi e loro l'hanno riconosciuto. Ho chiesto un altro appuntamento. Me l'hanno rifiutato. Che schifo! Adesso penso abbiano visto che sono ben intenzionato e perci, per il momento, mi lasciano in pace, e intanto si occupano di rovinare la vita ad altri. Ma devo fare qualcosa, Xabier. In paese sono troppo esposto. Stamattina tre imbecilli mi hanno fermato la ditta. Porca miseria! I miei stessi dipendenti decidono se si lavora o non si lavora. Non ho il minimo dubbio che qualcuno di loro comunica all'organizzazione ogni passo che faccio. Ti ricordi di Andoni, il nipote di Sotero? Quello  il peggiore. E cattivo d'animo."
"Cosa aspetti a cacciarlo via?"
"Un giorno, quando si calmeranno le acque."
"Senti, aita, se sei un imprenditore, non puoi mischiarti con gli operai. Non sono classista, ma cosa vuoi che ti dica? Chiunque provi invidia o antipatia nei tuoi confronti cercher di farti del male. Non deve neanche sforzarsi, visto che sei a portata di mano. Magari passi tutti i giorni davanti a casa sua. Tu e l'ama dovreste vivere da qualche altra parte, e andare in paese solo in visita o a lavorare. Fanno le scritte sui muri? Che le facciano. Se non sei l a vederle... E dico scritte per dire qualunque azione malevola."
"Io me ne andrei, per tua madre..."
"Anche l'ama se ne andrebbe. L'ha fatto capire qualche volta. Io gliel'ho sentito dire. Il fatto  che non comunicate."
"Ma da quando non vado pi in bicicletta e al bar a giocare a carte, passiamo insieme pi tempo che mai. Non usciamo quasi. Io vado da casa al lavoro e dal lavoro a casa, e lei ha smesso di fare la spesa in paese."
"Questa non  vita."
" cos che va. Potrebbe andare peggio. Mio padre ha combattuto nella guerra contro Franco. Gli hanno fatto a pezzi una gamba ed  stato tre anni in carcere."
"E tu, sicuro che prendi delle precauzioni?"
"Su questo puoi stare tranquillo. Se vogliono farmi del male, dovranno farlo fuori dal paese. L vado in giro con gli occhi bene aperti."
"E allora? Come sei messo, bene o male?"
"Male. Sarei felice di portare l'azienda in un posto pi tranquillo. A La Rioja, a Saragozza, per  complicato. Quasi tutti i miei clienti sono della zona. Non c' settimana in cui qualcuno non abbia bisogno di un servizio urgente. Ma urgente-urgente. E se stai fuori, dimmi tu come si fa. Chiamano un altro trasportatore e buonanotte al secchio."
"Un'altra possibilit  che metti su una succursale e a poco a poco trasferisci gli affari."
"Avrei bisogno di un socio, di qualcuno di fiducia che assumesse dipendenti l o badasse all'azienda qui. Io non posso stare in due posti contemporaneamente. A me sarebbe comoda una soluzione pi facile e che non abbia bisogno di tanto tempo."
"Chiudi l'azienda, vendila e vivi dei tuoi risparmi."
"Sei pazzo? L'azienda  la mia vita."
"Allora vedo soltanto una soluzione. Se sei d'accordo, vi aiuto a trovare un appartamento e venite a vivere a San Sebastian. In citt sarete pi protetti. E alla fin fine, a te cosa importa se comunque al lavoro ci vai in macchina?"
"Un appartamento  una grossa spesa. A me sembra che tua madre non..."
"Vuoi che te ne cerchi uno, s o no?"
"Va bene, cercalo. Poi vedremo."

*****

46

Un giorno di pioggia

Il giorno in cui ammazzarono il Txato pioveva. Giorno feriale, grigio, di quelli che sembrano continuare ad allungarsi, in cui tutto  lento, bagnato e la mattina  uguale al pomeriggio. Un giorno normale, con la cima dei monti che circondano il paese coperta dalle nubi.
Il Txato arriv presto in ufficio. Presto? S, pi o meno alle sei, ancora buio. Aveva sulla scrivania un calendario a blocco, strapp il foglio del giorno, lesse dietro. Subito dopo scrisse su una pagina dell'agenda il numero dei giorni da cui non fumava: 114. Era orgoglioso di associare alla sua perseveranza una lunga colonna di cifre e Bittori contenta che non le riempisse la casa di fumo come prima, perch le ingialliva le tende e le lasciava sulle pareti, sui mobili, nell'aria che respiravano, un odore schifoso.
Il Txato non sapeva, come poteva saperlo?, che vedeva oggetti, sbrigava faccende, aveva pensieri per l'ultima volta. Per lui fu l'ultima alba. E per l'ultima volta svolse delle azioni quotidiane. Prese/tocc/guard cose nel corso dell'ultima mattina della sua vita.
Da casa al lavoro segu le solite precauzioni. Le tavole di legno e le corde attorno alla macchina, questo si vedeva a prima vista, erano come lui le metteva di solito. Percorse certe strade anzich altre, fissando a ogni tratto lo sguardo nello specchietto retrovisore. E, senza saperlo, fu sul punto di far fallire l'attentato che gli stavano preparando. Aveva un pranzo di lavoro con un cliente a Beasin; ma verso le dieci del mattino il cliente lo chiam per dirgli che era sorto un imprevisto e chiedergli per favore di rimandare l'incontro a un altro giorno.
"Certo, non c' problema."
E in fondo il Txato se ne rallegr perch non aveva voglia di viaggiare con un tempo cos brutto e per strade in cattive condizioni. Allora, decisione fatidica, adott il solito piano, quello che conoscevano coloro che avevano l'ordine di ucciderlo. Chiam Bittori per annunciarle che avrebbe pranzato a casa, e cos fece, e mangi e poi non torn mai pi a pranzo.
Dentro il garage, spegnendo il motore, il Txato rimase seduto al volante per uno o due minuti per ascoltare fino alla fine una canzone che stavano trasmettendo alla radio e che gli piaceva. E scese, sistem le tavole e le corde, e tutto quello che aveva intorno lo vide senza sospettare che non l'avrebbe mai pi visto: i barattoli di pittura allineati su una mensola, la bicicletta appesa al soffitto, i fiaschi di vino, le gomme di ricambio, attrezzi e aggeggi vari, non molti, ammucchiati contro la parete per lasciare spazio all'auto al centro. Usc in strada canticchiando a bassa voce la canzone che aveva appena ascoltato. Chiuse la saracinesca. Pioveva forte. E lui senza ombrello, ma che importa. Alla fine, erano soltanto quaranta, cinquanta passi fino al portone.
Allora lo vide, ben piantato, grosso, fermo all'angolo. Come faceva a non vederlo se, con il brutto tempo che faceva, non c'era un'anima in strada? Nonostante avesse il cappuccio tirato su, lo riconobbe. Per l'aspetto, per il corpaccione, per quello che era, e and verso di lui, passando sull'altro marciapiede, e gli parl.
"Ehi, Joxe Mari. Sei tornato? Sono contento."
Quegli occhi, quelle labbra strette, quei lineamenti tesi. Si incrociarono brevemente gli sguardi, e in quello di Joxe Mari c'era un misto di durezza/sconcerto, inquietudine/stupore. Pioveva su di loro e le piastrelle del marciapiede erano grigie. Ne mancava qualcuna. Nei vuoti si accumulava l'acqua torbida e dei cavi salivano lungo la facciata della casa.
La campana della chiesa batt l'una proprio quando loro si stavano guardando. Rimasero per un istante l'uno di fronte all'altro, fermi, muti, il Txato aspettando che Joxe Mari dicesse qualcosa, Joxe Mari come paralizzato, le mani nelle tasche del giubbotto. Di colpo distolse lo sguardo; di colpo fu sul punto di parlare, ma non lo fece; di colpo si volt e a passo svelto, quasi correndo, se ne and gi per la strada, piantando il Txato all'angolo, con la voglia di parlare, con la voglia di domandargli.
In cucina, mentre si toglieva le scarpe, a Bittori:
"Perch non accendi la luce?"
"E perch, se ci si vede?"
"Non t'immagini chi ho appena incontrato per strada. Potresti cercare di indovinare per un mese intero e non ci riusciresti mai."
Esalava vapore un tegame, sfrigolava un filetto nella padella. Non c'era altra luce nella cucina se non il grigio scolorito che entrava dal vetro della finestra ricoperto di gocce di pioggia.
Bittori, in grembiule, indaffarata davanti ai fornelli, sorda alle parole del Txato:
"Ti friggo un peperone?"
"Ho visto Joxe Mari."
Si volt come se le avessero infilato un ago nella schiena, con gli occhi fuori dalle orbite:
"Il figlio di quelli l?"
"E chi, senn?"
"Avete parlato?"
"Io s. Lui se n' andato senza rivolgermi la parola, anche se ci  mancato tanto cos" fece un gesto come se stesse pinzando una cosa minuscola fra i polpastrelli dell'indice e del pollice "perch mi salutasse. Io credo che ci abbia messo qualche istante per ricordarsi che la sua famiglia non ci parla.  ben piazzato come sempre e ha la stessa faccia da scemo."
Mangiavano, bevevano, seduti uno di fronte all'altra. Il Txato masticava rumorosamente. Disse che era contento di non essere andato a Beasin con quel tempo. Bittori non era tanto contenta.
"Invece se ci andavi mi risparmiavi il lavoro. Perch per me sola non cucino. Meno male che avevo della carne nel congelatore."
"Be', se  per questo, potevamo anche andare al ristorante."
"A fare che? A farci guardare male?"
"Non dev'essere per forza un ristorante del paese."
"Bah, spese."
Dopo un po', Bittori torn all'argomento di conversazione precedente. Aveva tra gli occhi due rughe sospettose.
"Ma  dell'ETA, no?"
"Chi?"
"Chi dev'essere? Non ti sembra strano che uno dell'ETA se ne vada bello tranquillo in giro per il paese, mentre la cosa normale sarebbe che non vuole essere scoperto dalla polizia? Dimmi una cosa. Aveva l'ombrello?"
"L'ombrello? Fammici pensare. No. Per aveva il cappuccio tirato su. Ma ti ho gi detto che ci ho parlato. Cio, non stava nascosto n niente. Sar venuto a trovare la famiglia."
"Sei sicuro che non ti stesse sorvegliando?"
"Macch sorvegliarmi! Non ti ho detto che sono stato di fronte a lui come ora sto di fronte a te? Che modo di sorvegliare ? E se voleva farmi del male, perch se n' andato quando mi aveva a portata di mano?"
"Non lo so, a me queste cose non piacciono."
"Dai, dai. Se ti presenti al campionato del mondo di diffidenza, vinci per goleada. Con tutti i gelati che ho pagato a quel ragazzo al Pagoeta quando era piccolo! Peccato che se ne sia andato, perch se davvero fa parte dell'ETA, cazzo, avrei uno che mi potrebbe mettere in contatto con i capi e allora potrei spiegare come stanno le mie finanze."
Fin di mangiare e quello fu per il Txato l'ultimo pranzo della sua vita. Bittori si mise subito a lavare i piatti. Lui disse che andava a fare la siesta. Si coric vestito, sopra la trapunta; rimase a letto un'ora abbondante e quella fu l'ultima volta che dorm.

*****

47

Che ne  stato di loro?

Era il pi floscio dei tre. Miren, scontrosa:
"Non il pi floscio. Il floscio".
Koldo, un gregario fin da piccolo, uno che va per la vita calpestando l'ombra degli altri. Li aveva denunciati nella caserma di Intxaurrondo.
"Se no, mio figlio e Jokin erano ancora qui, fra noi, te lo dico io, a incendiare ogni tanto un cassonetto della spazzatura, d'accordo, per non si mettevano nella lotta armata. Gli hanno dato un fracco di botte? Come a tanti altri, eh, che hanno resistito alle bastonate e alla vasca da bagno e hanno aperto il becco il meno possibile."
Con quel ragazzo, Miren aveva un dente avvelenato da non crederci. Le si accelerava il respiro soltanto a sentirlo nominare.
Invece quello che Joxian non poteva sopportare era il padre, collega di lavoro in fonderia. Aveva condiviso con lui i turni alla fornace per lunghi anni e versato centinaia di volte, fianco a fianco, il liquido nello stampo. Herminio, un assimilato, un emigrante andaluso arrivato in paese da ragazzo spinto dalla fame; aveva pescato Manoli, una basca di campagna, ingenua e ben piazzata, e con quello gi si credeva pi basco di Dio. Euskera? Si, kaixo, egun on, punto e basta. E di gente cos ce n'era un casino e per colpa del figlio, un mollaccione, il suo adesso chiss dov'era, a giocarsi la vita, senza mestiere, senza futuro, senza famiglia, e del povero Jokin manco a parlarne.
And in pensione un operaio. Misero Herminio al suo posto a pulire i pezzi, limare le sbavature e tutto il resto. Da allora Joxian e lui non si vedevano cos spesso. Oltretutto Herminio non era neanche di quelli che si andavano a fare la partita a carte al bar con gli amici (amici, lui?), n che montavano in bici, n che facevano un po' di vita sociale. O era in fonderia coperto di polvere o a casa a rilegare libri per arrotondare un po'. Anche se, in verit, visto quanto Joxian ce l'aveva con lui, meglio che non si facesse vedere.
A volte, durante le pause, uno usciva sul retro della fonderia a fumarsi una sigaretta e incontrava l'altro.
"Sai qualcosa?"
"Niente."
Sempre la stessa domanda, sempre l'identica risposta. A parte quello, di solito, non parlavano della faccenda e anche quel poco soltanto se non c'erano colleghi nei paraggi. Chiacchieravano di calcio, di pelota basca, di qualunque argomento tranne che di politica e dei loro figli assenti, oppure se ne stavano in silenzio uno accanto all'altro lanciando boccate di fumo con lo sguardo alle montagne di fronte.
C'era stato un periodo in cui Herminio proponeva un brindisi con il suo vino economico in cartone ogni volta che l'ETA metteva a segno un attentato mortale. Un pomeriggio, alla presenza di altri colleghi, Joxian l'aveva richiamato all'ordine:
"Dai, Herminio, che questo non  un gioco".
Miren, a casa:
"E proprio un deficiente!"
"Cerca di fare il simpatico e non gli riesce."
Un giorno, nella pausa per la sigaretta, si ritrovarono da soli davanti al portone. Tute sudicie, facce arrossate, scarponi anneriti.
"Sai qualcosa?"
"Niente."
"Noi, s."
Gli vide la gioia negli occhi, la voglia di raccontare, i denti gialli, un molare d'oro. Sussurrante, confidenziale:
" in Messico come rifugiato".
"Come fai a saperlo?"
"Ha scritto una lettera a una mia sorella che vive a Cordoba e cos l'abbiamo saputo."
"Dice qualcosa di Joxe Mari?"
"Non lo nomina. Se vuoi, Manoli glielo pu chiedere. Andr l in estate."
Joxian si strinse nelle spalle. Delusione. Mancavano cinque mesi all'estate. Cosa avrebbe saputo allora Koldo di suo figlio? L'altro, tornando a quello che gli stava a cuore:
"Il viaggio costa un occhio della testa. Per il momento abbiamo pensato di far andare lei per portargli vestiti e quello di cui ha bisogno. Lui  lontano, ma almeno  fuori pericolo. Finalmente possiamo dormire tranquilli".
Mancava solo che si mettesse a ballare. Joxian and direttamente dal lavoro a casa per dare la notizia alla moglie. Dio, perch non era stato zitto! Era da tempo che non vedeva Miren piangere con tanta amarezza. Che singhiozzi, porca puttana. E scagli il grembiule contro il calendario alla parete. Lamenti, gemiti, rabbia/tristezza, dolore/dolore. Perch doveva toccare a loro, dove sar, chi si occuper di lui se si ammala. E Joxian: che non urlasse, cazzo, che la sentivano dalla strada.
" che sentano pure. Furbo, il Koldito, prima ha fatto i nomi e adesso si mette in salvo. Speriamo che lo morda uno di quei serpenti che ci sono in Messico."
"Vabbe', vabbe', d'accordo."
E la sera, Miren, a letto al buio:
"Quasi vorrei che la polizia catturasse Joxe Mari cos tutto questo finalmente finisce. Continuo a pregare sant'Ignazio. Che lo prenda la polizia francese. Non quella spagnola, per. Che stia per un po' in carcere fuori dai casini e poi me lo restituiscano. Tu cosa pensi?"
"La stessa cosa. Ma quando lo dicevo io, ti incazzavi."
"Che ne sai tu di cosa prova una madre?"
"E quello che prova un padre, allora?"
Il giorno dopo, pi sereni, constatarono di essere d'accordo sul fatto che l'esilio era preferibile alla sorte di Jokin. Cosa gli era successo? Be', che era andato fuori di testa. Nell'87 era andato in campagna e si era sparato un colpo. Erano passate settimane prima che un pastore di pecore lo trovasse per caso in un terreno abbandonato della provincia di Burgos. Era irriconoscibile, in avanzato stato di decomposizione e mezzo mangiato dalle bestie. Aveva una carta d'identit falsa. La Guardia Civil era riuscita a identificarlo dalla foto. L'ETA aveva respinto la versione ufficiale con un comunicato. Nella piazza del paese si era radunata una folla per accogliere il feretro avvolto in una ikurrina e pioveva. Piove sempre in certe occasioni. Miren:
"Stupidaggini".
Invece a Joxian sembrava che piovesse sempre quando c'era una celebrazione di quel tipo. La chiesa, stracolma di gente, con persone in piedi perch non c'erano panche per tutti. Molte facce di fuori e politici. Durante l'omelia, don Serapio aveva parlato, con visibile difficolt nel contenere l'emozione, della "morte tragica del nostro caro Jokin che speriamo un giorno venga chiarita". E poi, una lunga fila di ombrelli era salita al cimitero. Avevano cantato l'Eusko Gudariak davanti alla tomba, avevano inneggiato all'ETA e fatto promesse di vendetta, e alla fine si erano incamminati tutti verso l'uscita e alle loro spalle erano rimasti le corone di fiori e il silenzio delle croci sotto la pioggia.
Josetxo aveva tenuto chiusa la macelleria per diversi giorni. Non aveva mai superato la perdita del figlio. Di l a pochi mesi gli avevano diagnosticato un cancro. Era durato un anno.
Joxian:
"Per me  stata la morte di Jokin a fargli venire la malattia. Un uomo cos forte, cos sano. Senn, non me lo spiego".
Una settimana dopo i funerali, spinto da Miren, era andato a trovarlo per la prima volta in macelleria. Abbraccio, lacrime, singhiozzi. Che corpaccione aveva Josetxo. E quando il macellaio si era calmato, avevano parlato seduti uno di fronte all'altro, nel retrobottega, e Joxian aveva chiesto senza giri di parole cosa caspita era successo.
"Mentono tutti. Mente la polizia, mente la sinistra abertzale. Tutti mentono, Joxian, te l'assicuro. La verit non serve a nessuno."
Era a pezzi. E Juani, la moglie, uguale, anche se si consolava pregando. Ci che Josetxo gli aveva raccontato quel pomeriggio in macelleria lo avrebbe confermato Joxe Mari a Joxian alcuni anni dopo, in un colloquio nel carcere di Picassent. Be', niente, che la polizia francese aveva catturato Santi Potros in una casa di Anglet, nascosto sotto il letto. Gli avevano trovato una valigia e nella valigia c'erano pi di quindici chili di documenti, tra i quali una lista con centinaia di nomi e dati di militanti attivi. Bel capetto dei miei coglioni! Merda, hanno preso Santi. L'avevano detto, fuga di notizie di fughe di notizie, ai notiziari di Cadena SER dopo poche ore. Perci, ovviamente, c'era stato un fuggifuggi generale e poi arresti in abbondanza. Jokin era entrato in paranoia. Josetxo lo esprimeva a modo suo:
"Credeva che sarebbero venuti ad arrestarlo, era da solo in un appartamento sicuro, s' fatto prendere dal panico. I compagni del talde l'hanno perso di vista ed  ricomparso dopo un po'. Si era ammazzato".
E Joxe Mari, nel parlatorio del carcere, sussurrando in euskera, conferm quella storia.
"A me hanno detto che da un po' era strano. Pensava che gli avevano nascosto dei microfoni perfino nella doccia. Mi hanno raccontato che guardava nell'interno dei vestiti. Non si fidava di nessuno. Ora, che sarebbe finito com' finito, questo nessuno di noi se l'immaginava.  stato un colpo, aita. A me quella faccenda mi ha lasciato a pezzi. E se vuoi che ti dica la verit, dopo quello ho perso un po' di entusiasmo per la lotta."

*****

48

Turno pomeridiano

Tutto il santo giorno a piovere e gli toccava lavorare di pomeriggio. Sul punto di uscire per andare in fonderia, si affacci alla finestra. Cielo coperto, la strada bagnata, poco traffico e un'unica nuvola che occupava tutto il cielo, cos bassa che a tratti s'impigliava nel parafulmini della chiesa.
Joxian non aveva mai avuto la macchina, e nemmeno la patente. Al lavoro ci andava a piedi o in bici. Non la bici buona, ovvio. Nei giorni feriali ne usava una vecchia che non c'era bisogno di asciugare con cura, con una cesta dietro e il parafango. Miren lo avvert che avrebbe fatto tardi. Macch tardi se mancava ancora mezz'ora. Le disse che era un'ansiosa. Bacio di saluto? Non ne avevano l'abitudine. Nell'ingresso si ferm davanti all'armadio a muro. Dilemma: impermeabile tipo poncho o ombrello. Il primo significava bici; il secondo, venti minuti di cammino in discesa fino alla fonderia. Scelse l'ombrello.
E part, poca gente in strada, timbr e come ogni giorno si mise la tuta, gli scarponi, i guanti, il casco, ed entr nel calore del capannone buio. Pur senza essere al corrente dei segreti degli affari, lo notava. Prima si produceva di pi, c'erano pi ordini, l'organico era pi numeroso. Gli rimanevano pochi anni prima della pensione. La sua lunga esperienza come operatore alla fornace lo rendeva un po' meno che insostituibile, o almeno cos credeva. Un futuro peggiore aspettava i giovani se, come si diceva, i proprietari avessero chiuso l'azienda. Lui, in fin dei conti, aveva i figli gi adulti e la pensione assicurata.
A met pomeriggio un camionista port la notizia. Pi esattamente un brandello di notizia che aveva appena ascoltato alla radio mentre guidava. Fatto, ora, luogo. Dettagli? Pochi e vaghi. L'unica cosa sicura: che verso le quattro avevano sparato a una persona in una via centrale del paese. Non era chiaro se la vittima era morta.
A Joxian lo raccontarono quando era uscito a fumare. Domand:
"Un poliziotto?"
"Neanche la pi pallida idea."
"Be', lo verremo a sapere."
Terminata la giornata di lavoro, Joxian torn a casa. Ogni giorno mi stanco di pi. Gli anni, che non passano invano. Diceva/pensava frasi comuni per le strade deserte. I turni di mattina gli risultavano meno faticosi. Uno esce dal lavoro con il piacere delle ore libere che ha davanti, con l'incentivo del mus, degli amici, di qualche partita di pelota prima di andare a letto. Adesso, invece, non aveva altra scelta che cenare senza voglia con il pesce quotidiano, perch questa donna ha la mania del pesce; infilarsi nel fodero come se gli avessero dato una batosta di mazzate e il giorno dopo passare la mattina sveglio.
Era buio, continuava a piovere e lui non riusciva a fissare lo sguardo su nulla che non gli sembrasse ripetuto, ordinario, familiare: le facciate di sempre con le finestre e le luci accese, gli alberi della piazza appena illuminati da qualche lampione, quel rumore sibilante delle gomme sull'asfalto bagnato. Niente polizia, n sirene, n luci blu. Non vide, lungo il percorso verso casa, nessun segno dell'attentato delle quattro del pomeriggio. Qui le case non bruciano n sono in rovina. Vide le solite cose: portoni bui, lampioni, porte di bar da cui uscivano mormorii di conversazioni e qualche risata. Tentazione di entrare, di bersi due cicchetti e mangiucchiare un paio di sottaceti mentre fumava una sigaretta, una specie di premio alla giornata compiuta, per macch: a quell'ora, con quella stanchezza e poi la moglie con il muso lungo, meglio di no.
Miren non gli diede nemmeno il tempo di portare l'ombrello nella vasca da bagno. Glielo disse a bruciapelo:
" morto il Txato".
Era da molto che non si pronunciava il soprannome dell'amico di altri tempi in quella casa.
"Non dire stronzate."
Joxian rimase per un istante immobile. Come un palo della luce. Non sbatteva nemmeno le palpebre. E senza voltare lo sguardo verso la moglie, chiese com'era successo.
"Be', come succedono queste cose. Di sorpresa non l'hanno potuto prendere. Glielo stavano gi annunciando con le scritte."
"Era lui quello che hanno ammazzato oggi pomeriggio? Non  possibile."
"Invece s. Chiuso con il Txato. La guerra  cos, fa dei morti."
Porca puttana, Cristo di un dio. Non la smetteva di dire parolacce scuotendo la testa, negando disgustato. Cerc di cenare. Non ci riusc. Gli tremava tanto la mano che non era in grado di reggere il cucchiaio e questo infastid Miren.
"Ehi, non mi diventerai mica triste?"
Porca puttana eccetera. E anche:
"Un basco, uno del paese come te e me. Cazzo, se sarebbe un poliziotto, ma il Txato! Per me non  una cattiva persona".
"Non si tratta di buone o cattive persone.  in gioco la vita di un popolo. Siamo abertzale o cosa siamo? E non ti dimenticare che hai un figlio nella lotta."
Si alz da tavola, furiosa. Lav i piatti della cena in silenzio e Joxian non si mosse dal suo posto, nemmeno quando dopo un po' lei venne in cucina a dirgli che alla televisione stavano parlando di quello che era successo. Che se voleva guardare e lui rispose di no con la testa.
"Be', io vado a letto."
Joxian non si mosse dalla cucina. Si vers un bicchiere di vino dalla damigiana che teneva sotto l'acquaio e poi un altro e un altro. Bevendo e fumando si fece mezzanotte, l'una, le due. Quando fin il vino, and a letto. Miren, con la luce spenta, la voce ferma, gli disse che:
"Se piangi per quello l, me ne vado a dormire in un'altra stanza".
"Io piango per chi cazzo mi pare."
Passarono gli ultimi rimasugli neri della notte. Joxian, a letto vestito, dorm? Neanche mezzo minuto. Non appena le fessure della persiana si riempirono di chiarore, si alz. Dove andava?
Non ci fu risposta. Dal bagno, un lungo fiotto di urina infranse il silenzio della casa. E invece di tornare a letto, Joxian usc senza fare colazione. A quell'ora, avendo il turno pomeridiano? Part con la bicicletta, senza l'impermeabile, anche se pioveva, per questa strada, per quell'altra. Non gli importava dove andava, non gli importava niente. E a met della salita di Orio, sul piccolo valico dove ai vecchi tempi faceva qualche garetta con il Txato, che quest'ultimo perdeva sempre perch, per quanto cuore ci mettesse nella pedalata, aveva meno gambe da ciclista di lui, si ferm a sfogarsi senza testimoni sul ciglio della strada, porca puttana.
Poco prima dell'una, arriv a casa fradicio. Si lav e mise dei vestiti puliti. E sulla tavola rimasero le lenticchie e il filetto con l'aglio fritto. Si port una banana alla fonderia e decise, con le sopracciglia corrucciate, di non parlare con nessuno per tutto il giorno. Mantenne il proposito fino a pomeriggio inoltrato. Allora gli si avvicin Herminio nella pausa per la sigaretta, quell'imbecille di Herminio, che prende e gli dice:
"Giurerei di aver visto Joxe Mari in paese ieri".
"Tu giuri troppo."
"No, sul serio, mentre venivo al lavoro. Era in una macchina."
"Comprati degli occhiali e smettila di rompermi le palle. Mio figlio  lontano. Non lontano quanto il tuo, ma diciamo abbastanza lontano."
" che cos, dal profilo, mi  sembrato..."
"Ti sei confuso."
Joxian gett la sigaretta a terra, anche se non ne aveva fumato nemmeno la met. Mentre la schiacciava mormor una parola incomprensibile. Poi torn nel capannone.

*****

49

Mettici la faccia
 
Il giorno prima, come tutti gli anni a met autunno, aveva venduto i conigli a Juani. Diciassette in totale, bellissimi. Glieli dava a prezzo di favore e si sentiva pure in imbarazzo a farseli pagare. Il motivo? Be', perch molte volte Miren entrava in macelleria; chiedeva a Juani, diciamo, due fettine di vitello e lei, di sua iniziativa, gliene metteva due in pi oppure le infilava nel sacchetto, senza dirle niente, due giri di chistorra, un pezzo di mordila, quello che capitava.
Vuote le gabbie, Joxian le stava mettendo in ordine con l'idea di riempirle di cuccioli. Allevare conigli era una delle sue pi grandi passioni ed erano le dieci del mattino. Sole, tranquillit, cinguettii e, a tratti, il ciac-ciac di qualche macchina dell'officina degli Arrizabalaga, dall'altra parte del fiume. Aveva sostituito una rete ossidata e stava tirando fuori le gabbie dal casotto per fargli prendere aria quando la vide, ferma con la sua borsa e la sua faccia malinconica all'entrata dell'orto.
La guard il tempo di una scintilla. Sorpreso? Non del tutto. Joxian si aspettava di incrociarla prima o poi per strada, adesso che se ne va tanto in giro per il paese. Quello che non aveva previsto era che venisse a trovarlo. Magari Miren ha ragione: la pazza approfitta del fatto che  finita la lotta armata per tormentarci.
Le diede le spalle e continu a occuparsi delle gabbie. Prima o poi se ne andr. Sentiva sulla nuca il suo sguardo freddo, puro veleno. E non provava pi alcuna serenit nel suo piccolo paradiso dell'orto. Perfino gli uccelli avevano smesso di cinguettare. E la macchina degli Arrizabalaga era ammutolita. Joxian spost le gabbie, pi che altro per fingersi occupato, infuriandosi con s stesso perch non trovava il modo di mettere fine a quella situazione.
Dopo tanti anni, quanti?, almeno venti, lei gli rivolse la parola.
"Joxian, sono venuta per parlare."
"Allora parla."
Questo  stato brutto, Joxian,  stato scortese e, come se ne rese conto, un repentino calore di vergogna gli si sparse fino all'ultimo angolo della faccia. Dio, e prima era cos tranquillo! Non gli rimase altra scelta che voltare la testa. Lei:
"Non mi inviti a entrare?"
"Entra."
Bittori avanz lungo il sentiero leggermente in discesa, tra i filari di porri da un lato e quelli di scarole e lattughe dall'altro. Guardava tutto con aria impassibile. Si ricordava, riconosceva? Si ferm a due passi da Joxian; elogi l'orto. Com'e bello, com' ordinato. Indicando poi verso il terrazzamento, chiese se era l la terra della Navarra che gli aveva regalato suo marito. E Joxian, a testa bassa, annu.
Si guardarono, ostili? No. Piuttosto con curiosit, scrutandosi come se avessero difficolt a riconoscersi. Joxian, intimidito, sulla difensiva:
"Cosa sei venuta a fare?"
"A parlare."
"A parlare di cosa? Io non ho niente da dire."
"Ieri sono stata a Polloe. Ci vado spesso, sai? Mi siedo sul bordo della tomba e parlo con lui. Mi ha detto di salutarti."
Cosa vuole? Provocarmi? Non rispose. Le mani sporche per il lavoro nell'orto; il basco impolverato, che si tolse per asciugarsi il sudore dalla testa con un fazzoletto; gli scarponi di quando lavorava in fonderia. Joxian era invecchiato. Era canuto ai lati della testa e, sul cocuzzolo, calvo. Anche a Bittori gli anni si notavano.
"Non sono venuta per litigare. A me, tu non hai fatto niente e io non credo di averti fatto niente di male. Oppure s? Magari mi sbaglio. In quel caso non avrei problemi a chiederti scusa."
"A me non devi chiedere niente. Quello che  successo  successo. N tu n io possiamo cambiarlo."
"Cosa  successo? Io ne conosco soltanto una parte. Ho pensato: magari Joxian mi pu completare la storia. Questa speranza mi ha portato qui nel tuo orto. Voglio soltanto sapere e poi me ne andr. Te lo prometto."
"Cio, vieni tutti i giorni in paese per farti raccontare dalla gente cose del passato."
"Il paese  tanto mio quanto tuo."
"Questo non lo nego."
"Per si vede che mi consideri una di fuori, una che viene. Ti sbagli. Abito di nuovo nella mia casa di sempre. La conosci. Ci venivi a trovare spesso."
"Non m'importa dove abiti."
Per la prima volta da quando era arrivata, sulle labbra di Bittori si disegn un leggero arco di sorriso. Le sopracciglia le si fecero meno tristi. E sulla punta di una delle sue scarpe c'era un po' di fango. Lei era sempre l, lui qui, separati da un breve tratto di sentiero. E in maniera evidente Bittori si assicur che non stava calpestando la lattuga.
"Eri il migliore amico di mio marito. Vi vedo ancora in sella alla bici, allo sferisterio o mentre giocavate a carte al bar. E mi ricordo di Miren, che mi diceva: Bittori, mio marito  sposato con il tuo. Neanche con un'ascia riusciamo a separarli."
"Diceva cos?"
"Domandaglielo e vedrai."
Joxian, attenzione. Questa donna ti vuole prendere nella rete. Perch le hai permesso di entrare nell'orto? Si vide, non riusc a evitarlo, pi giovane, mentre lasciava indietro il Txato sul valico di Orio; si vide scommettere con lui duecento pesetas allo sferisterio del paese; nella cucina del circolo gastronomico, mentre riscaldavano la cena: al Pagoeta, mentre litigavano, ma sarai scemo, perch aveva puntato forte con quello schifo di carte.
Inchiod gli occhi non pi duri, teneri di nostalgia, in quelli indifferenti di lei.
"Sono sempre stato suo amico."
"Per hai smesso di salutarlo e di venire a casa nostra."
"Cosa c'entra?"
"Non sei venuto nemmeno ai funerali. Ai funerali del tuo amico assassinato."
"Cosa mi stai rinfacciando? Anche se non gli parlavo, era mio amico. E non gli parlavo perch non si poteva. Avete fatto male. Avreste dovuto andarvene dal paese. Un anno, due, quelli che erano. Adesso lui sarebbe vivo, potreste tornare. E poi, stando fuori, molti di noi vi avrebbero perfino dato una mano."
"Gli altri non so, ma tu sei ancora in tempo ad aiutarmi."
"Be', non so come. Non si pu far tornare indietro il tempo."
"Hai ragione. Il Txato non lo resusciteremo.  a me che potresti fare un favore.  facilissimo. Basta soltanto domandare a tuo figlio una cosa da parte mia."
"Non smuovere quelle acque, Bittori. Anche noi abbiamo sofferto e soffriamo. Fa' la tua vita, lasciaci fare la nostra. Ognuno a casa sua. Adesso c' la pace. La cosa migliore  dimenticare."
"Se soffri, come fai a dimenticare?"
"Non credo che a Miren faccia piacere tutto quello che mi stai dicendo."
"Non c' bisogno che lo sappia."
Joxian, dopo una breve esitazione, si affrett a entrare nel casotto, dando a intendere con il suo ostinato silenzio che riteneva chiusa la conversazione. Bittori, fuori dalla sua vista:
"Non sei curioso di sapere quello che vorrei domandare a Joxe Mari?" Attese invano una risposta. Prosegu: "Qualcuno l'ha visto in paese il pomeriggio che hanno ucciso il Txato".
Dall'interno del casotto:
"Chiacchiere".
"Esci da l. Mettici la faccia."
Usc. Gli tremava leggermente il labbro inferiore. Quel luccichio negli occhi, sono lacrime?
"Al processo questo non l'hanno dimostrato."
"Domandaglielo da parte mia, Joxian. La prossima volta che vai a trovarlo domandagli se  stato lui a sparare. Ho bisogno di saperlo in fretta perch non vivr ancora a lungo. Non ho rancori, credimi. Non lo denuncer. L'unica cosa che non voglio  che mi seppelliscano senza conoscere tutti i particolari sull'attentato. E digli che se mi chiede perdono glielo conceder, ma prima deve chiedermelo."
"Bittori, fammi il favore. Non smuovere quelle acque." Preghiera inutile, gi le aveva smosse. Bittori si guard attorno. Il terrazzamento, il muro di cemento armato, l'albero di fico.
Con il basco in mano, Joxian la vide andar via lungo il sentiero in leggera salita.

*****

50

La gamba dello sbirro

Senza aspettare di dargli il bacio di benvenuto, glielo chiese. Se aveva visto il telegiornale. Gorka, contrariato, languido, annu. E disse che aveva provato vergogna, tanta vergogna.
"Non mi sorprende. A chi  che piace avere un assassino in famiglia?"
A Gorka si accese un balenio di supplica negli occhi, come a dire: le tue parole sono molto forti, per favore non parlare cos. I delitti imputati al commando facevano rizzare i capelli.
Arantxa gli diede una pacca di approvazione sulle spalle alte e curve, per non aver seguito la stessa strada di nostro fratello. E aggiunse, scimmiottando la voce dell'annunciatrice: il pericoloso terrorista. Erano tre, i militanti ricercati. Le loro foto sullo schermo. Quella di Joxe Mari, capelli lunghi, orecchino, giovent, apparve al centro.
Be',  diventato famoso. Ad Arantxa, l'avevano chiamata dal paese. Chi? Un'amica dei vecchi tempi. Per farle le congratulazioni.
"Mi  venuta voglia di mandarla affanculo. Non ho osato. Cosa ci guadagno? Inimicizia, critiche e che mi facciano il vuoto intorno."
La sua predizione infausta sul futuro di Joxe Mari adesso che  ricercato: o gli scoppia fra le mani una bomba mentre la trasporta o la maneggia, e abbiamo un funerale con una bara avvolta nell'ikurrina, danza tradizionale e il resto del programma folcloristico, oppure una volta o l'altra lo beccano le forze di sicurezza. Quest'ultima cosa sarebbe la migliore per tutti: per le sue vittime potenziali, che avrebbero salva la pelle; per i suoi parenti, perch sapremmo che dove lo rinchiuderanno non far del male n correr pericoli, e per lui stesso, perch cos conoscer la solitudine che aiuta gli uomini a diventare sereni e riflessivi.
Gorka, lineamenti malinconici, afflitti, annu di nuovo. Aveva avuto la cortesia di andare a trovare la sorella perch era il suo compleanno e perch i genitori, al telefono, gli avevano detto che era incinta. Regali? Due. Un librettino per bambini, in euskera, Piraten itsasontzi urdina, la sua prima opera pubblicata, che carino, davvero, molto carino, e dei fiori.
I due fratelli si erano messi d'accordo di non parlare pi di Joxe Mari. Basta. Non c'erano altre questioni importanti nelle loro vite? Arantxa usc dalla stanza in cerca di un vaso da fiori. Sposata con Guillermo, viveva a Renteria, in un appartamento del quartiere di Capuchinos. E la foto di Joxe Mari, che, certo, adesso era un eroe per i ragazzi del paese, era troppo presente nei loro rispettivi pensieri per dimenticarsene. Perci non riuscirono a evitarlo; sistemati i fiori in un vaso di vetro, trattati alla leggera alcuni argomenti di circostanza, tornarono a parlare del fratello.
Arantxa:
"Io ho chiamato subito gli aitas".
"Che ti hanno detto?" 
"L'ama  molto combattiva. Non capisce un'acca di politica, non ha mai letto un libro in vita sua, ma ripete slogan a raffica. Mi sa che se ne va in giro per il paese a imparare a memoria quello che c' scritto sui manifesti. Soprattutto difende il figlio. Non so" appoggi le mani sul ventre "cosa farei io al suo posto.   L'aita, come sempre, sta zitto. Quello s, approfitta del fatto che Joxe Mari non circola pi in casa per comprare El Diario Vasco."
"Mi ricordo la scenata che gli ha fatto nostro fratello dicendo che comprava un giornale 'spagnolista'. Con tutto che all'aita, del giornale, interessa soltanto lo sport.""E i necrologi."
"Be', s, e il cruciverba."
"E anche se gli interessasse la politica, fatti suoi. Perch non pu leggere quello che gli va?"
"E invece era passato a Egin spinto da Joxe Mari. Poi scendeva al Pagoeta a leggere il suo Diario Vasco di tutta una vita."
"E cosa mi dici dell'ama, che ogni volta che viene a trovarmi si porta via Hola e tutte le riviste rosa che io ho gi letto? Siamo una famiglia di pazzi, non dirlo a me. Nel '75, tu eri molto piccolo, non te ne ricorderai, ha pianto la morte di Franco. Sul serio, a casa, davanti al televisore in bianco e nero, ha versato lacrime da spagnola sconsolata; ma  meglio che non glielo ricordi. L'ultima volta che  venuta a trovarmi mi ha chiesto se avevamo pensato a un nome per il bambino. Prima di risponderle, mi sono accorta che gi aggrottava la fronte. Cos, per scherzo, gli ho detto che si sarebbe chiamato Juan Carlos, come il re. Per poco non sviene."
I due fratelli prendevano caff e pasticcini. Buona chimica fraterna. Arantxa e Gorka si erano sempre capiti. Da piccoli, dopo, adesso. Dalla finestra, quartiere dormitorio, si vedeva la facciata di un caseggiato. Vestiti messi ad asciugare sugli stenditoi. Una bombola di gas su uno dei balconi di fronte. Un uomo in maglietta, che fumava con i gomiti appoggiati al parapetto. Guillermo raccontava che tempo prima da qui si poteva vedere una parte del monte Jaizquibel, ma avevano costruito quella casa cos brutta e addio panorama.
Arantxa domand al fratello se, quando divideva la stanza con Joxe Mari, lui:
"Non cercava di convincerti ad andare anche tu a fare gli scontri nelle manifestazioni?"
"Sempre. Mi ha salvato il fatto che ero ancora un bambino. Mi diceva che entro tre o quattro anni contava su di me in prima linea. Poi si contraddiceva. Una volta ci siamo incrociati durante degli scontri con la polizia e si  incazzato. Mi ha urlato: vattene l dietro, non vedi che qui ti puoi beccare una manganellata?"
"E tu perch eri andato a fare gli scontri?"
"Cazzo, perch ci andavano tutti."
E la stessa cosa, secondo lui, valeva per Joxe Mari, almeno all'inizio. Un gioco tra amici, uno sport. Vai, ti metti a rischio, di tanto in tanto ti mollano una manganellata e vai con la vita.
Poi, nella taberna, bevi, mangi e ne parli con la comitiva, e uno nota con una specie di piacevole solletico che ha contratto la febbre che scalda tutti e li unisce al calore di una causa. La sera, steso a letto, Joxe Mari se ne vantava. Diceva che aveva colpito con un sasso un beltza sul casco e aveva fatto ciac. Che aveva dato fuoco a un bancomat, il quinto dall'inizio del mese. Si voltava verso il fratello per bere l'ammirazione nei suoi occhi da adolescente. Con identico orgoglio parlava delle sue vittorie con la squadra di pallamano. L'aveva detto: uno sport, un divertimento, finch all'improvviso non era comparso l'abisso.
A Gorka, adesso che ci pensa, sembra che Joxe Mari fosse entrato nel territorio dell'odio duro e puro di un fanatismo aggressivo quando avevano trovato nel fiume Bidasoa il cadavere ammanettato di quell'autista di autobus di Donostia.
"Zabalza?"
"S, lui."
Gorka ricordava che il fratello era arrivato a casa molto esaltato. Non aveva il minimo dubbio, e nemmeno i suoi amici, che l'autista fosse morto nella caserma di Intxaurrondo mentre lo torturavano. L'avevano ammazzato, gli era morto fra le mani, quello che era, e poi avevano inscenato una fuga a cui non avrebbe creduto neanche un lattante. Gorka, impressionato, vedeva il fratello andare e venire da un capo all'altro della stanza. E ribolliva in Joxe Mari, porca puttana, una rabbia nuova, pi intensa e violenta del solito, e aveva percepito nelle sue parole e nelle sue parolacce un desiderio furioso di distruggere, di vendicarsi, di fare del male, molto male. A chi?  uguale, fare del male comunque e dovunque.
"In quel periodo mi ha insegnato a preparare le molotov. Un sabato ho dovuto accompagnarlo alla cava. Basta con quei libri. Ho preparato una mezza dozzina di bottiglie incendiarie seguendo le sue istruzioni e le abbiamo lanciate, pim pam, contro un masso."
Tempo dopo, aveva centrato un cipayo, uno sbirro, con una molotov sul Bulevar di Donostia. Faceva lo stesso se erano sbirri o guardie civili. E a quello aveva preso fuoco una gamba. Da abbrustolirsi. Per fortuna i suoi colleghi erano stati svelti ed erano riusciti a evitare una tragedia.
"Joxe Mari non vedeva dentro l'uniforme la persona che si guadagna uno stipendio, che magari ha moglie e figli. Io non mi azzardavo a dirglielo; ma a me, te lo giuro, il fatto che negasse l'umanit di una persona perch portava la divisa mi sembrava terribile. Alla fine, il giorno dopo si  incazzato perch i giornali non riportavano la storia della gamba dello sbirro."
I suoi amici della banda gli avevano offerto una cena. Avevano concordato quel premio per chi dava fuoco a un poliziotto.

*****

52
Nella cava

Come nei film. Sul serio. Gorka usc di casa a met mattinata per andare in biblioteca. Un sabato. Era tutto cos tranquillo. Cielo azzurro, poche nuvole, buona temperatura. La vide, grande, grossa, sul marciapiede di fronte: Josune, che, invece di rispondere al suo saluto, iepa,  si port un dito alle labbra chiedendogli silenzio. Labbra che o sono molto sottili o le ha all'interno della bocca.
Lei camminava un passo dietro di lui.
"Non ti voltare. Vai avanti, vai avanti."
E lui non si volt e continu a camminare. Girando l'angolo, sempre a bassa voce, lei gli chiese/ordin di aspettarla in chiesa. Si separarono.
Gorka si sedette su un banco nell'ultima fila. La chiesa, vuota. Non c'era altra illuminazione se non quella delle vetrate l in cima alla parete. Se arriva il parroco, che gli dico? Che mi  venuto un attacco di devozione? Josune lo fece aspettare pi di venti minuti. Lui, preoccupato, subodorava che fosse successo qualcosa di grave. Sfogliava i libri gi letti che doveva restituire in biblioteca. Guardava l'orologio, guardava il retablo, le statue, le colonne; guardava di nuovo i libri. Finalmente not, da un lieve cigolio di cardini e dal chiarore improvviso che entr alle sue spalle, che la ragazza aveva aperto la porta. A cenni, Josune lo invit a raggiungerla sotto le scale che salgono verso il coro.
"Se entra qualcuno, anche una persona conosciuta, ognuno se ne va per conto suo. Ti avviso, magari mi stanno seguendo."
"Chi ti segue?"
"E chi dev'essere? La txakurrada. Non ne sono sicura, eh?
Ma va' a sapere se mi usano per prendere qualcun altro. Ti cerca Joxe Mari."
Bisbigliavano nel buio. Gorka, sconcertato, teneva il corpo inclinato in avanti per non sbattere la testa contro la parte inferiore delle scale. Josune non distoglieva gli occhi dal corridoio centrale e dai banchi nel caso arrivasse qualcuno all'improvviso.
"Tuo fratello e Jokin ti aspettano alla cava. Poi ti spiegheranno. Io non voglio casini. Ho gi fatto abbastanza portandoti il messaggio."
"S, ma correr qualche pericolo?"
"Tu bada che non ti segua nessuno. Poi quei due ti diranno quello che ti devono dire."
Si misero d'accordo che sarebbe uscita prima lei. Gorka, promettimelo, avrebbe aspettato dentro altri venti minuti. Meglio di pi che di meno.
"Ricordati di chiedere a tuo fratello se non ha niente da dirmi."
Lui decise di andare prima di tutto in biblioteca. Come mai? Be', perch i libri gli avrebbero dato fastidio e per non destare sospetti. Poteva darsi che, avendolo visto con Josune, adesso sorvegliassero anche lui.
Josune:
"Sanno che quelli che scappano magari cercano di parlare con i famigliari o con gli amici per chiedere aiuto, soldi o quello che . Perci, kontuz. Io ti ho gi detto tutto quello che dovevo dirti".
E se ne and, corpulenta, con la bocca senza labbra. Cosa ci vedr mio fratello in questa ragazza? Non me lo spiego. Lo aveva contagiato con la sua paura. Paura di cosa, di chi? Non ne aveva la minima idea. In ogni caso, rimase mezz'ora dentro la chiesa. Cerc di leggere, ma niente.
Usc sulla piazza. Si ferm a guardare. A sinistra, a destra, in fondo, alle finestre. Il camion del gas, facce conosciute, piccioni in cerca di rimasugli commestibili. Provava una viva inquietudine. Mannaggia a me. Ero cos tranquillo. Pass davanti alla macelleria di Josetxo. Lo sapr che suo figlio e mio fratello sono nei guai? E dalla biblioteca, senza i libri che pensava di chiedere, usc da una porta laterale che dava su un vicolo. Rivolse lo sguardo da una parte e dall'altra. Nessuno. E da qui a luned, cosa leggo?
Sal alla cava facendo un lungo giro. In basso, sui tetti del paese, le campane batterono mezzogiorno. Odore di campagna. Vacche sparse, tranquille. Gorka voltava in continuazione la testa. Nessuno. Uno stratagemma: usc dalla strada per attraversare un appezzamento di campagna senza alberi, ancora umida di rugiada mattutina. Alle sue spalle si allungava un'ampia distesa di prato dove i suoi inseguitori, se c'erano, non avevano la minima possibilit di nascondersi.
Trov il fratello e quell'altro in una casa in rovina. Non appena lo videro, uno dei due lanci un fischio potente. Tutte quelle precauzioni e poi? Gli domandarono se l'avevano seguito. Lui pensava di no.
"Cosa ci fate qui?"
"Niente, i txakurras. Ieri hanno beccato Koldo e all'ora di cena sono venuti a cercarci. L'abbiamo scampata per puro culo."
Erano scappati con quello che avevano addosso. Avevano trascorso la notte raggomitolati in un angolo di quella specie di deposito o magazzino senza porte n finestre, che per di pi aveva una parte del tetto sfondata. Jokin: meno male che non era inverno. Nelle loro teste c'era posto soltanto per un'idea: passare al pi presto in Francia. Ma in queste condizioni, impossibile: Jokin aveva ai piedi delle pantofole. Joxe Mari, in maniche di camicia, si lamentava per il sonno e per la fame. Jokin non aveva pi sigarette.
"Tu non fumi, vero?"
Joxe Mari anticip la risposta del fratello:
"Questo qui, l'unica cosa che fa  leggere libri".
I due amici avevano una modica quantit di denaro. Modica, s, ma quanto? Pochissimo, per la verit. Qualche moneta nelle tasche, e Joxe Mari ne aveva gi spesa qualcuna per chiamare Josune da una cabina telefonica.
Un errore delle guardie civili consent loro di darsi alla fuga.
"Quegli imbecilli hanno sbagliato appartamento."
Avevano sbagliato? Fino a un certo punto. Antefatto: giorni prima, i giovani inquilini si erano accorti che si era rotta una tubatura al secondo piano. Loro due e Koldo abitavano al primo. Enorme macchia di umidit e cerchi neri (muffa?) sul soffitto. Il guasto non pareva recente. Fino a quel momento nessuno lo aveva scoperto. Non restava altra scelta che fare dei lavori. Il proprietario aveva proposto di sistemarli al pianterreno finch si risolveva la faccenda. Nel frattempo, per risarcirli del disturbo, sarebbero stati dispensati dal pagamento dell'affitto. Soldi risparmiati. Avevano accettato.
Insomma, le guardie civili avevano buttato gi la porta del primo piano, seguendo le informazioni che avevano strappato a Koldo. E questa  un'altra storia. A Koldo, come seppero mesi dopo, avevano fatto la vasca da bagno e l'avevano riempito di botte fino a farlo svenire. Nel pomeriggio lo avevano fermato per strada e l'avevano portato alla caserma di Intxaurrondo. Nessuna coincidenza: li stavano cercando, ma ne avevano preso soltanto uno. Koldo aveva parlato perch, ovvio, in quei casi come fai a non parlare? Per si era tenuto per s (o era svenuto prima di poterlo rivelare?) quel particolare del trasloco provvisorio.
Quando erano arrivati a casa, verso le nove di sera, i suoi compagni si erano stupiti di non trovarlo. Dove si sar cacciato quello stronzo? Doveva preparare la cena. Non c'era neanche il pane. In quell'istante, tumulto di rapidi scarponi. Dove? Fuori, sulle scale. Hai sentito? Jokin si era affacciato di nascosto dalla finestrella del bagno. Aveva visto i mezzi della Guardia Civil.
"Sono venuti a prenderci."
Erano saltati gi dalla finestra della cucina nel cortile sul retro. Joxe Mari non aveva nemmeno avuto il tempo di spegnere il televisore. Agili, si erano acquattati nella notte ed erano corsi verso la campagna. La luna illuminava il cammino. Erano arrivati ansimanti, avevano dormito uno schifo, se si poteva chiamarlo dormire. Senza letto, senza coperte, senza la consolazione delle sigarette. Una porcheria, per, ssst, silenzio. La lotta  cos.
"Fratello, adesso  il momento di non deluderci."
"Cosa devo fare?"
"Prima di tutto, va' alla Arrano e parla con Patxi. Se non c', non parlare con nessuno. Hai capito? Con nessuno. Ti deve dare istruzioni per noi su come arrivare a Iparralde, qualche panino e da bere. Ma sta' attento. Non portare il cibo su un vassoio sopra la testa perch in paese ci saranno degli txakurras in borghese. Immagino che Patxi ti dar un po' di soldi per noi. Nascondi tutto per bene e ce lo porti."
Gorka annuiva.
"Che non ti venga in mente di andare a casa e di dirlo agli aitas. Gli scrivo io appena posso."
"Non andare nemmeno alla macelleria. E se per strada incontri qualcuno della mia famiglia, tu zitto, d'accordo?"
Gorka diceva di s a tutto. Il fratello:
"Adesso viene la parte pi delicata. Dietro casa ci sono le nostre biciclette, accanto al muro sotto una tettoia. Apri il catenaccio" gli diedero le due chiavi, "e porti qui una bici e quello che ti ha dato Patxi per noi. Quella di Koldo capisci qual  perch non hai la chiave del catenaccio. Mentre mangiamo vai a prendere l'altra bici. Vorremmo partire al pi tardi alle quattro. Se  prima, meglio. Tutto dipende da te".
Gorka scese in paese, esegu le istruzioni ricevute, torn in sella a una bicicletta, con una busta che gli aveva dato Patxi alla Arrano, ma senza panini n da bere. Nella busta c'erano dei soldi da consegnare a Jokin e Joxe Mari per il sostentamento.
Quando Gorka arriv alla casa della cava, i due erano impegnati in una discussione.
"Vi si sente urlare da lontano."
Jokin insisteva che il ragazzo doveva andare nell'appartamento a prendergli un paio di scarpe. Perch lui non voleva andare in Francia in pantofole. E poi perch uno che pedala cos attira molto l'attenzione. Joxe Mari cedette. Al fratello:
"Ecco la chiave. Se vedi che non c' nessuno in giro, entri. Se entri, porti a lui le scarpe e a me un giubbotto che  appeso dietro la porta".
"E delle sigarette."
"Ma soltanto se vedi che non c' pericolo. Non voglio che ti prendano per colpa nostra."
Gorka torn dopo un po' con la seconda bicicletta. Raccont che non era entrato in casa perch aveva visto gente strana accanto al portone. Bugia sfacciata. Quello che non voleva era esporsi pi del dovuto.
Joxe Mari:
"Vabbe', non importa".
E Jokin:
"Che numero di scarpe porti?"
E scambiarono le scarpe con le pantofole con l'argomento che:
"Alla fin fine, devi andare soltanto da qui a casa tua".
Lo salutarono con abbracci/pacche sulle spalle. E Joxe Mari gli stamp un bacio sonoro, fraterno, sulla guancia.
"Sei un tipo cazzuto, lo sei sempre stato, porca puttana."
Stavano per separarsi quando Gorka si ricord del messaggio di Josune.
"Se hai qualcosa da dirle."
In quel momento Joxe Mari stava dando le prime pedalate.
"Dille che faccia la sua vita."
E i due amici partirono e Gorka, sedici anni allora, li guard allontanarsi sulle loro biciclette verso la strada, Joxe Mari con la giacca di lana che gli aveva chiesto in prestito, l'altro con le sue scarpe. Gorka fu assalito all'improvviso da una sensazione come di malaugurio.

***** 

52

Grande sogno

"Perch non me l'hai raccontato allora? Pensavo fossimo in confidenza."
"Avevo sedici anni. Ero molto spaventato. Pensa che quando qualche giorno dopo hanno perquisito la casa degli aitas, ero convinto che venissero a prendere me, non Joxe Mari, che in fin dei conti aveva gi tagliato la corda. Le notti che non ci ho dormito!"
"Non l'hai raccontato neppure agli aitas?"
"A nessuno."
Arantxa, severa/comprensiva, lo rimprover. Se non si rendeva conto che quando era andato a prendere le biciclette era diventato complice di due terroristi in erba. Riteneva indegno (e mentre lo diceva si tendevano i tratti del viso, le labbra strette, gli occhi da tigre) che Joxe Mari lo avesse utilizzato come contatto con l'Arrano Taberna sapendo bene quanto lo comprometteva. Per quanto adolescente fosse, se lo beccavano le guardie civili:
"Ti avrebbero conciato per le feste".
Addolcisce lo sguardo. Ingenuo, pi che ingenuo. Per, insomma, era passato un sacco di tempo. E gli offr, allegra, un'altra tazza di caff.
"Quei due scendevano in bicicletta verso la strada e mi sono chiesto: perch sono cos contenti? E ho avuto la sensazione che non li avrei rivisti per molto tempo."
"Jokin puoi andarlo a trovare al cimitero. E nostro fratello l'abbiamo visto oggi grazie alla foto del telegiornale. O tu l'hai incontrato in questi ultimi anni?"
"Io? Non ho la minima idea di dove sia finito."
Gorka riconosce che finch aveva vissuto in paese gli risultava molto difficile tenersi a distanza dall'ambiente abertzale. In un piccolo paese, afferma, non puoi sottrarti. Quando c'erano manifestazioni, omaggi, liti, e qualche cosa del genere c'era ogni due per tre, non  che facessero l'appello; ma c'erano sempre occhi che controllavano chi era presente e chi no.
Racconta alla sorella che di tanto in tanto entrava all'Arrano. Ordinava una mezza birra, si faceva vedere per un quarto d'ora e ciao. Di quel locale, non gli piaceva nemmeno l'odore. Non  mai stato un bevitore n un fumatore, e lo sport, francamente, come dice lui, non lo scalda. Tutti conoscevano la sua passione per la lettura. Tutti sapevano che a lui non piaceva andare a far baldoria n uscire di sera. La cosa normale era che si chiudesse in casa o nella biblioteca comunale. Kartujo, Certosino, lo chiamavano per prenderlo in giro. Per in fondo lo rispettavano per la sua padronanza dell'euskera. E per un altro motivo. Per una circostanza che, come riconosce, lo proteggeva.
"Essere il fratello di Joxe Mari mi dava prestigio. Avere un fratello nell'ETA, quanti punti che dava! Potevo sembrare un tipo strano, introverso, poco socievole, per nessuno dubitava delle mie idee politiche."
"Come? Tu avevi idee politiche?"
Gorka non pu fare a meno di sorridere. Che rompiscatole! E si difende:
"Ogni cinque mesi me ne viene una; ma mi passa subito".
A questo punto ricorda un incidente. Con chi?
"Con l'ama.. Un pomeriggio entra nella mia stanza a rinfacciarmi che ero a casa a divertirmi con i libri mentre mio fratello si sacrificava per Euskal Herria e la gente del paese era scesa in piazza a protestare contro non ricordo cosa. E mi ha detto che, se lo veniva a sapere Joxe Mari, se ne sarebbe dispiaciuto moltissimo."
"E tu cosa hai fatto?"
"Che dovevo fare? Ho preso l'ombrello e sono andato alla manifestazione a urlare un po'."
Non ancora compiuti i diciassette anni, aveva fatto i suoi calcoli. A me, da questa sottomissione, mi tireranno fuori soltanto un cambiamento d'aria (Donostia, Bilbao, anche fuori da Euskadi) e studiare. Andare all'universit, il suo grande sogno. Filologia basca, Psicologia, o qualcosa del genere. Frequentare qualunque cosa in un'universit di Parigi, di Londra, t'immagini? Ai suoi amici, di questo, non aveva detto neanche una parola.
"Con me s che hai parlato."
"Ho iniziato il giro di consultazioni con l'aita."
Domenica pomeriggio. Aveva immaginato di trovarlo nell'orto. Ci and e lui era l a raccogliere rami e foglie per fare un fal. Non ignorava che quell'uomo che faceva il contadino nelle ore libere, con il basco impolverato e le mani rovinate dal lavoro di decenni in fonderia, non aveva l'ultima parola sulla faccenda che interessava Gorka, anche se era lui a portare a casa lo stipendio con cui si sosteneva la famiglia. Eppure, Gorka aveva voluto sondare il suo parere.
Studiare? Joxian aveva definito stupenda quell'idea. Un altro che sognava a occhi aperti: un figlio medico come quello del Txato, un uomo di testa che dirige un'azienda, un signore con l'armadio pieno di cravatte. Gorka gli aveva ricordato che gli studi (tasse, libri, forse viaggi e un appartamento da studenti in qualche citt) avrebbero comportato spese. Il padre, l per l, non aveva pensato a quel particolare.
"Ah, cazzo. Allora dovrai chiedere all'ama."
Miren non aveva esitato. Manco a parlarne.
"A meno che non lavori e ti paghi tu l'universit. Con quella merda che guadagna tuo padre, viviamo alla giornata. Da dove li prendiamo? Stringendo molto la cinghia, ti potremmo aiutare un po'; per alla fine, te li faresti fritti, perch non ti basterebbero per tutti gli studi."
Subito dopo aveva proferito una sfilza di rimostranze, una caterva di lamentele. E Joxe Mari in Francia, e arriviamo giusto giusto a fine mese.
"E se chiedo un prestito?"
"A chi?"
"Al Txato. Prima eravate molto amici."
"Sei pazzo? Ma se nemmeno ci parliamo!"
E le rimostranze e le lamentele avevano lasciato il posto alle critiche e alle accuse, a disprezzo e condanna, si era infervorato fino a tali estremi di rabbia che Gorka non aveva mai pi fatto cenno alla faccenda degli studi a casa dei genitori.
" stato allora che hai parlato con me, no? Ma non si poteva fare. Te lo giuro. Come commessa nel negozio di scarpe prendevo uno stipendio modesto. Guille e io avevamo gi deciso di sposarci e avevamo bisogno anche dell'ultima peseta."
"Lo capisco perfettamente. Non me la sono presa. Da qui a due o tre anni potrei perfino mantenermi agli studi e riuscire a laurearmi, ma credo che quel treno per me sia gi passato. Mi va bene a Bilbao. Guadagno un piccolo stipendio alla radio, non molto, per in cambio posso dedicarmi a quello che pi mi piace, che  scrivere. Hai visto, ho pubblicato un libro. Pu darsi che l'anno prossimo ne pubblicher un altro. Mi hanno invitato a una serie di letture in diverse ikastolas. Pagano bene, anche molto bene. Contribuisco alla diffusione dell'euskera. Tiro avanti. E tu?"
Arantxa si afferr il ventre con le mani.
"Anch'io tiro avanti. Altri quattro mesi se niente va storto."
"Avete gi un nome per mio nipote?"
"Certo. Restituto."
"Dai, sul serio."
"Endika o Aitor. Siamo indecisi. Quale preferisci?"
"Endika mi piace di pi."

***** 

53

Il nemico in casa

A Nerea piaceva da morire quella frase che correva di bocca in bocca, che si leggeva dappertutto: Giovent allegra e combattiva. E votava, giovane, allegra e combattiva, Herri Batasuna. Non riusciva a immaginare un'altra possibilit.  vero che l'idea dell'allegria le piaceva pi di quella della lotta. Lanciare sassi, dare fuoco, mettere macchine di traverso? Erano cose da ragazzi. Cos credevano lei e le sue amiche. Vale a dire che appena cominciavano i casini, dai, diamo fastidio, abbandonavano la scena. Partecipavano, s, a raduni e manifestazioni; ma in paese pi o meno lo facevano tutti i ragazzi. Anche i figli degli spagnoli, i maquetos, e, naturalmente, quelli del sindaco, che era del Partido Nacionalista Vasco. Uno di loro studiava con Nerea, e insieme ad altri studenti appendevano striscioni, incollavano manifesti, distribuivano volantini o facevano scritte sui muri della facolt.
Nerea era andata ad Arrasate (Bittori diceva Mondragn, in castigliano) nel marzo del 1987. Aveva sentito la notizia nell'Arrano Taberna.
"Cosa dicono?"
"Che  morto Txomin Iturbe."
"Come?"
"In un'incidente stradale in Algeria."
"Sicuro?"
"Di sicuro non c' niente."
Va' a sapere se agenti segreti dello Stato o assassini dei GAL avevano manomesso i freni. Diverse facce assecondarono a gesti l'ipotesi. Patxi stacc dalla parete la foto incorniciata del morto. Dopo averci passato sopra lo straccio, la mise sopra il bancone, dove chiunque entrasse nella taverna poteva vederla.
Nei giorni successivi i mezzi d'informazione confermarono la versione ufficiale. Era morto anche un poliziotto algerino che viaggiava nell'auto. E per eliminare ogni dubbio, una militante dell'ETA coinvolta nell'incidente aveva un braccio ingessato. Tutte bugie; per, come diceva Arantxa a bassa voce, da sola, con tristezza e con un fratello in Francia che imparava a uccidere, se non era gi entrato in azione: in questa nostra terra la verit  morta molto tempo fa.
"Ci vai?"
A Bittori l'idea non andava proprio a genio.
"Certo, ama. Ci vanno tutti i ragazzi del paese."
Tutti? Arantxa non and. Il giorno prima, il sabato, disse che si sentiva male. Febbre, brividi, di sicuro un'influenza. Le quattro amiche le consigliarono di mettersi subito a letto. Latte caldo con il miele e, forza, a sudare sotto le coperte. In quel modo c'era qualche possibilit che al risveglio si fosse rimessa abbastanza per andare con loro all'omaggio/funerale ad Arrasate. Cos Arantxa torn presto a casa. E il resto della comitiva, andando in discoteca, programm il viaggio del giorno dopo.
Sapevano che a met mattinata sarebbero partiti due pullman dalla piazza del paese (pagati dal Comune); invece no, preferivano andare per conto proprio con l'auto di Nerea. Be', con l'auto del Txato che Nerea avrebbe preso in prestito, sicura che il padre gliel'avrebbe data perch suo padre, la domenica, non ne ha bisogno e poi perch non le nega mai nulla.
"Non mi sembra una buona idea."
"Accidenti, ama. Ci vanno le mie amiche. Cosa penseranno di me se, dopo aver programmato tutto, le chiamo per dire che le bidono? Perfino Arantxa, che non si sentiva bene,  tornata a casa presto per riposare ed essere in forma domani."
"Tu sai che quell'uomo era un capo dell'ETA e ha ordinato di uccidere molta gente."
Nerea, occhi stralunati, perdeva la pazienza.
"E tu devi sapere che quell'uomo ha guidato per anni la lotta del nostro popolo. Ha lasciato tutto, casa, lavoro, famiglia, per Euskal Herria, e gli hanno fatto diversi attentati.  un idolo della giovent basca. Un eroe. Ma che dico un eroe? Dio. Perci fammi un piacere. Quando sei fuori o entri nei negozi, morditi la lingua prima di criticarlo perch potresti avere dei problemi e mettere anche me nei pasticci. E poi, che ne capisci tu di politica? Tu va' a messa, ama. Tu prega e fa' la comunione, e lasciaci fare quello che dobbiamo fare."
Le dieci. Il Txato non era ancora tornato dal circolo gastronomico, dove a quell'ora doveva essere sul punto di finire la cena. Di sicuro non sarebbe rientrato a casa troppo tardi, perch il giorno dopo, gita domenicale dei cicloturisti, si sarebbe alzato presto. Quando arriv, Nerea era gi andata a letto. Al Txato, all'epoca, non avevano ancora fatto le scritte, scendeva ancora ogni giorno al bar e il sabato cenava con gli amici; per aveva gi ricevuto pi di una lettera dall'organizzazione. Nerea non lo sapeva. Nemmeno Xabier. E marito e moglie erano rimasti a lungo a bisbigliare a letto.
"Cerca di capirla, Bittori.  giovane."
"Ha l'et per sapere che quello che fa non va bene."
"Invece, ragionandoci a freddo, penso che sia meglio che vada a Mondragn."
"Per sostenere una banda di mafiosi che taglieggia suo padre?"
"Nerea non ne sa niente. E preferisco che non lo venga a sapere. Cos non si spaventa. Lascia che vada con le amiche e che si diverta."
" che gridi goras all'ETA. Ma hai bevuto?"
"Poco. Finch mia figlia star con gli abertzale, la lasceranno tranquilla."
"Per me  come se avessimo il nemico in casa."
"Magari la mia faccenda si risolve senza che i nostri figli si debbano preoccupare."
"La verit  che tu, a quella ragazza, gliele lasci passare tutte. Andare ai funerali di un capo dell'ETA con la macchina di uno che viene minacciato! Per Dio, non s' mai vista una cosa pi assurda!"
Che doveva capirla, che era giovane. E cos per altri venti minuti di screzi e bisbiglii, finch, schiena contro schiena, si addormentarono.
Come tante domeniche, il Txato si alz presto. Scostata leggermente la tenda, controll alla luce del lampione, di fronte a casa, se pioveva. In cucina, in tenuta da ciclista, come colazione bevve soltanto un caff senza latte n zucchero. Prese una pera e una mela da mangiare lungo il percorso, riemp la borraccia con l'acqua del rubinetto e all'alba and a prendere la bicicletta in garage.
A mattino inoltrato, Bittori cerc, dolce, affettuosa, di dissuadere Nerea, che era gi pronta per uscire.
"E se te lo chiedo per piacere?"
"No, ama."
"Fallo per me, per tua madre."
"Vuoi che faccia una brutta figura con le amiche?"
Bittori stringeva i denti. Per la rabbia? No, per impedire l'uscita involontaria di parole. Se la discussione dura un altro minuto finisce per raccontare alla figlia la storia delle lettere minatorie. Ges, Giuseppe e Maria! Cosa avrebbe detto il Txato?
Si salutarono fredde, laconiche, senza baciarsi. E Bittori si affacci alla finestra per guardare la figlia che si allontanava per andare a prendere la macchina del padre. Nerea, magra, slanciata, fece qualche salto scherzoso, pi da bambina che da donna.
Dietro la tenda, Bittori scosse la testa per il dispiacere.
"Ma sarai un'idiota...!"

*****

54 

Bugia della febbre

Le undici passate. Da quanto? Un quarto d'ora, forse un po' di pi. Particolare: al balcone del Municipio ondeggiava l'ikurrina a mezz'asta. L, verso le montagne, si scorgevano nubi (aveva piovigginato un paio di mattine); anche l, verso il fiume e la strada che porta a San Sebastian, ma con delle schiarite. I pullman pieni di passeggeri, in maggioranza giovani, si erano appena messi in marcia.
Nerea era entrata in piazza con una raffica di allegri colpi di clacson. Sotto i portici la aspettavano le due amiche, ciascuna con un'ikurrina arrotolata attorno a un bastone. E Arantxa? Mentre scendeva, Nerea chiese di lei. Le altre pensavano che Nerea fosse passata a prenderla. Sar ancora malata? Abita in una strada qui vicino, dietro la chiesa. Nerea: tornava subito. E mentre le amiche si riscaldavano in macchina, perch non  che facesse freddo, per, caspita, l'aria era abbastanza fresca, lei si diresse a passo rapido verso la casa dell'amica. La casa tante volte visitata, dove da bambina aveva dormito in innumerevoli occasioni. La casa, in quel momento Nerea non lo sospetta, dove non torner mai pi.
La porta ben nota, la targhetta di ottone con il cognome, il campanello suonato per l'ultima volta nella sua vita.
Miren apr la porta.
" l. Non so cos'ha."
E la invit a entrare e Nerea and dritta nella stanza dell'amica. La trov a letto, vestita. Si era stesa in fretta quando l'aveva sentita arrivare?
"Non stai bene?"
Rispose che non proprio; anche se, francamente, quell'aspetto, la forza della voce, lo sguardo deciso, non sono da persona malata. All'inizio us gli stessi argomenti di Bittori. L'unica cosa diversa era il vocabolario. Un uomo vendicativo, capo di carnefici, che decideva della vita e della morte di altri. E con la schiena appoggiata al cuscino lo imit:
"Ammazzate tizio, ammazzate Caio".
A differenza di Bittori, Arantxa non parlava con un'aria dolente n con gli occhi spalancati, timorosi. Sul suo viso giovanile c'era sconforto. Sconforto? Di pi: amarezza. Amarezza traslucida che dietro di s lascia intravedere indignazione. Lo confermarono le sue parole:
"Andate senza di me. Io non ho lo stomaco di prestarmi a questo carnevale di morte. In altri tempi sarei venuta con voi. Adesso mi  impossibile".
"Per Joxe Mari?"
"Da quando  entrato nell'organizzazione mi  caduto un velo dagli occhi. Non  che all'improvviso vedo le cose in modo diverso.  che finalmente le vedo."
"Dai, non fare la guastafeste. Non  che dobbiamo per forza metterci in prima fila."
"Nemmeno nella quinta o nell'ultima."
"Bah,  per poco. Poi prendiamo la macchina e ce ne andiamo tutte e quattro a fare un giro da quelle parti. Avevo pensato a Zarauz, ma non ho preferenze. Se vuoi, andiamo in un altro posto. Prendila come una gita."
La giovialit di Nerea si imbatt nello sguardo gelido di Arantxa. Improvviso silenzio tra le due amiche. Due, tre secondi senza battere ciglio: scena congelata. Si scrutavano. Sorpresa, stranita, una; dura, distante, accusatrice?, l'altra.
"Cosa faccio? Mi stanno aspettando."
"Se devi andare, vai."
Qualcosa tra di loro si rompe silenziosamente in quell'istante. Cosa? Una linea di affetto e di fiducia, un vecchio e tacito patto d'amicizia. Per un motivo banale, il buttafuori della discoteca KU, un sabato pomeriggio, non aveva consentito l'ingresso a una di loro. Era stato molto tempo prima. Allora non era entrato nemmeno il resto della comitiva. O tutte o nessuna. E sotto gli occhi severi del corpulento buttafuori avevano stracciato i biglietti appena comprati. Fanculo.
"Posso chiederti un favore?"
"S, certo."
"Non raccontare niente alle ragazze. Di' che ho la febbre, che non mi sento bene."
Pensierosa, delusa, Nerea lasci quella stanza dove non sarebbe mai pi tornata, attravers la sala da pranzo dalla quale non  pi passata da allora e parl per l'ultima volta con Miren, che le domand, con la porta di casa gi aperta:
"Cos'ha?"
"Un po' di febbre."
"Quello che ha  che da quando frequenta il tipo di Renteria sta diventando strana."
Qualche minuto dopo, in macchina, Nerea ripet la bugia della febbre. Le tre amiche partirono. La strada asciutta, meno male, con un po' di traffico fino a Beasin, poi non pi. Arriveremo per ultime. Una di loro disse che senza Arantxa non era la stessa cosa, che non si sarebbero divertite tanto. Divertite?
"Ehi, bella, stiamo andando a un funerale."
Un classico di quegli anni: trovarono un posto di blocco della Guardia Civil. Dove? Otto o dieci chilometri prima di arrivare ad Arrasate. Si misero nella coda di quello che a prima vista sembrava un ingorgo. Poi si accorsero che no, che l davanti c'erano le guardie che perquisivano le macchine a una a una, che chiedevano la patente a cani e porci. C'erano, ai due lati della strada, una mezza dozzina di veicoli della Guardia Civil e, sulla carreggiata, una all'inizio e una alla fine del posto di blocco, due bande chiodate. In cima al terrapieno varie guardie civili, ognuna con il dito sul grilletto del mitra. Pi in basso, nascosta dietro gli arbusti, un'altra nello stesso atteggiamento.  una terza appostata dietro un albero. Tutte con l'arma pronta a sparare.
Con un gesto imperioso le obbligarono a fermarsi. Nerea abbass il finestrino. Do-cu-men-ti. N buongiorno n per favore. Lo sbirro si port le tre carte d'identit vicino a un furgone, dove furono fatte le solite verifiche. Niente precedenti, n carichi pendenti. Al momento di restituirle, lentamente, con flemma, per rubare loro tempo, perch capissero chi comanda in questo tratto di strada, fra questa montagna e quell'altra: dove andavano? Come se non lo sapessero. E perch dovevano rispondere? Per meglio non mettersi nei casini. Cos Nerea, l'involontaria portavoce, la conducente, rispose:
"A Mondragn".
Fu ordinato loro di scendere. Ma non cortesemente: scendete, prego. Bens con un colpo d'ascia vocale:
"Tutte e tre gi dalla macchina".
A un cenno dello sbirro che parlava se ne avvicinarono altri due. Mani maschili le perquisirono. Una: che umiliazione. L'altra: che schifo. In questi termini l'avrebbero raccontato alla Arrano il giorno dopo. E Nerea, sul punto di piangere, dovette aprire il portabagagli. C'erano l'impermeabile, una pompa per la bici e l'ombrello del padre, e le ikurrinas arrotolate.
"Cos' questa schifezza?"
"Due bandiere."
"Apritele."
Nerea le apr, ormai mordendosi il labbro inferiore per il pianto incipiente. L'avevano detto, due bandiere riconosciute dalla Costituzione spagnola. E di colpo il "tu" con sarcasmo:
"Cos', vai alla messa dell'etarra? Credi che Dio lo accoglier nella sua gloria?"
Nerea mantenne un dignitoso silenzio. Sicura di avere dominato l'impulso di piangere, si azzard a guardare negli occhi lo sbirro. Occhi neri in cui si rifletteva, cosa? Accidenti, sua madre che le rifaceva la predica del giorno prima e della mattina, e anche Arantxa a letto vestita. Sarebbe stato senz'altro meglio viaggiare con il gruppo in uno dei pullman. E mentre lo pensava sent una vampata di rabbia al centro del petto.
"Sto aspettando una risposta."
"Noi non andiamo a messa."
A quel punto, la guardia si mise a dire peste e corna di Txomin l'assassino, il terrorista, e devono morire cos tutti questi figli di puttana, eccetera. Con un autoritario cenno della testa, ordin alle tre ragazze di sparire prima possibile dalla sua vista. Loro proseguirono il viaggio e Nerea vide dallo specchietto retrovisore che lo sbirro aveva fermato la macchina successiva.

*****

55

Come le loro madri

Una lo domand all'altra. Cosa? Se non era quello il bar dove le loro madri venivano il sabato a fare merenda. Ad Arantxa sembra che andassero in churreria, ma non ne  sicura. Quello su cui invece non ha dubbi  che a sua madre piacciono ancora i churros e che a volte, quando viene a San Sebastian, se ne compra cinque o sei e poi li mangia freddi a casa. Nerea metterebbe la mano sul fuoco che Miren e sua madre, quando erano amiche, di solito mangiavano fette di pane tostato con la marmellata in questo bar.
E cosa ci facevano loro due l? Da molto tempo non avevano pi notizie l'una dell'altra. Si erano incrociate poco prima per caso. Stavano per scontrarsi, all'angolo tra calle Churruca e l'Avenida. Impossibile evitarsi. Nel caso di Nerea, la sorpresa non era stata priva di diffidenza. Niente, un sospetto passeggero, del resto non necessario, ma eccolo l, traboccante come sempre di simpatia, il sorriso di Arantxa, che senza esitazioni si era lanciata verso di lei per baciarla. Si erano guardate studiandosi a vicenda e togliendosi la parola l'un l'altra per farsi i complimenti.
Avevano deciso, hai tempo?, di aggiornarsi sulle rispettive vite private. Dove? Non per strada, ovviamente. Stava facendo buio e tirava un vento sgradevole. Nerea aveva indicato il bar vicino. C'erano andate sottobraccio.
"Da quant' che non ci vediamo?"
Uff, da quando Arantxa era andata a vivere con Guillermo a Renteria, pi o meno da un anno e mezzo.
"In paese soffocavo. Lo so che non sta bene dirlo, perch ci sono nata e cresciuta e l c'era la mia comitiva. Ma non ce la facevo pi. In paese c' un sacco di gente guastata dalla politica. Gente che oggi ti abbraccia e domani, per una cosa qualunque che le hanno raccontato, smette di rivolgerti la parola. A me hanno rinfacciato di uscire con uno che non  basco. Esattamente con queste parole. Chiss cosa dir Joxe Mari se lo viene a sapere."
"Ma dai... Chi  stato?"
"Josune. Quello che mi ha fatto pi male  che quando me l'ha detto non eravamo sole. Ha organizzato una specie di tribunale del popolo, capisci? Io sono rimasta zitta. In un paese come questo la cosa migliore  stare zitta. Ma un altro giorno che l'ho vista per strada l'ho fermata, le ho detto che io m'innamoro di chi mi gira e l'ho mandata affanculo."
"Ben fatto."
"Non era l'unica a pensare male del mio ragazzo. Mia madre, senza andare troppo lontano, aveva gli stessi pregiudizi. A poco a poco si  rassegnata perch alla fine le conviene. E qualche volta ci viene perfino a trovare a Renteria. Povero Guille.  un pezzo di pane. Si  iscritto a un corso di euskera, anche se la vedo dura. Secondo me quell'uomo non  portato per le lingue."
Un cameriere si avvicin al tavolo. Cosa volevano ordinare.
Arantxa, in dubbio per un istante, ordin questo; Nerea, senza esitare, ordin quell'altro e, gi che c'era, chiese al cameriere se si poteva abbassare il volume della musica.
"Allora, come ti dicevo, ho smesso di entrare nei bar del paese. Be', alla Arrano era da tempo che non ci andavo per non vedere la foto di mio fratello appesa al muro. La mia vita era da un'altra parte, con il mio Guille e il lavoro a San Sebastian, che  una schifezza, ma bisogna pur mangiare. Avevo un enorme desiderio di andarmene dal paese. Desiderio non  la parola esatta: ossessione. Mi si  conficcato in testa che l non avevo futuro. Mi sentivo molto a disagio. Perfino adesso, ricordando quel periodo, i nomi dei posti, la faccia di certe persone, mi viene come un nodo di disgusto in bocca. Scusa se mi agito. Non mi piacevano certi sguardi. Immagino che Josune abbia fatto propaganda contro di me. Ma non soltanto lei. Appena ho potuto, ho preso un appartamento con Guille. E l stiamo, sposati civilmente. Non ci va male: lavoriamo e risparmiamo per fare una vita pi decente possibile."
"E i tuoi, come hanno reagito?"
"A mia madre non  andato per niente a genio che andassi a vivere con il mio compagno.  che dir la gente... Ho una figlia concubina, ha sbottato. Come se vivessimo ancora ai tempi di Franco. Lei e tanti altri si credono rivoluzionari e vanno alle manifestazioni e urlano; per in realt vivono aggrappati come cozze alle tradizioni e sono degli ignoranti fatti e finiti. Senti, ama, le ho detto, questa storia la risolviamo in un batter d'occhi. E mi sono sposata. Un marted di gennaio, senza vestito bianco, senza invitati n niente. Finito il peccato mortale, non  quello che volevi? Per mia madre, che sogna di far sposare i figli da don Serapio, di far lanciare i confetti ai bambini sulle scale della chiesa e di sfoggiare un bell'abitino,  stato un dramma.  che non me l'avrebbe perdonato, e che a una madre questo non si fa. Un mese dopo abbiamo festeggiato il matrimonio in un ristorante. Con Gorka, che si  categoricamente rifiutato di mettere la cravatta, i miei genitori e quelli di Guille. A mio padre non  venuto in mente niente di meglio che diventare sentimentale. Non so se  stato per lo spumante, che non gli fa bene. A un certo punto prende e si ricorda di Joxe Mari. Gli passa per la testa che non ci siamo tutti e si mette a piangere come un bambino. Comunque, a suo favore devo dire che va d'accordissimo con Guille. Si capivano gi da prima del matrimonio. Credo da una volta che Guille l'aveva aiutato nell'orto. Un giorno gli ho detto: aita, quanto sono contenta che il mio ragazzo ti stia simpatico o almeno pi simpatico che all'ama. E lui mi ha risposto:  che tua madre ha un caratteraccio!"
Arriv il cameriere, distribu le consumazioni, mise il piattino con il conto dal lato di Nerea. Una punizione per la richiesta di abbassare la musica? Lei ripet la preghiera. Per tutta risposta: avevano abbassato il volume, ma di pi non potevano. Il cameriere non disse altro. And a un altro tavolo e la musica era forte quanto all'inizio.
"Accidenti, come scotta questa tisana!"
"Hai figli?"
Occupata con il sacchetto della tisana, Arantxa scosse la testa per far segno di no. Nerea si meravigli che l'amica avesse risposto senza guardarla negli occhi. Cos insistette:
"Non rientrano nei progetti famigliari?"
Allora Arantxa sollev il viso.
"C' una cosa di cui non ho parlato n con Guille n con altri. A te posso dirlo visto che mi hai accompagnata a Londra. Comincio a credere che in quella clinica non abbiano fatto le cose per bene. Per quanto la mia ginecologa lo neghi, qualcosa non funziona e questo, come posso dire, mi rovina un po' la felicit."
"Vuoi dire che pensate di avere figli."
" da un po' che ci proviamo. Confesso che l'idea che mi abbiano lasciata sterile mi spaventa. Per, insomma, parlami di te, della tua vita e dei tuoi progetti. Io ti ho gi raccontato la mia parte, che non  granch, come puoi vedere. Tu continui a studiare?"
Nerea la tir per le lunghe passando la lingua sul cucchiaino. Cosa aspetta a rispondere? Per un istante diede l'impressione di cercare di osservarsi negli occhi castani di Arantxa. Sincerit per sincerit, disse:
"Sono stata l l per smettere. Alla fine dar retta a mio padre e, dopo l'estate, continuer l'universit a Saragozza".
"Non sembri molto contenta."
"Ho litigato con i miei. Mi sono scappate delle parole che non avrei dovuto dire. Lo riconosco e mi dispiace. Bah, mio padre mi perdona tutto. Non  quello il problema. D'altra parte, e questo lo considero un'attenuante, i miei non volevano dirmi quello che stava succedendo. Per proteggermi. L'ho saputo dopo. All'inizio non li capivo. Aita, ma perch accidenti devo andarmene a studiare fuori? Qui sto bene, nel mio ambiente, con la mia comitiva. E lui, dagli e ridagli, che dovevo pensare a cercarmi un'altra universit perch era gi deciso che non sarei rimasta in Euskadi. Mia madre, d'accordo con lui. E anche Xabier, a cui l'avevano detto prima che a me. Mi sono opposta pensando che facessero squadra per trattarmi come una bambina. E non soltanto mi sono opposta. Mi  venuta una rabbia!  stato allora che ho detto delle parole che adesso, a ricordarle, mi bruciano ancora."
"Io so che stanno minacciando tuo padre.  questo il problema?" annu. "Non conosco i particolari. A casa mia si parla male di voi. Mia madre ha perso la testa da quando Joxe Mari  scappato in Francia. Le ho sentito dire cose orribili del Txato. E non pensare che la si possa contraddire. Con l'amicizia che c'era tra le due famiglie!  che da parte mia c' ancora, occhio. Lo vedi, sono qui a parlare con te, e con grande piacere. Guarda, se adesso esco e vedo Bittori sul marciapiede di fronte, vado di corsa a darle un bacio. Ora, se vuoi che ti dica la verit, capisco che tuo padre voglia allontanarti dal paese."
"Quello che mio padre non sa, e non c' motivo perch venga a saperlo,  che non  stato lui a convincermi."
"Ah, no?"
"Mi  successo un incidente alla Arrano. Non te l'hanno raccontato?"
"Non ne sapevo nulla. Ci vado pochissimo."
"Sicuramente alla taverna erano arrivate voci negative su mio padre. E io non ne sapevo niente. Un pomeriggio entro e chiedo a Patxi una bibita. Ho pensato che, siccome era occupato a pulire i bicchieri, non mi avesse sentito. Allora gliel'ho chiesta di nuovo. Lui non mi guardava. Che strano. Alla terza volta, si avvicina e mi fa, letteralmente, cos come te lo sto dicendo, che non c' bisogno che io stia l e che non devo tornarci. Sono rimasta di sasso. Non ho osato domandargli il perch."
"Certe cose si capiscono e basta."
"Sono andata dritta a casa. Mio padre  tornato dal lavoro. L'ho abbracciato, gli ho bagnato la camicia di lacrime e gli ho detto che s, che sarei andata a studiare fuori. Perci, niente, tra un po' cercher un appartamento a Saragozza, una citt che non conosco per nulla. Mi sono resa conto di una cosa. Ci sforziamo di dare un senso, una forma, un ordine alla vita, e alla fine la vita fa di noi quello che le va."
"A chi lo dici."

*****

56

Prugne

Ti chiedi: ne  valsa la pena? E per tutta risposta uno si ritrova con il silenzio di questi muri, la faccia sempre pi vecchia nello specchio, la finestra con il suo pezzettino di cielo che gli ricorda che ci sono vita e uccelli e colori l fuori, per gli altri. E se si domanda cos' che ha sbagliato, risponde: niente. Si  sacrificato per Euskal Herria. Molto bene, ragazzo. E se se lo domanda di nuovo, risponde: non sono stato furbo, mi hanno manipolato. Se ne pente? Ci sono giorni di crollo emotivo. Allora gli dispiace aver fatto certe cose.
E cos un anno e un altro e poi un altro fino a perderne il conto. Pensa, ripensa. In qualche modo bisogna pur riempire la solitudine, no? E la verit  che ogni giorno gli costa pi fatica sopportare la presenza dei suoi compagni di carcere. Pregare? No, non fa per lui. Per sua madre s, che viene una volta al mese e gli dice:
"Figlio mio, tutti i giorni chiedo a sant'Ignazio di tirarti fuori dal carcere, o almeno di far finire la dispersione e avvicinarti a casa".
All'inizio cercava compagnia. In cortile chiacchierava di sport con i comuni. Nel collettivo di detenuti dell'ETA aveva fama di duro, leale, ortodosso. Gli anni, i muri silenziosi, gli occhi di sua madre in parlatorio, lo avevano a poco a poco tarlato, creando un vuoto interiore come nel tronco di un vecchio albero. Ultimamente approfitta di qualunque occasione per rimanere solo, e proprio in quell'istante in cui non aveva previsto di ricordare si vede nella cabina telefonica all'uscita del paese, un dito nell'orecchio perch passano i camion e non lo lasciano sentire. Josune, nervosa. Che non vuole casini. In paese, tutti sanno gi che hanno preso Koldo e che poi la Guardia Civil ha tentato di beccare loro. Si mettono d'accordo perch Josune avvisi Gorka di salire alla cava. E tanti anni dopo, nella sua cella, Joxe Mari si rende conto che, se il telefono di Josune fosse stato controllato dalla polizia, avrebbe messo la ragazza in guai grossi, e Gorka neanche a parlarne.
Jokin:
"Cosa dice la Cicciona?"
"Che va a cercare mio fratello e che non dobbiamo metterla nei casini."
"Hai detto di chiedere a Gorka delle scarpe numero quarantadue?"
"Mi sono dimenticato."
"Tuo fratello, che numero porta?"
"Che diavolo ne so."
Gli viene in mente anche la busta di Patxi. Il contenuto non  male: seimila pesetas. Un buon inizio.  un biglietto che terminava con parole di incoraggiamento e un Gora Euskadi askatuta. Nel biglietto, un indirizzo di Oyarzun e il soprannome di chi li avrebbe accolti. Dovevano chiedere di Txapas. Non c' firma n intestazione che possano mettere la polizia sulle tracce della Arrano in caso intercettino la lettera. Tipo sveglio, il Patxi, non come me n come il povero Jokin. A lui hanno rubato la vita, a me la giovinezza.
Fino a Oyarzun era lunga e Joxe Mari non aveva mangiato. Per di pi, queste biciclette sono pi da passeggio che da corsa. Nemmeno Jokin aveva pranzato o fatto colazione quella mattina n cenato il giorno prima. S, ma non  la stessa cosa, non ha il fisico n lo stomaco di Joxe Mari. Fecero un patto. Perch,  chiaro, non  che si poteva litigare lungo la strada o perdere tempo per un pranzo con vino e sigaro, e presentarsi tardi all'appuntamento a Oyarzun. Lungo il cammino si sarebbero fermati a mangiare. D'accordo. Entrarono in un bar di Renteria e placarono la fame in piedi al bancone con qualche panino.
"Avremmo potuto prendere un autobus a Donostia per evitarci la pedalata e la sudata."
"Ma bisogna risparmiare i soldi. Non penserai mica di farli fuori il primo giorno?"
Quello di Oyarzun, quarant'anni e rotti, era stato avvisato; ma si vedeva che non si fidava. Faccia minacciosa.
Pi tardi, loro due da soli:
"Magari non gli piace che lo chiamino Txapas".
"E allora che si fotta."
Li salut, secco, in euskera. Guardava senza battere ciglio, fece domande di quelle a cui si risponde con un s o con un no, come dando a intendere: non siamo qui per chiacchierare. A poco a poco la fronte gli si distese. E li port in uno scantinato dove avrebbero passato la notte. Forte odore di colla da falegname. N letto n materasso. Nemmeno un cazzo di lavabo. E siccome Jokin accenn a chiedere/lamentarsi, il tipo gli disse che se non gli piaceva potevano anche andarsene. Soli:  questo la lotta. Cosa si aspettavano? Lusso, comodit? Joxe Mari svuot la vescica in un angolo. Poi stesero dei cartoni sul pavimento. Una notte nella casa in rovina della cava e adesso questo. Due giorni di seguito senza cenare. La stanchezza li aiut a dormire. Non dormirono molto, ma era pur sempre qualcosa. La mattina presto, a Joxe Mari venne il capriccio di curiosare. Da una porta bassa, in fondo al corridoio, usc in un orto attaccato alla casa. Niente: un muro di cinta, erba e quattro pruni. Le prugne, verdi. Alcune si stavano gi ingiallendo. Joxe Mari ne mordicchi dieci o dodici dalla parte meno aspra. Poco dopo comparve Txapas. Disse tagliente, autoritario:
"Ce ne andiamo".
Spiegazioni? Zero. Che importa. Nemmeno noi le chiedemmo. E le bici? Rimasero nello scantinato. Chiss se vent'anni e rotti dopo sono ancora l, arrugginite e con le ruote sgonfie. Su un furgoncino, Txapas li port in un posto solitario dal quale si scorgeva, pi o meno a un chilometro di distanza, il parcheggio dell'ipermercato Mamut. E c'era nebbia mattutina laggi, ma si vedeva gi che al di sopra il cielo era limpido e che sarebbe stata una giornata di sole. Il furgoncino si ferm all'inizio di una strada sterrata.
"Scendete qui."
Diede a ciascuno una copia del giornale Egin e un pacchetto di Ducados.
"Aspettate l, vicino a quegli alberi."
Disse di reggere il giornale e le sigarette in modo che si vedessero. Ricord loro la parola d'ordine e augur buona fortuna. E non appena i due amici scesero, ripart.
Joxe Mari:
"Uno dei due potrebbe andare in fretta al Mamut a comprare qualcosa da mangiare e dell'acqua. Sto morendo di sete".
"Non dire stronzate. Magari arriva quello che deve prenderci e ne trova soltanto uno. Resisti un poco."
A Joxe Mari, steso sulla branda della sua cella, si disegna un sorriso in faccia. Che coppia di illusi. Almeno avevano le sigarette. Jokin si mise a sfogliare l'Egi". Joxe Mari, per questo sorride dopo tanti anni, scese per un piccolo dirupo alle loro spalle.
"Torno subito."
"Dove vai?"
Non rispose. Scomparve nella fitta vegetazione. E rimase nascosto per parecchi minuti. Si pul con dei fogli dell'Egim, non con la prima pagina, perch doveva servirgli per identificarsi, e torn da Jokin vicino agli alberi.
"Allora?"
"Niente."
Alcuni minuti dopo una macchina si ferm davanti a loro.
"A che ora passa il carro attrezzi?"
"Bisogna togliere la neve dall'ingresso."
Saluti brevi. Neanche quel tipo era un chiacchierone, ma decisamente pi socievole di Txapas. Seduto accanto a lui, l'unico che alimentava la conversazione era Jokin. Joxe Mari, solo sul sedile posteriore, mormor all'improvviso, parlando tra s:
"Quelle fottute prugne".
Jokin lo guard senza capire. Adesso, in cella, osservando il pezzo di cielo azzurro dalla finestra, Joxe Mari sorride al ricordo.

*****

57

Nella riserva

Nel ricordo si vede affacciato a un'altra finestra. Non a questa della cella, ma a quella della casa di campagna in Bretagna. Basta pensarci e, zac, nonostante gli anni trascorsi eccolo l, nella sua memoria olfattiva, vivo, esatto, l'odore del legno. Un odore secco, forse di secoli, che si sprigionava dalle travi e dal pavimento inclinato, fatto di tavole. Jokin e io giocavamo, ognuno con una moneta da dieci franchi. La facevano rotolare sul pavimento in discesa. Vinceva chi faceva arrivare la moneta pi vicino alla parete, per senza toccarla perch allora perdevi. Quasi sempre vinceva Jokin. Aveva la mano pi piccola. Ed era pi abile, ragazzo, riconoscilo. S, ma il fatto  che la mia mano era abituata al pallone da pallamano, non a quella merdina di moneta che mi scivolava dalle dita. E, certo, o arrivava troppo corta o sbatteva contro il battiscopa.
I	due militanti neofiti ammazzavano il tempo come potevano.
"E cosa vuol dire?"
"Nuovi."
"Sei forte. Mio fratello Gorka, lui s che conosce le parole strane."
Il lento, esasperante tempo della riserva nella casa in Bretagna. In quale delle tante? In tutte. Nella prima dove li avevano sistemati, nell'ultima che aveva condiviso con Jokin e in quella successiva con un compagno nuovo prima di entrare a far parte di un talde. Chiude gli occhi ed evoca il verde della campagna, le piogge interminabili, la noia. Programma quotidiano di attivit: aspettare. E poi quella mancanza di montagne che per un basco  comunque mortale. Gli corrode l'allegria, gli toglie le forze.
La partenza di Jokin fu una mazzata per Joxe Mari.  che si facevano compagnia, giocavano, chiacchieravano. E all'improvviso la separazione. Per sempre?
"Sicuramente ci rivedremo."
"Tra pochi anni saremo dirigenti storici. Tu e io con tutta la responsabilit della baracca. E mentre gli altri sgobberanno e rischieranno la pelle, noi belli tranquilli a Iparralde, a decidere gli obbiettivi e a comandare."
Adesso s che cominciava sul serio la lotta, almeno per Jokin. Quel bastardo, la notte, non riusciva a trattenere la contentezza (o l'euforia mista a nervosismo) di farla finita con quella situazione di isolamento in Bretagna. E non la smetteva di parlare. Sembrava drogato. A Joxe Mari, mezzanotte, l'una, la stanza piena di fumo di sigaretta, stava gi rompendo i coglioni a furia di chiacchiere. Ma non si fermava: progetti, aspettative, ricordi del passato, storie del paese.
"Ti ricordi di quella volta...?"
E glieli ruppe definitivamente quando, da vero bastardo, gli disse tranquillo, vedrai che tra cinque o sei anni verranno a prendere anche te.
In realt (lo pensa ora, steso sulla branda della cella), niente era come lo avevano immaginato. Finch rimasero insieme presero con ironia le lunghe ore di inattivit. Jokin, un giorno, durante una passeggiata in campagna:
"Come diavolo facciamo a liberare Euskal Herria se noi stessi non siamo liberi, se per fare un passo dobbiamo aspettare istruzioni e che ci dicano dove bisogna andare?"
"Non piagnucolare. Appena ci daranno un'arma, vedrai se liberiamo o no."
"Bisogna fare in modo che quelli del paese siano orgogliosi di noi."
"Sicuro. Dobbiamo far fare bella figura al paese."
Prima di salire in macchina, Jokin, com'era contento, rivolse lo sguardo verso la finestra, l in alto, per fare a Joxe Mari un ultimo cenno di saluto. Il pugno in alto. Met mattinata e di nuovo pioggia. Joxe Mari rispose, per scherzo, con il gesto dell'ombrello. Restava solo, pi solo che mai. Vide Jokin che gli mostrava la lingua. Dove pensa di andare, a una festa o che? E quell'immagine con la lingua di fuori  l'ultima che conserva dell'amico.
La macchina si allontan sbandando sulla strada sterrata. Il trattore del proprietario lasciava dei solchi da paura. E continuava a piovere sull'erba e sul filare di meli ai bordi della strada, e anche su quegli alberi, querce o quello che erano, che coprivano il campanile della chiesa l in paese, e pi vicino, sulle vacche del proprietario della casa, un bretone dal naso rosso che tutte le sere litigava urlando con la moglie e con il quale loro potevano comunicare soltanto a gesti.
Mesi prima, a Hendaye, gli avevano riservato l'accoglienza ordinaria. Quella delle reclute da quattro soldi, come diceva Jokin. Quella dei ragazzini, secondo Joxe Mari. Niente orchestra a riceverli n un membro della direzione a fare gli onori di casa.
"Parlate francese?"
"Neanche una parola."
L'incaricato dell'apparato di accoglienza and al sodo. Guardate, vi aspetta questo, questo e questo. Sembrava stanco, il tipo. Non so, per le occhiaie. Qui non c' santuario che tenga. Clandestinit assoluta, molta precauzione, disciplina e sacrificio. Tutto compresso in frasi brevi come per finire prima. Aggiunse la storia che siamo come le ciliegie della cesta. Ne prendi una e ne vengono via agganciate cinque o sei. E questo bisogna evitarlo a ogni costo, d'accordo? Non si pu permettere che alcuni cadano per l'imprudenza di altri.
"Le condizioni sono dure,  inutile prendersi in giro. Questo non  un gioco."
Forn loro un alloggio provvisorio (e vestiti e una radio e altre cose) in un allevamento avicolo nei pressi di Ascain. Il proprietario, di nome Bernard, un cittadino basco-francese con le sopracciglia arrabbiate. Li accolse freddo, severo, con il collo allungato, come a dire: questi qui? A quanto pareva aspettava altri ospiti. Pi veterani? Pi in alto nella gerarchia dell'organizzazione? E poi, nell'atrio, url qualcosa nella sua lingua a quello dell'apparato di accoglienza. Jokin e Joxe Mari non colsero per quale motivo protestasse. Che il fattore non fosse contento per la presenza dei due nuovi era chiaro. Scoprirono che parlava un dialetto dell'euskera che con un po' di sforzo si poteva pi o meno capire. Nei giorni seguenti ci furono delle conversazioni tra loro. Simpatizzarono. Gli offrirono aiuto nella tenuta. Il tipo era appassionato di sport, anche di pallamano. Conseguenza: a partire dal secondo giorno i suoi lineamenti si distesero. Anche quelli della moglie. Una mattina risuonarono perfino delle risate in casa. E s, trascorsi tre giorni di reclusione, per non rimanere a braccia incrociate, aiutarono un po' a pulire, a portare di qui e di l, senza allontanarsi dalla fattoria per non farsi notare da qualche estraneo.
Una mattina di sole e uccelli li vennero a prendere con una Renault 5. Appuntamento importante. Non gli dissero altro. E non appena partiti si dovettero mettere degli occhiali con le lenti oscurate. Pi di un'ora di curve. E finalmente, sotto le suole, l'inconfondibile rumore della ghiaia. Non dovevano guardare. E Joxe Mari, gi dentro la casa, intravide sotto la parte inferiore degli occhiali piastrelle rossastre e scalini.
"Ora potete guardare."
Al momento di stringersi le mani, Santi sorrise. Kaixo, lui; un kaixo timido, insulso, loro due. E il colloquio si avvi fin dall'inizio per una buona strada perch si scopre che Santi aveva amici in paese. Iniziarono la conversazione da l. E poi le feste e il ballo in piazza. Santi aveva informazioni su entrambi. A Jokin, lo lasci a bocca aperta.
"Allora tu sei il figlio del macellaio."
Chiese perch erano fuggiti. Gli risposero. Anche perch volevano entrare nell'organizzazione.
Joxe Mari:
"Ormai non ci provavamo pi gusto a bruciare autobus e bancomat. Vogliamo fare il passo definitivo".
E lo fecero. L'avevano gi fatto. Per cinque giorni rimasero rinchiusi in una stanza non molto pi grande di questa cella.
Tre passi di larghezza e cinque di lunghezza. Forse un po' di pi, ma non credere molto di pi. Ricorda che c'era una finestra troppo alta per affacciarsi. E per giunta era tappata da una tenda di tela spessa, color blu scuro, che quasi non lasciava entrare la luce. Si sentivano rumori dall'esterno: voci e risate di bambini, il ratat di un trattore o, senn, di qualche macchina agricola, e una campana che batteva le ore a volte lontano, a volte vicino, a seconda di come tirava il vento. Di tanto in tanto cantava un gallo.
Il corso sulle armi? Interessante. La parte teorica non tanto. Almeno erano occupati. Lo tenne un istruttore con il viso coperto da un passamontagna. I primi due giorni si present in bermuda e maglietta. Ne sapeva un casino di esplosivi, per a montare e smontare il mitra era un disastro. Accanto a lui, a sorvegliare, c'era il responsabile della logistica, con un nome di battaglia che Jokin, di nascosto, gli cambi in Belarri, per via delle sue orecchie incredibilmente grandi. Per Joxe Mari era impossibile parlare con lui senza guardargliele. Il giorno del mitra dovette intervenire perch il tipo con il passamontagna non ne azzeccava una.
La cosa migliore, e di gran lunga, le esercitazioni di tiro. Ricordo quando abbiamo sparato con una pistola calibro 7.65. Pum, pim. Belarri fece una faccia da ebete.
"Cazzo, ragazzi, come fate ad avere questa mira?"
Spararono anche con Browning, Sten e Firebird, quest'ultima con un silenziatore. Zum, zum, una goduria. Belarri, muto per lo stupore, soprattutto per Jokin, che non ne sbagliava uno. Joxe Mari pensa che per la sua fama di buon tiratore l'avevano inquadrato prima di lui in un falde dove bisognava coprire d'urgenza un posto vacante. La separazione fu un colpo duro.
Per alleviare la solitudine avrebbe potuto vedersi con Koldo, che in quel periodo viveva nei paraggi. Non gli andava. Lui e Jokin lo incrociarono a sorpresa un pomeriggio in un bar di Brest. Cazzo, cazzo. E s, parlarono, ma le parole, il tono, i gesti, non erano come all'epoca in cui dividevano la casa in paese.
"Insomma, mi perdonerete. Pensavo che non ne sarei uscito vivo."
"Tranqui. Li ripagheremo con la stessa moneta." Scherzarono, rimasero d'accordo di vedersi un altro giorno; ma la verit  che non gli diedero mai un appuntamento. Non si fidavano.
*****

58

Gioco da ragazzi

" un gioco da ragazzi."
"Io entro con il ferro e voi aspettate fuori. Prima o poi devo cominciare."
Dicevano che trafficava droga. L'organizzazione lo afferm nel comunicato che sarebbe stato pubblicato giorni dopo su Egin. Una ekintza rapida e facile, niente di spettacolare, ma adatta a mettere alla prova la tempra. Glielo disse Patxo, per tranquillizzarlo?, ed era vero. Joxe Mari la ricordava spesso perch fu la sua prima azione con il morto. Il suo battesimo del sangue altrui. Per le altre azioni doveva fare mente locale. Di quelle dell'inizio ha dimenticato molti particolari. Erano stati semplici lavoretti: un paio di danneggiamenti, una rapina. Quella del bar, invece, ce l'ha molto presente. Non per il tipo. Del tipo non gliene fregava niente. A me danno l'ordine di giustiziare tizio e io lo giustizio chiunque sia. La sua missione non era pensare n sentire, ma eseguire ordini. Questo non lo capiscono quelli che poi criticano. Soprattutto i giornalisti, mosche appiccicose in agguato ad aspettare l'occasione di chiedere se uno si  pentito. Un altro paio di maniche  quando se lo chiede lui stesso, da solo nella cella. Lo assalgono, certi giorni, raffiche di sconforto. Sempre di pi. Cazzo,  che sono dentro gi da un casino di anni.
Gli fornirono i dati accompagnati da una foto. Con quel naso e quei baffi non era possibile sbagliarsi. Il tipo, fra i trenta e i trentacinque anni, gestiva un piccolo bar, una specie di pub. E a volte c'era lui a servire dietro il bancone, a volte una donna. La donna non interessava. Il locale si trovava in una strada poco trafficata. Vigilanza? Nessuna. E non ci sarebbero stati nemmeno problemi per allontanarsi dalla zona. Aveva ragione Patxo quando diceva che era un gioco da ragazzi.
In qualche occasione avevano tirato a sorte chi dovesse fare questo o quell'altro. Quella volta, no. Joxe Mari insistette che doveva essere lui e nessun altro. Per provocare, Txopo propose di deciderlo giocando a indovinare le monete nascoste nel pugno.
"No, cazzo."
"Vabbe', d'accordo."
Lui sarebbe entrato nel locale, Patxo avrebbe aspettato sul marciapiede coprendogli la ritirata e Txopo, che dei tre era quello che guidava meglio, seduto al volante dell'auto. Ve l'ho detto, un gioco da ragazzi.
Dormirono sui materassini nell'appartamento dove erano stati ospitati la sera prima. E Joxe Mari, ora come ora, non ricorda di avere fatto quella notte qualche sogno legato alla ekintza del giorno dopo. C'era un televisore, cenarono con quello che trovarono nel frigorifero, guardarono un film. Questo  tutto.
La mattina, non  che fosse nervoso, almeno non al punto di non poter mostrare tranquillit davanti ai compagni, che erano questo, compagni, non amici. All'improvviso gli si risvegli la tensione che provava di solito, ai tempi in cui giocava nella squadra di pallamano, qualche ora prima di una partita importante. In quei casi parlava poco e non gli andava che gli parlassero, pi che altro per non perdere la concentrazione, per non rilassarsi troppo.
"Andiamo."
Partirono. Problemi, contrattempi, imprevisti? Nessuno. I suoi compagni conoscevano un Joxe Mari pi portato a fare battute, pi chiacchierone. Lungo il tragitto:
"Sei incazzato o che?"
"Che ne dite di smetterla di rompermi i coglioni?"
Proseguirono in silenzio. La strada solitaria, con poche auto, gi ai limiti del centro urbano. Trovarono parcheggio senza difficolt. L'obbiettivo arriv uno o due minuti dopo l'ora che risultava abituale in base alle informazioni che gli avevano fornito. I baffi, il naso: era lui. Alz la saracinesca senza guardarsi intorno. Quello non si rende conto che gli resta un minuto di vita. Ed entr nel locale.
La verit: a Joxe Mari, sul sedile accanto all'autista, il cuore batteva forte. Gi lungo la strada aveva fatto finta di appoggiare le mani sulle ginocchia. Invece no. Si teneva le gambe per controllare il tremore. Oggi sa che c' un prima e un dopo della prima vittima uccisa, anche se queste cose, pensa, dipendono da come si  fatti. Perch,  chiaro, fai esplodere con una bomba un ripetitore televisivo, faccio un esempio, o la succursale di una banca, e s, provochi dei danni, ma sono sempre cose che si possono riparare. Una vita, no. Ora ci pensa con freddezza. Allora lo preoccupava un'altra cosa. Cosa? Be', che i nervi gli giocassero un brutto tiro. Temeva di mostrarsi debole, insicuro, alla presenza dei compagni, o che l'ekintza fallisse per colpa sua.
Meglio agire, non lambiccarsi il cervello. Scese dall'auto con decisione, convinto di lasciare il tremore e le palpitazioni nella macchina. Non chiuse del tutto la portiera. E Patxo, che aveva occupato il sedile posteriore, nemmeno. Parlarsi, guardarsi? A che scopo? Avevano programmato tutto e la luce intensa del sole li colp all'improvviso sul volto.
Joxe Mari vide balconi con i panni stesi. Questo non  un quartiere di ricchi. Che strano, no?, pensare una cosa del genere in quel momento, con il peso della Browning sotto il giubbotto. Un lato della via dava sulla campagna. Laggi, l'autostrada. Brutto posto. Un gruppo di bambini giocava in fondo, sparsi su un terreno con calcinacci e cespugli sui bordi. Cosa vuol dire in fondo? A cento o centocinquanta metri. Troppo distanti e occupati per prestare attenzione ai due giovani che s'incamminavano, uno davanti all'altro, verso il bar. A Joxe Mari il cuore non batteva pi cos forte. Gli succedeva la stessa cosa quando giocava a pallamano. Appena l'arbitro fischiava l'inizio della partita, lui si calmava senza perdere la tensione.
Mentre avanzava lungo il marciapiede smise di sentire i passi di Patxo alle sue spalle. Pass davanti a un portone a vetrate con il suo numero. Che numero? Come faccio a ricordarmelo dopo tanti anni? Invece ricorda che per entrare nel bar bisognava salire due gradini. O erano tre? La saracinesca non era sollevata completamente, ma abbastanza da non obbligarlo ad abbassare la testa. E subito percep l'odore di fumo stagnante, di tugurio con cattiva ventilazione. Gli ci volle un secondo per abituare gli occhi alla penombra. E lo sconcert non trovare l'obbiettivo all'interno del bar. Il locale non era molto pi grande di questa cella, anche se pi lungo, con un'apertura in fondo da dove all'improvviso comparvero il naso e i baffi.
"Ti dispiace aspettare un po'? Non ho ancora aperto."
Il tipo portava una catenina intorno al collo. Gli anelli argentati riflettevano la debole luce dell'unica lampada accesa. Gli scendevano lungo il petto leggermente peloso e scomparivano sotto la camicia, perci Joxe Mari non poteva sapere con che specie di pendente terminavano. Quello che fece fu fissare lo sguardo su quello spazio, proprio sotto la gola, compreso fra i due segmenti di catenina. Avvicin a quel punto la canna della Browning e spar. Ebbe il tempo di vedere l'improvvisa crepa sanguinolenta prima che il tipo crollasse su un fianco e, nella sua caduta violenta, abbattesse uno sgabello.
Si muoveva ancora sul pavimento. Riusc ancora a dire/balbettare, mentre tentava di alzarsi, con voce spezzata:
"Non sparare. Prendi i soldi".
A Joxe Mari sembr una provocazione che l'obbiettivo non fosse morto all'istante, oltre che un'offesa il fatto che lo scambiasse per un rapinatore. Il tono supplichevole, i faticosi sforzi per rialzarsi. Si convinse che il tipo volesse mostrarsi umano per suscitare compassione. A me non la dai a bere. Vide le file di bottiglie, la sbarra dove la gente di solito appoggia il piede. E ricord una massima dell'istruttore: non assassiniamo, giustiziamo. Molta attenzione, dunque, a non sbagliare. Fece un passo avanti e, senza perdere la calma, gli spar fino a fargli a pezzi la testa.
Finalmente cal il silenzio. L a due passi, aperta, c'era la cassa. Avrei potuto approfittarne. Chi se ne sarebbe accorto? Non prese niente. Neanche l'acqua del rubinetto. E questa  la prova (se lo disse da solo mentre usciva dal bar) che la nostra  una lotta giusta.

*****

59

Filo di vetro

Tassista temerario o  normale guidare cos per le vie di Roma? Con un colpo di clacson fece sobbalzare un gruppo di turisti in contemplazione di un edificio storico, radunati intorno alla loro guida al centro della carreggiata. E poi, che labirinto di vicoletti, quante curve! Abbassato il finestrino, tir fuori il braccio per salutare un bel ragazzo, in piedi per attirare clienti davanti al dehors (tendone e grandi vasi di fiori) di un ristorante. Percorsero tratti di strada selciata. E nel sedile posteriore, tra gli scossoni, mano nella mano, Arnzazu e Xabier si guardavano in continuazione come a dire: cosa facciamo? Scoppiamo a ridere o chiediamo aiuto?
Scesero davanti all'ingresso dell'Albergo del Senato. Nei pressi c'erano il Pantheon con le sue colonne di granito e tutta quella gente che scattava foto; l accanto, una carrozzella per turisti, con il suo cavallo annoiato e il suo cocchiere romanticosonnacchioso, e in mezzo alla piazza, la fontana circondata in quel momento da adolescenti, liceali?, con fazzoletto giallo al collo, berretto dello stesso colore e zainetti.
Arnzazu pag la corsa. Avevano fatto una cassa comune e lei tir fuori le banconote. Millantamila lire. Il tassista, gesti e parole da scoiattolo, ripart, buona giornata, in fretta com'era arrivato. E prima di entrare nell'hotel, invaligiati, respirando a fondo la tiepida aria di mezzogiorno, Arnzazu disse a bassa voce a Xabier:
"Te lo giuro su Dio, per un po' ho pensato che il tassista ci avesse sequestrato".
Xabier, com'era diverso allora, almeno nelle ore libere: ironico, spassoso, sarcastico (in ospedale non tanto). La sua replica: "Non c' bisogno che lo immagini. Ci ha sequestrato davvero. E quello che abbiamo pagato era il riscatto".
Dalla finestra del terzo piano si vedeva... la piazza della Rotonda? Neanche per sogno! Gli avevano assegnato una stanza che non aveva neanche una vaga somiglianza con quella del dpliant che gli avevano mostrato nell'agenzia di viaggi. Spaziosa? S. Pulita? Anche. Per la finestra dava su un buio cortile interno. Di fronte, parete annerita, di mattoni, con piccole finestre. Particolare poetico, secondo Arnzazu: un gatto accoccolato su un davanzale. E, pi in alto, vicino alla grondaia, un alberello eroico che si aggrappava alla vita affondando le radici in una crepa del muro.
"Niente lamentele, eh?"
"No, il gatto mi piace."
"I cortili interni hanno i loro vantaggi. Sicuramente quelli che hanno una stanza con vista sulla piazza di notte non riusciranno a chiudere occhio per il fracasso."
"Poverini. Li hanno fregati. Senza conoscerli, mi fanno gi pena."
"Ricorda il senso del nostro viaggio."
"Non stavo pensando ad altro. Che buon profumo che hai!"
E inizi a spogliarla, l, accanto alla finestra, e lei, pura condiscendenza dopo essersi accertata che nessuno li osservava dal cortile, splendide labbra allegre, lo lasciava fare e allargava perfino le gambe e sollevava le braccia e adottava posizioni che facilitassero l'estrazione dolce degli indumenti.
Glielo aveva detto/chiesto: che non desse adito a malintesi, che per favore esprimesse senza mezzi termini i suoi desideri, fisici o di qualunque altra indole, e lei avrebbe fatto lo stesso con i propri. Compagni, amici, amanti, due io fusi. Tre giorni a Roma avrebbero consentito loro di sondare la profondit del rapporto. Xabier si spogli in fretta. La penetr, petto contro petto. Indovinato il proposito, lei appoggi un piede sul bordo di una sedia e, cos aperta, l'accoppiamento si consum senza intervento delle mani. Uniti, senza allontanare i corpi, girarono contemporaneamente lo sguardo verso il cortile. La parete, il gatto, l'alberello. Fermi, attaccati, senza abbracciarsi, lei con le mani intrecciate sulla nuca, lui all'altezza dei reni. Una loro piacevole abitudine. Sensazione di essere due in uno senza che uno possieda l'altro. Lei, sussurrante, come se temesse di dare fastidio:
"Vuoi farlo ancora?"
Lui disse: stanotte. Rimasero immobili, silenziosi, per un minuto, due, ciascuno immerso nelle proprie fantasie e nei propri pensieri, finch il membro, a poco a poco molle, scivol fuori dal suo caldo rifugio.
"Andiamo a pranzo?"
Andarono. Dove? Gironzolarono per un po'. Di qui, di l, e senza esserselo prefisso arrivarono a piazza Navona. La fontana con quelle statue che ad Arnzazu sembrarono mostruose, il piacevole sole primaverile, alcune suore che uscirono in fila indiana da quella chiesa e, di fronte, la libreria spagnola, dove decisero di tornare dopo aver tamponato la fame o, altrimenti, domani.
Uscendo da un angolo della piazza, in direzione del fiume, si fermarono davanti a un ristorante. Qui entriamo, che sia buono o cattivo, caro o economico, perch la fame ormai tiranneggiava i loro corpi. Insalata, gnocchi, e lui, pesce, che non era male ma nemmeno da leccarsi i baffi.
"Niente lamentele, eh? Pensa alla fortuna che abbiamo avuto con il tempo."
"Questa orata, non l'avranno mica pescata nella fontana? Lo dico perch sa di piedi di statua."
"Xabier, per favore, ti sentiranno."
"Sono italiani. Non ci capiscono."
"Capiscono tutto. Se vuoi criticare, fallo in euskera."
E brindarono con vino rosso della casa, complici nelle risate, negli sguardi maliziosi, nella felicit. Lui le disse in euskera: che buon profumo che hai. Lei gli ricord il giuramento di venire a Roma a godersela. Avevano preso quell'impegno giorni prima di partire. Arnzazu aveva immaginato un filo di vetro, di cui ciascuno dei due reggeva un'estremit. Tre giorni a Roma con un filo che da un momento all'altro si poteva spezzare. Era il suo timore. E Xabier, facendo una battuta:
"Per la nostra luna di miele".
"Calma, amico. Non correre."
Era da poco pi di due mesi che lei aveva ottenuto il divorzio. Uff, le costava parlare del suo passato matrimoniale. D'altra parte le era difficile, impossibile?, cancellare otto anni di ricordi dolorosi. L'ex marito oftalmologo e Xabier si incrociavano nei corridoi, in ascensore, nel parcheggio dell'ospedale. Anche allo stadio di Anoeta, perch erano entrambi abbonati della Real Sociedad, con posti in tribuna distanti non pi di dieci metri. Xabier cercava, con la dovuta dissimulazione, di evitarlo. Come mai? Gli aveva dato fastidio una cosa. L'altro, gi separato, aveva saputo della sua relazione con Arnzazu e aveva detto a Xabier al bar dell'ospedale di badare a lei, di non lasciarla sola, e aveva approfittato per definirla una donna adorabile ma fragile.
"Prenditi cura di lei."
Come mai un'intromissione del genere? Ma le cose vanno cos, uno non vuole casini, ancor meno sul posto di lavoro, e opta per la diplomazia e il silenzio. Perci niente, aveva fatto un vago cenno di assenso con lo sguardo rivolto alla cameriera, quanto le devo? Non aveva finito di bere il caff macchiato e stava per salutare, aveva gi aperto le labbra per dire ciao, ma l'altro era stato pi rapido.
"Vi auguro tutta la felicit del mondo. Davvero. Anche se non sar facile. Lo so per esperienza."
Nel pomeriggio l'aveva raccontato a Arnzazu e lei era scoppiata in lacrime, convinta che le parole dell'ex marito equivalessero a un malocchio.
"Penserai che esagero."
Per la prima volta la vedeva piangere. Splendida, discreta, sprofondata in un'elegante tristezza. Donna sensibile, trentasette anni, tre pi di lui. Aveva fissato affascinato i suoi occhi umidi. L'aveva abbracciata, per consolarla, traendo piacere dal calore fragrante che si sprigionava da lei e aveva sfregato la guancia contro i suoi capelli neri e l'aveva baciata con affetto sulle labbra. C'era del fascino in quell'attenzione a non cancellare l'ombretto con un'estremit del fazzoletto; anche, forse, un accenno di civetteria ansiosa e un gran timore. Magari sono io che esagero. Il timore era vero e profondo, era l, dentro di lei come dolore sordo/vago ma non per quello meno bruciante.
Il timore di non essere adatta a un vero rapporto d'amore, stabile, e questo era il suo ultimo tentativo. Glielo aveva detto un sabato pomeriggio, mentre perdevano un po' di tempo prima di andare a vedere una commedia al Teatro Principal.
"Sei sicuramente l'ultimo. Non ho il minimo dubbio. Se il nostro rapporto non funziona, questa sventurata signora non si innamorer pi nemmeno dipinta. Spegner la luce per sempre."
Era stato nel corso di quella conversazione che ad Arnzazu era venuta in mente l'idea del viaggio.
"Andiamocene per qualche giorno lontano da qui, dal nostro lavoro e da tutta la gente che conosciamo. Tre o quattro giorni in cui stiamo insieme ventiquattr'ore su ventiquattro. Alla fine sapremo fin dove siamo disposti ad arrivare, se andiamo d'accordo, se vogliamo costruire un rapporto al di l del sesso. Che te ne pare? Per dividiamo le spese."
Ed erano entrati nel teatro. All'uscita, mentre passeggiavano per il porto, lei aveva detto la faccenda del filo di vetro. Aveva rivelato il proprio timore. A trentasette anni si sentiva un fiore appassito. Cosa poteva offrire? Ovviamente, amore. Quello, sicuro. Ma se per Xabier erano pi importanti altri desideri (avere dei figli, per esempio), vedeva difficile che lui potesse essere felice accanto a lei. Quel timore le rovinava le giornate, l'accompagn a Roma, salt di nuovo fuori l sotto. Dove? Sul vialetto che costeggia il Tevere. Si sedettero su una sporgenza del muro che sembrava una lunga panchina. Al sole. Avevano appena pranzato. E la corrente scorreva tranquilla e torbida. Di colpo, un sasso trovato a terra ispir a lui una sfortunata/puerile idea.
"Se riesco a lanciarlo sull'altra sponda vuol dire che niente e nessuno potr separarci."
"Lascia stare, per favore.  meglio non sfidare il destino."
"Dubiti della mia forza?"
"No, ma il fiume  piuttosto largo."
"Dai, su."
Si tolse la giacca. Quel petto, quella schiena, sono larghi, ma la giovinezza  passata. Non se ne rende conto? Prese, lui, uomo cos giudizioso, cos medico e cos ragionatore, la rincorsa e scagli il sasso con grande potenza e desiderio maschile di impressionare la femmina. Il sasso part sparato a enorme velocit nell'aria chiara del primo pomeriggio. I due seguirono l'arco della sua traiettoria con lo sguardo. Il sasso, appena un punto nero che si allontanava, inizi a cadere e cadde, glup, in acqua.
"Be', era solo un gioco."
Da l andarono a visitare la Cappella Sistina.

*****

60

I dottori con i dottori

Il Txato stava per andare a fare la siesta. Disse che l'avevano appena conosciuta, che era presto per giudicarla; per Bittori, severa, brusca, insisteva: i dottori con le dottoresse, gli infermieri con le infermiere. Subito dopo, il labbro sdegnato e un dimenamento del collo per parodia:
"La coppietta. Oddio, ma se ha tre anni pi di lui. Quel pivellino, ha bisogno di una seconda madre o che?"
"Vabbe', vabbe'."
"Ho ragione o no?"
"Se ti sente tuo figlio, vedrai."
"Sto parlando con te. Non c' bisogno che Xabier lo sappia."
Se n'erano andati da pochi minuti, mano nella mano. Alla sua et. La coppietta felice! Di sicuro la gente del paese stava morendo dalle risate. Domenica e nuvole. La Real giocava alle cinque. Alla fine della partita, lei sarebbe andata a cercarlo/pescarlo, per continuare a tirare la lenza fino a far uscire il pesce dall'acqua e a metterlo nella cesta.
Bittori spalanc la finestra del balcone.
"Non si riesce neanche a respirare. Non dirmi che non  un'esagerazione. Perfino il brodo sapeva di profumo."
"Io non me ne sono accorto. E non mi dirai che non  bella."
"E tu che ne sai? Su, vattene a letto a sognare camion."
Sarebbero potuti tranquillamente andare tutti e quattro in un ristorante. In un primo momento il Txato lo aveva suggerito. Con tutto che non gli piaceva mettere bocca se non glielo chiedevano. Poco dopo Xabier aveva fatto la stessa proposta al telefono, bisogna dire anche questo, per Arnzazu, che preferiva farsi conoscere "in territorio neutrale". Sia il padre sia il figlio si erano mostrati disposti ad accollarsi le spese; ma Bittori aveva detto che non se ne parlava nemmeno. Il motivo? Be', che, a suo modo di vedere, al ristorante tutti si comportano come ci che non sono e che, per conoscersi bene, non c' nessun posto come casa propria.
Il Txato:
"Preferisci passare tutta la mattina a cucinare?"
"E allora? Quando mi hai portato al casolare a conoscere la tua famiglia, anche tua madre ha preparato il pranzo. Zuppa di ceci e pollo fritto. Me lo ricordo ancora. E alla fine l'ho aiutata a rassettare. Invece, la signorona qui non si  nemmeno offerta di darmi una mano. Tanto raffinata e truccata e tutto il resto, ma quando ha visto che sparecchiavo non ha mosso un dito. Che educazione!"
Li aspettavano all'una e mezza. Un quarto d'ora prima, Bittori aveva messo il Txato di sentinella, senza farti vedere, eh?, accanto alla finestra del balcone con ordini rigorosi. Uno, che non gli venisse in mente di sfiorare le tende, che le ho appena lavate; due, che l'avvisasse non appena li vedeva imboccare la strada, perch non voleva assolutamente ricevere quella donna con il grembiule addosso.
"Quella donna? Si chiama Arnzazu."
"Non mi interessa come si chiama."
E poi, voleva esaminarla prima delle presentazioni. Ah, e tre: che non mangiucchiasse niente di quello che c'era sulla tavola: asparagi con la maionese, prosciutto di Jabugo, crocchette di baccal, percebes, mazzancolle.
"Ho tutto contato."
Il Txato, di vedetta, che pazienza mi deve dare il Signore, sorvegliava la strada poco trafficata perch era domenica. E all'ora convenuta, puntuali, mano nella mano, li aveva visti comparire nel suo campo visivo, lei con un mazzo di fiori. Che alta, che bella, che elegante. Impressionato, aveva indugiato per qualche secondo nella contemplazione dell'immagine prima di avvisare Bittori, che era arrivata a passi nervosi dalla cucina, togliendosi in fretta e furia il grembiule.
"Le scarpe non stanno bene con il vestito."
"A me sembra un monumento di donna."
"Non toccare la tenda, fammi il favore."
"Che presenza che ha!  alta quasi quanto nostro figlio."
"Il nero dei capelli non  naturale. E la spilla sul risvolto, da qui, sembra una macchia d'unto. Direi che questa signora non ha molto gusto."
Dopo il commiato della coppia ormai ufficialmente riconosciuta, il Txato, che aveva mangiato e bevuto per tre, fece la sua siesta? Ci prov. Bittori, indaffarata in cucina, non riusciva a calmarsi. Si confidava, madre monologante, madre addolorata, con la schiuma dell'acquaio. Suo figlio con quella donna, una semplice infermiera ausiliaria. Manifest la propria contrariet al pubblico composto da stoviglie sporche. Allo strofinaccio disse questo; al rubinetto quell'altro. Non riceveva risposte, non trovava la comprensione desiderata. Aveva bisogno a ogni costo di aver vicino orecchie umane. In casa, in quel momento, c'erano soltanto quelle del Txato. Allora, spiacente per la sua digestione e il suo riposo, entr, quello era entrare?, be', fece irruzione nella stanza. Parlava da sola gi dalla cucina, asciugandosi le mani sul grembiule. Senza smettere di parlare si sedette sul bordo del letto. Diede uno scossone al marito.
"Come fai a dormire cos tranquillo?"
Addio, siesta. Con la lingua assopita, farfugli: cos'hai, che succede. Bittori non rispose. Non sembrava nemmeno interessata a conversare. Non cercava un interlocutore, soltanto delle orecchie.
"Non credo che Xabier possa essere felice con quella signora. Lei avr tutte le virt che vuoi. Io, per la verit, non gliene vedo da nessuna parte. Mi  sembrata una maniaca dalla testa ai piedi. I frutti di mare non li ha assaggiati. Il prosciutto, nemmeno. Ho passato tutta la mattina ad arrostire un maialino, sono andata a Pamplona a comprarlo, e alla fine viene fuori che  vegetariana. Dimmi tu."
A Bittori non era sfuggito un gesto dell'ospite. Quale? Be', che, credendo che nessuno la vedesse, aveva avvicinato di nascosto, goffamente, le sue labbra pittate all'orecchio di Xabier; ci aveva versato dentro rapide parole segrete che formavano una preghiera, un ordine? E l'ingenuo, quello che obbedisce a una subalterna, lasciando passare qualche secondo come per fingere che la richiesta fosse farina del suo sacco, aveva detto:
"Ama, ti dispiacerebbe portare via da tavola la testa del maialino?"
Tutti gli sguardi erano confluiti sul vassoio con il tostato, succoso, pacifico animaletto appena servito al centro della tavola. Mezzo maialino commissionato a un macellaio di Pamplona. I suoi bei soldi era costato a Bittori, oltre al viaggio di andata e ritorno in autobus. E tutto per accogliere l'ospite con un prodotto di prima qualit.
Prima comprava il maialino da Josetxo. Ci comprava di tutto. C'era fiducia, amicizia. Ora non si salutano nemmeno.
"Perch?"
"No,  che Arnzazu non  abituata."
La difendeva,  chiaro. E lei ci considerer dei carnivori primitivi. Bittori non aveva potuto fare a meno di sentire la mediazione di Xabier come una pugnalata.
"Tu t'immagini nostro figlio a vivere con una persona del genere? Per Dio! In questa casa siamo da sempre amanti della carne e del pesce. Il fatto  che, per di pi, questi mangiapiante sono persone strane, piene di manie. Che modo di parlare! Facendo la professoressa, dando continuamente spiegazioni. Una semplice infermiera ausiliaria! A me non me la fa. Quella ha visto il medico ingenuotto, che ne sa un sacco di interventi chirurgici, ma di vivere con una donna non capisce niente, e ha detto: questo qui  per me. Una divorziata pi furba di una volpe. Una donna di seconda mano, che si  bagnata in tutte le acque passate, presenti e future. Mangia come un uccellino. Il pandispagna, neanche toccarlo. Le piacerebbe, ma stamattina ha gi preso la sua dose quotidiana di carboidrati.  o non  svenevole? Non hai fatto caso alla faccia che ha fatto quando le ho detto che mi sono alzata alle sette per prepararlo? Non le interessiamo minimamente. Lei pensa al suo tornaconto, a beccare il chirurgo con casa di propriet e buono stipendio. L'hai vista quando le ho chiesto se voleva portarsi via un pezzo di pandispagna in un contenitore? No, grazie, non si disturbi. Mi  venuta voglia di tirarglielo in faccia."
"Quando hai finito lo sproloquio, avvisami. Vediamo se riesco ancora a dormire un po'."
"E la storia di Roma, quanto mi puzza! Io non ci credo che hanno diviso le spese. Conosco Xabier. Metterei la mano sul fuoco che ha pagato tutto lui."
Molti anni dopo, in visita al cimitero, seduta sul bordo della tomba come quel lontano giorno sul bordo del letto, Bittori girava ancora attorno alla faccenda.
"Certo che mi piacerebbe vedere Xabier sposato. Per ben sposato e non con la prima che gli fa quattro salamelecchi e gli sorride come quell'infermiera che ci aveva portato a casa una domenica, ti ricordi? Ho dimenticato come si chiamava. Che serpe! Avevo fiutato le sue intenzioni soltanto a vederla. Lo sai che ho occhio per queste cose. E, naturalmente, se devono rendere infelice nostro figlio, preferisco che rimanga scapolo."

*****

61

Una piacevole minuzia

Faccia stravolta, passi energici. Non appena la vide avvicinarsi lungo il corridoio, immagin che veniva a piantargli grane. La neovedova che  entrata nella stanza; ha trovato vuoto il letto occupato fino a ieri dal marito; ha chiesto a un'infermiera e lei, forse senza i dovuti riguardi, le ha comunicato la notizia.
Adesso viene a stabilire le responsabilit. In genere, ritiene Xabier, sono le donne che non si rassegnano al fatto naturale della morte; cercano un colpevole, un assassino?, ed ecco li, camice bianco, a portata di insulti, rimproveri, accuse, il medico di turno.
Nelle stesse circostanze, di solito i mariti sono pi facili da gestire. In genere, crollano verso l'interno; le donne (forse non le pi giovani) verso l'esterno, riversando emozioni senza ritegno. Almeno, questa  la sua esperienza dopo due decenni di esercizio della professione. Di tanto in tanto, una signora perde le staffe in sua presenza. Una signora di et avanzata, di cultura limitata, ma con un grande talento per le eruzioni verbali. Xabier ha vissuto/sopportato situazioni simili in diverse occasioni. Le regge con disinvoltura.
Questa ottantenne ha esagerato. Tra urla e singhiozzi, le sono scappate alcune parole offensive che hanno provocato a Xabier una lacerazione interna. Convinta che il medico, per cattiveria, per noncuranza?, non abbia fatto quanto poteva per salvare il paziente, gli ha detto, dandogli del tu, alterata, urlante, che:
"Se c'era tuo padre al posto di mio marito, sicuramente non lo lasciavi morire".
Lo minaccia di sporgere denuncia. E lui, paralizzato. L'allusione al padre, sar stata per l'et del defunto? Lei agita le braccia in aria. Apre esageratamente la bocca. Le mancano dei denti. E lui, impassibile, mentre lei racconta che in un ospedale di Logrono gli hanno curato una perforazione di... Cerca il termine tecnico, non lo trova e conclude, brusca, con un sinonimo popolare: trippe.
Senza muovere neanche un muscolo della faccia, Xabier guarda il fondo di quegli occhi lacrimosi, scriteriati, furibondi. Poco dopo, quando la signora  un po' pi calma, le domanda con freddo rispetto:
"Lei conosce mio padre?"
"No. Ci mancherebbe. Per  sicuro che se il malato era tuo padre ti saresti impegnato di pi."
 tutto ci che desiderava appurare. Se lo conosceva, se sa cosa  successo. Xabier non ha il minimo interesse a continuare ad ascoltare l'anziana signora. Non le fa nemmeno le condoglianze. Le dice educatamente di scusarlo, deve occuparsi di altri pazienti. Dopo un po', con il morale a terra,  seduto alla scrivania del suo studio. Si versa del cognac in un bicchiere di plastica. Lo svuota in un sorso. Riempie di nuovo il bicchiere senza smettere di guardare la fotografia del padre. Le sue sopracciglia severe, le orecchie che fortunatamente n lui n sua sorella hanno ereditato. Nella testa di Xabier risuona stridente la voce della signora in corridoio. Non lo avresti lasciato morire. Aita, ti ho lasciato morire? In ogni caso, non lo ha impedito. Non l'hai impedito, Xabier. Chi lo dice? Lo dicono gli occhi seri di suo padre. E da allora non hai osato, ti sei vergognato, hai ritenuto indegno cercare di strappare alla vita pezzi di felicit.
Dopo il secondo bicchiere, alz lo sguardo verso la ragnatela, l in alto, alla ricerca di bei momenti del passato, perch li aveva avuti, certo che li aveva avuti, e non soltanto durante l'infanzia, quando  pi facile illudersi. Adesso, invece, prova una specie di repulsione nei confronti dell'allegria.
Quante volte ha avuto la tentazione di chiedere per favore alle ragazze del servizio di pulizia di non rompere/togliere la ragnatela! In un solo colpo lo priverebbero di tanti ricordi. Lo priverebbero, senza spingersi troppo oltre, di questo che adesso, dopo il terzo cicchetto di cognac, gli restituisce l'immagine di Arnzazu. Quando, dove? Se lo volesse, potrebbe datarlo. Tutti gli avvenimenti della sua vita sono accaduti a una determinata distanza temporale dall'assassinio di suo padre. Ha finito l'universit sette anni prima di, ha partecipato a quel congresso di chirurgia cardiovascolare a Monaco nove anni dopo che. Come gli avvenimenti storici rispetto alla nascita di Cristo. E Arnzazu  anteriore al punto zero e anche un poco, molto poco, posteriore, soltanto qualche ora.
Si ricorda del posto e dell'ora. Il caff Gaviria, sull'Avenida, all'imbrunire. E estate. Un anno e pochi mesi prima di. Ma questo, in quell'istante, non possono saperlo n lui n lei. Siccome fuori tutti i tavoli erano occupati, avevano deciso di sedersi dentro.
Beve un altro sorso di cognac che poi lo costringer a prendere un taxi per tornare a casa. Non si spiega perch gli torni alla memoria un episodio apparentemente cos banale; ma a una ragnatela non puoi chiedere di scegliere la preda. Afferra, se afferra, quello che ci finisce dentro; sebbene sia, come questo ricordo, nulla, una piacevole minuzia, un gioco di innamorati incipienti.
Lui, medico ancora tirocinante,  seduto qui; lei, infermiera ausiliaria, dall'altro lato del tavolo. Non  il loro primo appuntamento. Sono andati a letto insieme due volte. L'ultima, la sera prima; ma questo che significa? La guarda, scrutandola; non riesce a evitarlo.  da un po' che Arnzazu racconta con evidente intensit un episodio della sua vita privata. Cosa dice? Qualcosa su quando era sposata. Lui ascolta a stento. Osserva affascinato le sue labbra mentre Arnzazu parla e quando fa un tiro elegante, civettuolo?, dalla sigaretta. Labbra fresche, femminili, ben tornite, che si muovono con naturalezza e, quando pronunciano la u, insinuano un bacio fugace nell'aria. Labbra affascinanti sulle quali lui, in quello stesso momento, passerebbe piano la lingua. Lo stanno tormentando quelle labbra sul viso aggraziato di Arnzazu. E io, che lavoro con i corpi, che devo fare uno sforzo per non vedervi soltanto organi e vasi sanguigni e tessuto muscolare e ossa, mi sento trascinato da un irresistibile impulso erotico.
"Cosa guardi?"
"Immagino te lo abbiano detto spesso che sei molto bella."
"Cio, non mi stai ascoltando."
"Impossibile."
"Non sono pi quella che ero. Ormai ho i miei anni."
"Con te la natura si  impegnata a fondo."
"Dai, Xabier, mi fai arrossire."
Allora lui aveva posato la mano destra sul ripiano del tavolino, con il palmo rivolto verso l'alto. Assomigliava al gesto di un mendicante. Anche gli scimpanz tendono la mano aperta verso i loro consimili come richiesta di riconciliazione, non so, in segno (l'ho letto una volta) di ospitalit e di pace. E Arnzazu lo aveva corrisposto, posando la sua, pi piccola, palmo contro palmo, su quella di Xabier.
La ragnatela, l in alto, conservava nitido quel ricordo lontano. Il tatto gli aveva annunciato che nella mano di Arnzazu c'era una profonda concentrazione di umanit. Una mano tiepida, morbida. Quella di una donna che ha conosciuto delusioni e sicuramente sofferenze; che ha lavorato tanto; che ha preso, portato, sollevato, e che , era, un meraviglioso strumento di piacere.
La vede adesso con la sua pelle delicata, le dita sottili e fiduciose, e le unghie dipinte di rosso. Di colpo aveva sentito sul proprio palmo la persona intera che il tatto gli annunciava con un enorme impeto di tenerezza. Oh, Dio mio, questa donna  innamorata fino al midollo.

*****

62

Perquisizione domiciliare

Dormivano tutti e quattro quando inizi il pandemonio nel cuore della notte. Arrivarono almeno in sei, alcuni con il passamontagna, lanciando delle urla che a cosa servivano? Ce n'erano ancora altri gi al portone. Alcuni avevano sbarrato la strada. Un mucchio di guardie civili. Pom, pom, dovevano aprire. Miren, a letto, a Joxian:
"Vai tu o vado io?"
"Chiss chi ."
"E chi dev'essere? La polizia."
Prima suonarono il campanello. Poi scatenarono un putiferio di manate sulla porta. A quel punto dovevano gi essersi svegliati tutti i vicini. Miren, accesa la lampada del comodino, si affrett a infilare i piedi nelle pantofole e a mettersi la vestaglia sopra la camicia da notte. Disse a Joxian:
"Dev'essere per Joxe Mari".
Non appena cominci ad aprire, spinsero la porta dall'esterno. Vide la canna di un'arma. Vide due stivali neri sullo zerbino. Forza, che si scostasse. Erano venuti a perquisire. E gli txakurras si distribuirono cos in fretta per la casa che lei non riusc neanche a contare quanti erano.
Li riunirono tutti e quattro in sala da pranzo. Gorka in mutande e scalzo. Ad Arantxa invece diedero il tempo di infilarsi 1 qualcosa, per anche lei era a piedi nudi. E Joxian, in pigiama, spaventato, con una macchia di urina sui pantaloni.
Il mandato? Non gli venne in mente di chiederlo. Che ne sapevano loro. E non avevano neanche notizie di Joxe Mari, tranne Gorka, ma lo seppero dopo, perch il ragazzo non gli aveva voluto raccontare niente. Alla fine, le guardie ce l'avevano il mandato. Ce l'aveva lo stesso tipo che disse che prima o poi avrebbero preso quel terrorista, e allora avrebbe capito cos'e il bene e cos' il male. Fu lui a buttare il mandato a terra, cos vi ci soffiate il naso, e a chiedere qual era la stanza di Joxe Mari.
"Mio figlio non abita qui."
"Tuo figlio  domiciliato in questa casa e sappiamo che avete delle armi."
"Invece qui non ci abita."
E qual era la stanza del terrorista o avrebbero rivoltato l'appartamento. E a Gorka, chi sei?, quanti anni hai? E Miren pensa che se il ragazzo avesse avuto un paio di anni di pi, se lo sarebbero portato via. Gorka si identific. Ancora molto giovane. Intimorito, chiese se si poteva vestire.
"Da qui non si muove nessuno."
Poco dopo un altro txakurra ordin ai quattro di uscire sul pianerottolo, cos com'erano, dicendo di fare mooolta attenzione a non aprire nessun cassetto e a non toccare niente. E a Gorka, senza motivo o perch non camminava in fretta quanto doveva, gli moll uno spintone.
Dopo un po' che i quattro erano usciti dalla casa, comparve, con la faccia assonnata, la segretaria del tribunale, che li salut come se si conoscessero da una vita. Due guardie civili armate sorvegliavano, una sul tratto di scale che portano al primo piano, l'altra sul portone.
Miren aveva i lineamenti contratti, duri. Con la faccia arrabbiata offr la vestaglia a Gorka, prenderai freddo; per il ragazzo, depresso, silenzioso, non l'accett.
Si spegneva la luce in continuazione. La guardia appostata vicino al portone aveva l'interruttore a portata di mano e lo premeva. Ai vicini di fronte coprirono lo spioncino con il nastro isolante. Una ics. Non so se comunque i vicini avevano visto o cosa, per a un certo punto lei o lui aprirono zitti zitti la porta, un po', abbastanza per allungare la mano e lanciare due coperte sul pavimento del pianerottolo.
Joxian tremava. Gorka tremava. Padre e figlio si divisero le coperte. Arantxa disse che non aveva bisogno di coprirsi. A Miren non chiederlo nemmeno: la rabbia/odio la riscaldava. Luce, buio. Luce, buio. Cos per un sacco di tempo. Dentro casa si sentivano di tanto in tanto rumori inquietanti. Miren, fra i denti:
"Ci faranno a pezzi l'appartamento".
Arantxa chiese alle guardie se ci possiamo sedere e una di loro, stringendosi nelle spalle, rispose che se ne sbatteva i coglioni se vi sedete o no. Cos la ragazza si sedette sul gradino superiore; accanto a lei, pi tardi, Gorka, avvolto nella coperta dei vicini. Joxian, dopo un bel po', si sedette a terra. Guardava in continuazione l'orologio, preoccupato perch alle sei doveva andare a lavorare. Soltanto Miren rimase in piedi, rigida, dignitosa, a rodersi.
A un certo punto si cominciarono a sentire delle voci in strada. Ragazzi del paese che erano saltati dal letto e, ammassati in qualche angolo, gridavano slogan nel bel mezzo della notte: Polizia, assassina; Txakurrak kanpora e altri pezzi del solito repertorio.
Quasi quattro ore dur la perquisizione. Portarono perfino un cane in casa; secondo Miren, a impiastricciare di bava le nostre cose e, senti a me, a pisciare e a cacare. Lasciarono l'appartamento come se ci fosse passato un tifone. E perch, se Joxe Mari non aveva quasi pi niente nella sua vecchia stanza? Il pi danneggiato fu Gorka. Si portarono via la sua cartella della scuola, un quaderno con poesie scritte a mano, un album di foto e cose del genere. Arantxa rimpianse una decina di film su videocassetta.
Spunt una giornata grigia. Joxian and in bicicletta alla fonderia. Aveva rinunciato alla colazione e a lavarsi a fondo, ma anche cos sarebbe arrivato tardi. Arantxa ebbe il tempo di sistemare la stanza prima di andare al lavoro. Si lamentava: le avevano rovesciato una boccetta di profumo, regalo di Guillermo. Da uno dei cassetti del com avevano strappato via la maniglia. Un aspetto peggiore presentava la stanza di Gorka. Ges, Giuseppe e Maria! Sua madre gli disse: su, vai alla ikastola, che se ne occupava lei.
Nel corso della mattinata ficc cose nei sacchetti di plastica per buttarle nella spazzatura. Cose, alcune nuove, che trovava sparse sul pavimento. Calzini, indumenti intimi; insomma, capi di vestiario e oggetti dove supponeva che le guardie civili avessero messo le mani, e il cane, il muso. E sebbene fossero le sue cose e quelle del marito e dei figli, le faceva schifo toccarle. Le prendeva con due forchette, non le venne in mente altro. E quelle di maggior valore le mise in lavatrice o, se non erano abiti, in ammollo nell'acquaio della cucina. Le faceva schifo respirare nella sua stessa casa. Perci apr le finestre da cui entrava molta corrente. Lav i pavimenti con la candeggina, pass strofinacci umidi sui mobili, pul/disinfett i battiporta. Dopo un po' tornava a pulire dove aveva gi pulito prima perch aveva la sensazione che rimanessero segni, odori, chiss, delle anime sporche degli txakurras.
Verso le dieci del mattino buss alla porta dei vicini di fronte. C'era ancora lo spioncino coperto da due strisce di nastro isolante. Chi era.
"Sono io."
Le aprirono. E Miren restitu le coperte, riconoscente. L'invitarono a entrare. Accett. Disse che non voleva stare da sola nella sua casa violata.
"Ah, cosa dici."
I vicini raccontarono la loro versione. Il rumore, le voci, lo spavento. Non erano riusciti a chiudere occhio per tutta la notte. Offrirono del caff a Miren. Tirarono fuori una scatola di biscotti. Anche lei raccont quello che era successo. Gran dispiacere la storia di Joxe Mari! Non sapevano niente di lui, se non che non era in paese. Alle undici disse che doveva andare e se ne and. Entr un istante a casa. Non ci rimase nemmeno cinque minuti. Giusto per spazzolarsi i capelli e cambiarsi. Pronta a parlare con Josetxo o con Juani e a domandare se avevano perquisito anche casa loro, usc lasciando le finestre spalancate. Se devono rubare, rubino pure.

*****

63

Materiale politico
 
 Prese Juani in un brutto momento, da sola a servire in macelleria.
"E Josetxo?"
Glielo chiese al di sopra di parecchie teste.
"Dal medico."
"Se vuoi, torno pi tardi."
"No, aspetta."
Un po' dopo, le due donne poterono chiacchierare un minuto da sole.
"Sapete qualcosa?"
"Niente."
"Stanotte mi hanno fatto a pezzi la casa."
"In paese non si parla d'altro. Magari oggi vengono da noi."
"Capaci."
"E cosa cercavano?"
"Cose di Joxe Mari. Terrorista, lo chiamano. Pensavano di trovare armi. Siccome non c' niente, si sono portati via le prime cose che hanno trovato."
"Josetxo  nervoso. Crede che i nostri figli siano entrati nella lotta armata. Quei due, dice, non li vedremo per molto tempo."
"Che idee che ha tuo marito."
"Ieri  venuto Patxi. Ha detto a Josetxo che se abbiamo in casa dei documenti di Jokin, dobbiamo assolutamente buttarli. Pi chiaro di cos. Be', devo lasciarti."
"Non ha detto dove sono andati quei due?"
"Gliel'ho chiesto, cosa credi? Non era molto in vena di parlare. L'unica cosa che voleva era che getteremmo prima possibile le carte."
"Accidenti, invece a casa mia, ad avvisarci, non  venuto."
E allora, camminando per strada, si ricord, mise in relazione, dedusse, sospett. Oddio! Il giorno prima aveva sorpreso Gorka in piedi, con le scarpe!, su una sedia, che strappava via dalle pareti i manifesti di Joxe Mari. E sul pavimento c'erano due sacchetti di plastica con giornali e riviste. Gi una volta gli aveva chiesto perch non togli quelle porcherie dal muro adesso che tuo fratello non abita con noi. Lui: no, ama, che se lo viene a sapere mi pesta.
"Ehi, che fai l sopra?"
"Niente. Cambio un po' l'aspetto della stanza."
"E non potevi coprire la sedia con un giornale?"
Sulla via del ritorno a casa, Miren parlava da sola per strada. La salutarono, rispose senza voltarsi. Se gli txakurras vedevano i manifesti, buonanotte al secchio. Ci portavano tutti in caserma ammanettati. Un pensiero la intrigava. Gorka aveva fatto a casa nostra quello che Patxi aveva chiesto a Josetxo e Juani di fare in tutta fretta nella loro. Che coincidenza, no?  il caso di chiarire.
Mentre stava ancora entrando dalla porta, lo abbord senza dargli neanche il tempo di togliersi le scarpe. Forza, le spiegasse perch aveva strappato via i manifesti di Joxe Mari. Be', perch li vuole sostituire con altri.
"E dove sono questi altri manifesti? Io ora vedo le pareti nude."
"Accidenti, ama, penso di procurarmeli a poco a poco."
"Che ne hai fatto di quelli di tuo fratello?"
"Li ho buttati."
"Non erano tuoi."
"Erano sporchi e vecchi."
"E le riviste e le carte che Joxe Mari aveva nell'armadio?"
"Ho bisogno di spazio e lui non c'."
Lo guard da vicino negli occhi. Un secondo, due, e al terzo, paf, gli moll un ceffone che provoc uno schiocco di carne pestata.
"Questo  per non avermi detto la verit."
Come gli avevano chiesto Jokin e suo fratello, Gorka era sceso in paese e alla Arrano aveva raccontato a Patxi quello che doveva raccontargli. E Patxi aveva detto cazzi e stracazzi, e senza perdere tempo aveva agito, fatto, organizzato. Alla fine, dopo avere salutato il ragazzo, che doveva andare a prendere la prima delle due biciclette per Jokin e suo fratello, vieni qua, l'aveva chiamato di nuovo. Era stato allora che gli aveva domandato se c'era ancora del materiale di Joxe Mari in casa dei suoi aitas. Materiale?
"Materiale politico, hai presente?"
Ci aveva messo qualche istante ad afferrare l'idea. Cio: manifesti, propaganda, qualche Zutabe. Ah, allora s, ce n'era parecchio. Lo doveva distruggere tutto, al pi presto.
"Prima possibile, mi hai sentito?"
Non gli aveva spiegato perch dovesse fare senza indugio quella pulizia, n a Gorka, spaventato, era passato per la testa di chiedere chiarimenti. Aveva capito, ovviamente, l'essenziale del messaggio: che bisognava fare in fretta.
A sua madre:
"Ora lo sai".
"Perch non me lo hai detto quando te l'ho chiesto?"
"Che importa? Non ti basta che gli txakurras non abbiano trovato niente?"
"E visto che sei cos attivo, sai dov' tuo fratello?"
"Non ne ho idea."
"Sicuro?"
"Te lo giuro, ama. Ma te lo puoi immaginare."
"Be', dove?"
"Lo sai meglio di me. E a me l'unica cosa che piacerebbe  che mi lasciaste tutti in pace."
Corse difilato nella sua stanza. Lungo, magro, ogni giorno con le spalle pi curve. Si chiuse a chiave e non voleva uscire. Miren: che gli si stavano raffreddando le bietole, che ha gi passato una mattinata pesante e ci manca solo che adesso arrivi lui a crearle problemi. Stava perdendo la pazienza, alzava la voce, gli disse che e lo minacci di. E allora si sent una chiave che girava, capitolando. Gorka si sedette al tavolo della cucina. Inizi a mangiare con la testa bassa. Aveva gli occhi irritati, come se avesse pianto, e il viso punteggiato di foruncoli.
Mangi questo, quell'altro. Con un certo appetito, del resto. E di tanto in tanto Miren rivolgeva lo sguardo verso di lui. Per vedere se mangiava, per vedere se piangeva? Alla fine gli avvicin la fruttiera senza dire una parola. E mentre gli ritirava il piatto con gli ossi del pollo, gli sfior una mano. Gorka la allontan all'istante, deciso a evitare una possibile carezza.
Si alz da tavola. Prima che fosse uscito dalla cucina, Miren gli chiese se gli era piaciuto il pranzo. Gorka si strinse nelle spalle e lei non insistette.

*****

64

Dov mio figlio?

Cenarono tutti e quattro in cucina alla solita ora. Piatto principale, quello di sempre. Questa donna ha la mania del pesce. Fritto, con la salsa,  lo stesso: pesce il luned, il marted e dagli e ridagli finch la morte non ci liberer dalle cene. E s, a loro piace, ad alcuni di pi, ad altri meno; per, secondo Joxian, qualche volta potremmo anche cambiare.
"Ma se domenica ho fatto le crocchette."
"Di baccal, ovviamente."
Miren, che per questo tipo di lamentele  una roccia, prepar per prima cosa una scarola con aglio tritato, olio e aceto. Poi tir fuori la minestra con i fedelini avanzata dal giorno prima e alla fine sistem al centro del tavolo, tovaglia di plastica, un vassoio di alici impanate. Per le donne, acqua del rubinetto: gli uomini di solito si dividono una caraffa di vino e gassosa, pi gassosa che vino.
Arantxa, scherzando:
"Speriamo che stanotte non tornino gli sbirri".
Miren ebbe una specie di sussulto:
"Ehi, finiscila, che ce la siamo gi vista abbastanza brutta per star qui a ricordarcene".
"Magari tornano per restituirmi le mie videocassette e per pagarmi una boccetta nuova di profumo."
"Stai fresca."
"Vado a letto vestita, non si sa mai."
Sua madre le ordin di tacere. Joxian intervenne in difesa della figlia.
"In questa casa non si pu pi parlare?"
Parlare? Davanti ai figli? Con Arantxa che faceva la spiritosa? Miren, tentata di rivelare durante la cena una conversazione confidenziale che aveva avuto nel pomeriggio, prefer affrontare la faccenda da sola con Joxian quando andarono a letto. Senza preamboli:
"Ho parlato con Patxi".
"Quale Patxi?"
"Quello che gestisce la taverna. Quello l la sa lunga."
A met pomeriggio, Miren era entrata nella Arrano. Quanti saranno stati: quattro, cinque ragazzi? Non di pi. La musica a un volume che nemmeno i sordi avrebbero potuto fare a meno di sentirla. Non so com' che i vicini non protestano. Oppure magari s, protestano, ma dentro casa, perch con i ragazzi conviene andare d'accordo. E sembra che Patxi, trent'anni e rotti, orecchino, la stia aspettando. Come mai?  che non appena l'ha vista mettere un piede nella taverna le ha fatto cenno di seguirlo in magazzino.
Joxian scosse la testa, infastidito.
"Non so chi cazzo te lo fa fare di intrometterti in cose che non ti riguardano."
"Io, per mio figlio, mi intrometto dove c' bisogno. Vuoi che ti racconti o no?"
Il magazzino sapeva di vino aspro, di umidit e di muffa. C'erano ancora i muri di pietra e le travi di legno di quando era una stalla. Miren se lo ricordava. Tanti anni prima. Lei era una bambina e da casa la mandavano spesso a comprare il latte appena munto.
Patxi aveva chiuso la porta. Prima che Miren aprisse bocca, le aveva chiesto di stare tranquilla. Lei gli aveva risposto che era tranquilla. Lo era? Per nulla.
"Tu lo sai dov' andato Joxe Mari? Dimmelo subito."
"Dai, Miren, calmati."
"Accidenti, ti ho gi detto che sono calma. Sono la madre di mio figlio.  normale che voglia sapere dov' finito."
" in clandestinit."
"Benissimo. E questa clandestinit dov'? Non si deve spostare. Ci vado io."
Impossibile. Non era pi come prima, quando i famigliari andavano nel Sud della Francia nei fine settimana e portavano soldi e sigarette e vestiti ai rifugiati. Per colpa dei GAL, i militanti non hanno altra scelta che adottare precauzioni estreme.
Joxian:
"Vale a dire che non possiamo andare a trovarlo".
"Non te l'ho appena detto?"
"Allora Josetxo ha ragione. Questi non li vediamo per anni e anni."
"Secondo Patxi, ci sono due possibilit. Nostro figlio, o se ne va in Messico o in qualche paese da quelle parti, oppure entra nell'organizzazione."
"Preferisco che se ne vada lontano."
"Quello che preferisci tu non interessa a nessuno."
"Interessa a me. So quello che dico."
"Tu non sai niente di niente."
Non gli rivel, a che sarebbe servito?, che a un certo punto Patxi aveva appoggiato le mani sulle spalle di Miren. A lei era sembrato che si trattasse di un gesto non esattamente di affetto, ma di riconoscimento, di omaggio, come per dirle: hai buoni motivi per essere orgogliosa di tuo figlio. E con le mani qui, sulle spalle, le aveva detto, tranquillizzante, esplicativo, che esistevano dei canali interni di distribuzione della posta tra militanti e famigliari.
"Ah, vale a dire che ci pu scrivere?"
"S, e voi a lui."
"Gli posso mandare dei pacchetti? Tra un po'  il suo compleanno e a me dispiacerebbe se non avesse un regalino."
A letto, Joxian si volt all'improvviso per guardarla.
"Gli hai detto cos? Ma pensi che Joxe Mari  andato in campeggio?"
"Che me ne importa? E mio figlio. L'ho partorito io. O l'hai partorito tu? Ma se l'hai saputo soltanto il giorno dopo..."
"Vabbe', lascia perdere questa tiritera, che ne ho fin sopra i coglioni della tua storia del parto."
"Io con le doglie e tu al bar, e non ti va che te lo ricordi. Invece  mio figlio e non voglio che arrivi l'inverno e abbia freddo, n che compia gli anni e s'intristisca perch non ha un regalo."
Patxi aveva tolto le mani dalle spalle di Miren. Le aveva detto che la faccenda del pacchetto, per il momento, se la scordasse; ma che andasse tranquilla a casa perch l'organizzazione non pianta in asso i militanti. Le aveva ripetuto la storia dell'orgoglio, aggiungendo che se in Euskal Herria ce ne fossero stati tanti come Joxe Mari, da tempo sarebbero stati un popolo libero. Prima di lasciare il magazzino, le aveva assicurato che non appena ci fosse stata qualche comunicazione (lettera, biglietto, quello che era), lui si sarebbe occupato di portargliela a casa. Aveva indicato la porta che avevano davanti. Le aveva detto:
"Da l in poi non parliamo pi".
E poi, nella taverna, sotto lo sguardo di cinque o sei ragazzi, non aveva voluto separarsi da lei senza stamparle un bacio sulla guancia.
A Joxian:
"Adesso ti ho informato".
"Di cosa mi hai informato? Continuiamo a non sapere dov' e cosa fa. E non  che ci vuole troppa immaginazione per saperlo. Nessuno entra nell'ETA per curare giardini."
"Non sappiamo se  entrato nell'ETA. Magari adesso  in viaggio per il Messico. Per, se ci  entrato,  stato per liberare Euskal Herria."
"Per ammazzare."
"Se lo sapevo non ti dicevo niente."
"Io non ho educato mio figlio a uccidere."
"Educare? Chi hai educato, tu? Non ti ho mai visto fare niente con i nostri figli. Hai passato mezza vita al bar e mezza vita in bicicletta."
"E tutti i giorni sono andato in vacanza in fonderia, non rompere."
I loro sguardi si incrociarono per un attimo. Sdegnosi, distanti? In ogni caso, privi di cordialit. Poi Miren spense la luce e, con una girata energica, si stese sul fianco, rivolgendo le spalle al marito. Lui, al buio, disse:
"Se avevo vent'anni di meno, domani stesso andavo a cercarlo, gli davo due ceffoni ben assestati e lo riportavo a casa".
Miren non replic e non parlarono pi.

*****

65

Benedizione

Si parlavano ancora. Condividevano ancora segreti e facevano merende insieme il sabato pomeriggio a San Sebastian. E guarda che avrebbero potuto farsi accompagnare da altre donne del paese. Da Juani, con cui erano molto amiche, o perfino da Manoli, con cui avevano meno rapporti, invece no. Nel loro rito del sabato non c'era spazio per nessun altro, e non parliamo dei rispettivi mariti. Per favore! Su, che vadano a farsi la partita o a pedalare, e a noi ci lascino tranquille. Andavano anche insieme a messa e si sedevano l'una accanto all'altra.
Miren affond un churro nella cioccolata. Lo morse. Disse, masticando, mentre si puliva i polpastrelli con il tovagliolino di carta, che dalla notte della perquisizione non si sentiva a proprio agio a casa sua.
"E come mai?"
"Non so come spiegartelo.  come se me l'avessero sporcata per sempre.  una sporcizia che non si vede, ma la noti lo stesso. Per quanto ci passi lo strofinaccio,  sempre l e mi fa uno schifo che non riesco a sopportare. E quando per strada vedo una macchina della Guardia Civil, mi viene una cosa!"
"Ti capisco perfettamente."
"Qualcosa  cambiato tra di noi. Non siamo come prima che Joxe Mari se ne scappava in Francia. Il piccolo non parla. Non so che gli succede. Sei traumatizzato?, gli domando. No, risponde. Arantxa ride di me, del padre, della gente del paese, di tutto... Mi pare che quel ragazzo di Renteria l'ha fatta diventare pi scema di quel che era. E Joxian e io, be', cosa vuoi che ti dica, da un po' di tempo a questa parte non ci andiamo a genio. Una discussione dopo l'altra."
"L'avr colpito la faccenda di Joxe Mari."
"Colpito? L'ha affondato. Tutto quello che ti potrei raccontare sarebbe poco. Io, prima, non lo vedevo piangere nemmeno ai funerali. Ora, quando meno te lo aspetti, ha gi gli occhi rossi e il labbro che gli pende. Se ne va di corsa in bagno per non farsi vedere da me."
"E tu, come te la vivi la faccenda?"
"Ah, io star sempre dalla parte di mio figlio qualunque cosa succeda. Non m'importa un fico secco di quello che dice la gente.  chiaro  che preferisco averlo vicino e che lavori e si faccia una famiglia; per, se cos non , bisogna affrontare quello che viene. La verit, e lo dico solo a te, sai?,  che per colpa di Joxian mi sento sempre sulle  chiaro ." Lanci un'occhiata ai tavoli vicini per assicurarsi che nessuno l'ascoltasse e, avvicinando la bocca all'orecchio di Bittori, sussurr: "Dice che appena Joxe Mari prende le armi non lo guarda pi in faccia per tutta la vita. La sua speranza  che se ne vada come rifugiato in Messico o da quelle parti. Ma se non se ne va? Io avevo pensato di parlare con don Serapio".
"Con il parroco? E lui che ti pu dire?"
"Magari mi d un consiglio. Juani si  andata a confessare da lui e si  sentita sollevata."
"E allora parlaci. A parte il tempo, non  che ci perdi niente."
La domenica, sottobraccio, le due amiche andarono alla messa solenne. Miren continuava a girare lo sguardo verso la statua di sant'Ignazio di Loyola e con un lieve tremito delle labbra gli sussurrava. Cosa? Di vegliare su suo figlio, di badare a lui ora che lei non poteva farlo.  impossibile, si diceva, che un ragazzo cos generoso e nobile entri in un'organizzazione criminale, come la chiamano i giornali spagnoli. Lui ha un cuore cos grande che non gli sta nel petto. Ma se d tutto per gli altri, nella squadra di pallamano, al lavoro, dovunque, come pu non darlo per il suo popolo? Perch anche tu eri basco, eh, Ignazio?
Bittori:
"Cosa hai detto?"
"Niente, stavo pregando."
Presero la comunione. Andarono, venirono, una davanti all'altra, lungo il corridoio centrale con la testa bassa e le mani giunte. Devozione da quasi suore. Pi precisamente: da per poco non suore. Ti ricordi? Era mancato tanto cos, la met di un'unghia, per entrare da ragazze in un convento. E dopo tanti anni, un po' per scherzo, un po' sul serio, erano d'accordo sulla stessa idea: ogni volta che una di loro litigava con il marito, si pentiva di aver preferito, che sceme siamo state, il matrimonio all'abito.
"L'unica cosa, i figli, sorella Bittori."
"Non si pu fare pi marcia indietro, suor Miren."
Prima di aprire la bocca e allungare la lingua per ricevere l'ostia consacrata, Miren sussurr a don Serapio che poi vengo, eh?, e il parroco, discreto, flemmatico, annu.
Finita la messa, i presenti si incamminarono verso l'uscita. Don Serapio spense con un soffio le candele dell'altare; preceduto dal chierichetto, che gli apr la porta, si infil in sacrestia. E quello era il momento che Miren stava aspettando per andare a parlare con lui.
"Vieni?"
"Meglio che vai tu sola.  una cosa molto intima. Ti aspetto in piazza e, casomai, mi racconti."
Don Serapio si stava togliendo la pianeta quando Miren entr nella sacrestia. Vedendola, sudore sulla fronte, aria severa, ordin al chierichetto di andarsene. Vincolato a qualche obbligo, l'adolescente tardava a eseguire l'ordine.
"Ehi, non ti ho detto di andartene?"
Allora il chierichetto si affrett a uscire dalla sacrestia, ma prende e lascia la porta aperta.  mai possibile! Il parroco, borbottando, passi energici, la chiuse. Non appena rimase da solo con la donna, la invit a sedersi con gesti addolciti. E mentre si sedeva anche lui, le chiese se andava a trovarlo per la stessa faccenda di Juani la moglie di Josetxo e Miren annu.
Le prese una mano, sul tavolo, tra le sue pallide, non abituate al duro lavoro come quelle di Joxian, che sono ruvide e sembrano di pietra bruciata. E perch mi prende la mano? Non lo so. E accarezzandole il dorso, le disse:
"Togliti dalla testa i dubbi e i rimorsi. Questa nostra lotta, la mia nella mia parrocchia, la tua a casa tua, servendo la tua famiglia, e quella di Joxe Mari dovunque sia,  la lotta giusta di un popolo nella sua legittima aspirazione a decidere il proprio destino. E la lotta di Davide contro Golia, di cui vi ho parlato molte volte a messa. Non  una lotta individuale, egoistica, ma prima di tutto un sacrificio collettivo e Joxe Mari, come Jokin e come tanti altri, si  fatto carico della sua parte con tutte le conseguenze, capisci?"
Miren annuiva con la testa. Don Serapio le diede, comprensivo, affettuoso, due colpetti sul dorso della mano. E prosegu:
"Forse che Dio ha dato segno di non desiderare baschi alla sua presenza? Dio vuole accanto a s buoni baschi come vuole anche, occhio, i suoi buoni spagnoli e i suoi francesi e polacchi. E a noi baschi ci ha fatti come siamo, tenaci nei nostri propositi, lavoratori e saldi nell'idea di una nazione sovrana. Perci mi azzarderei ad affermare che su di noi ricade la missione cristiana di difendere la nostra identit, e pertanto la nostra cultura e, sopra ogni cosa, la nostra lingua. Se quest'ultima scompare, dimmi, Miren, dimmelo con franchezza, chi pregher Dio in euskera, chi canter le sue lodi in euskera? Ti rispondo io? Nessuno. Tu credi che Golia, con il suo tricorno in testa e i suoi torturatori da scantinato di caserma, muover un dito a favore della nostra identit? L'altro giorno ti hanno perquisito la casa, in piena notte. Non ti sei sentita umiliata?"
"Ah, don Serapio, non me lo ricordi che mi si spezza il respiro."
"Lo vedi? La stessa umiliazione che tu e la tua famiglia avete dovuto sopportare la soffrono ogni giorno migliaia di persone in Euskal Herria. E sono gli stessi che ci maltrattano a parlare poi di democrazia. La loro democrazia, la loro, quella che ci opprime come popolo. Perci ti dico, con il cuore in mano, che la nostra lotta non soltanto  giusta.  necessaria, oggi pi che mai.  indispensabile, visto che  difensiva e ha come obbiettivo la pace. Non hai sentito le parole del vescovo della nostra diocesi? Va' a casa tranquilla, dunque. E se un giorno, nei prossimi mesi o quando sar, incontrerai tuo figlio, digli da parte mia, da parte del parroco del suo paese, che ha la mia benedizione e che prego tanto per lui."
Miren usc dalla sacrestia, attravers la chiesa lungo una navata laterale. Accidenti, il prete. Sentendolo parlare mi  venuta voglia di seguire i passi di Joxe Mari. Per un istante, senza fermarsi, rivolse lo sguardo alla statua di sant'Ignazio. Vediamo se impari a sollevare il morale.
Usc sulla piazza. La domenica azzurra, i piccioni, corse e baccano di bambini all'ombra dei tigli. Bittori? Eccola l, seduta su una panchina. Miren indirizz i propri passi verso di lei.
"Andiamo, per strada ti racconto."
"Ti vedo rilassata."
"La prossima volta che Joxian se ne esce con le sue pene e le sue paure, mi sente. Adesso s che ho le idee chiare."

*****

66

Klaus-Dieter

Conobbe Klaus-Dieter. Si innamor di Klaus-Dieter. Quei capelli biondi e lisci che ondeggiavano con una grazia speciale quando ballava e anche, sebbene meno, quando camminava. Un metro e novanta, una montagna di bel ragazzo. E tedesco. Con la nuova prospettiva che questo implicava: un paese nuovo, un'altra cultura, un'altra lingua, altri gesti, altri odori e addio, forse per sempre, a tutto questo. Addio a mia madre insopportabile, alla mia terra che ho amato e che oggi mi  indifferente e a tratti odiosa, e a tutto quello che mi circonda, cos noioso, cos prevedibile. Addio, o, altrimenti, da qui alla vecchiaia in linea retta.
Il ragazzo faceva parte del gruppo annuale di giovani tedeschi che studiava per un semestre nella facolt di Lettere e Filosofia. Cosa studiavano? Non lo sa di preciso. Qualcosa legato alla lingua o la lingua stessa. Alcune mattine li si poteva vedere, nove o dieci, ragazzi e ragazze al bar dell'universit, all'inizio tutti insieme, raggruppati, sorridenti, vagamente stupidi, neanche troppo rumorosi per essere cos tanti. Poi, come tutti gli anni di questi tempi, succedeva la solita cosa. A poco a poco si mescolavano con la popolazione studentesca nativa. Niente di trascendentale: si faceva amicizia, si intessevano fidanzamenti che, in genere, duravano fino al giorno in cui il componente straniero della coppia doveva tornare nel proprio paese.
Nerea lo aveva visto un paio di volte. La attrasse perch il ragazzo era francamente bello; ma questo che significa? La attraevano in tanti, compresi alcuni professori. Non si erano incontrati a nessuna festa, in nessun bar; non c'erano state occasioni n sguardi; non ci aveva mai parlato. Padroneggiava la lingua spagnola? Perlomeno la stava imparando, no? E poi parlare, a volte, in certe circostanze,  superfluo. Conoscerlo, lo conobbe in seguito.
Nel frattempo avevano ammazzato il suo aita e lei? Aveva troncato rapporti, usciva poco, si era isolata? Niente di tutto questo, con un'eccezione: quando la conversazione tra colleghi di facolt prendeva una piega politica, lei perdeva interesse, distoglieva lo sguardo, se ne andava in bagno. Le era venuta una specie di frenesia sessuale che prima della morte del padre non aveva mai provato, almeno non con la stessa intensit. Inutilmente cercava di trovare una spiegazione al suo costante desiderio fisico. Perch piacere, quel che si dice piacere, ne provava molto poco.  che non  mai stata una dall'orgasmo facile. Si rilassava facendo sesso, questo  tutto. E le si innalzava (prima e durante, ma pi prima che durante) anche l'autostima. C'erano giorni in cui l'aveva a terra. Soprattutto in classe, quando si rendeva conto che nemmeno prestando la massima attenzione capiva le spiegazioni dei professori. Allora si guardava intorno angosciata, guardava i compagni che prendevano appunti, che alzavano la mano per partecipare alle discussioni, perfino per contraddire il docente, e le sembrava che tutti fossero pi svegli e pi preparati di lei, e che li attendesse un futuro brillante mentre a lei ne toccava uno domestico, monotono, da persona che non interessa n piace a nessuno, da persona che prova un vivo rifiuto di s stessa davanti allo specchio.
Spesso usciva a caccia. Non si accontentava di uno qualunque. Cercava tipi atletici, dall'aspetto pulito. E aggraziata, simpatica, estroversa, trovava sempre una preda. Bastava un gesto allegro a qualche metro di distanza perch la mosca si avvicinasse alla ragnatela. A volte soffiava la tramontana per le vie di Saragozza o pioveva a catinelle o semplicemente non le andava di cambiarsi, e allora optava per la cosa pi comoda: telefonava a Jos Carlos da una cabina sotto casa. Gli diceva: vieni. E il ragazzo arrivava, la soddisfaceva e se ne andava.
Fino a marzo non cominci la storia con Klaus-Dieter, quando ormai a lui mancavano poche settimane per intraprendere il viaggio di ritorno nel suo paese. Fu questo il motivo della fretta, del malinteso, perch si tratt di un malinteso tremendo. Ancora sorride ricordandolo. Finch dur, fu bello, e poi non puoi negare che ti ha aiutata, senza che lui lo sapesse, a finire l'universit. In che modo? Per seguire i suoi passi, lei si mise a sgobbare sui libri, super tutti gli esami, si liber dall'antica promessa che anni prima aveva fatto al defunto padre di finire l'universit. Una laurea di cui, sia detto fra parentesi, a lei non importava un fico secco.
La festa si tenne al Colegio Mayor Pedro Cerbuna, un venerd. Gi di corda, era stata tentata di non uscire. Con poche speranze che rispondesse al telefono, chiam Jos Carlos. Rispose un suo coinquilino. Non c'era, era andato al paese e sarebbe tornato la domenica. E Nerea l'immagin di ritorno la domenica pomeriggio con il solito pacco di salumi (la mordila, il salame piccante e tutto il resto) e prima di tornare, il sabato, ma suppongo anche la domenica, a passeggio con la fidanzata ufficiale sulla riva del fiume, mano nella mano, perch lei di pi non gli permette, e lui se ne frega perch per le sue eiaculazioni aveva gi Nerea, che se la passava alla grande ascoltando con le gambe aperte, nel letto stretto e cigolante dell'appartamento in affitto, le storie di paese dell'amico.
Sul punto di riagganciare:
"Sai se c' qualche cosa di interessante stasera in citt?"
Il ragazzo le parl di una festa o di un concerto, non ne era sicuro, al Pedro Cerbuna. E aggiunse, senza che l'interlocutrice avesse chiesto il suo parere, che era una roba per fighetti. Allora Nerea domand alle sue coinquiline se avevano voglia di andare con lei. Le risposero di no. Che fare? Si chiuse nella sua stanza pronta a consumare le ultime ore della giornata leggendo un romanzo; ma poi si tir su con un rimasuglio di coca e verso le nove usc a caccia.
Lui era l, pi alto di tutti quelli che lo circondavano, a darci dentro a ballare con quella stupenda oscillazione dei capelli. Scamiciato, rosso in viso a furia di muoversi, biondo, maldestro. Venti, ventidue, ventiquattro anni? Non c'era dubbio che il ragazzo se la stesse spassando alla grande. Dimenava il corpo con scossoni violenti, come sicuramente non avrebbe fatto al suo paese. Ma qui, a parte pochi compagni di facolt, chi lo conosce?
Di colpo, i loro sguardi si incrociarono al di sopra di qualche testa e questo a Nerea bast. Non saprebbe esprimere quello che prov. Pensa a luoghi comuni: terremoto interiore, momento magico, colpo di fulmine. E il ragazzo doveva aver notato la sua fascinazione perch rimase a guardarla con una smorfia di stupore, e diminu perfino l'intensit del ballo e le sorrise con dei denti stupendi.
Per strada, se lo mangi di baci. Nerea, che fai. Nerea, che ti prende. Doveva afferrarlo per il collo perch lui era molto pi alto di lei e tirarlo gi per la testa per raggiungere la bocca con la sua, avida, impaziente. E si stringeva, cacciatrice cacciata, contro il suo corpo, umida tra le cosce, sul punto di mettersi a urlare. Cosa pu aver pensato di me?
Abitava abbastanza lontano, in un appartamento in affitto con altri due studenti tedeschi, dalle parti di San Jos. Nerea se ne fregava della distanza. L'avrebbe seguito fino in capo al mondo. Lui parlava con un accento marcato. Neguea, diceva. Da mangiarselo vivo. Un accento che aumentava ancora di pi la sua capacit di seduzione. Faceva errori di grammatica che a Nerea sembravano il non plus ultra del fascino. E lei, che mai nella vita aveva pronunciato una parola in tedesco, diceva il suo nome e lo diceva sicuramente male o con un accento pesante, a quanto deduceva dalle risate di Klaus-Dieter, che stronzo, e dal piacere evidente che provava facendoglielo ripetere in continuazione.
Erano gi le due di notte passate. Camminavano, l'aria fresca, la luna l sopra i tetti, per le strade quasi senza traffico, l'intera notte per loro. Pi liberi, impossibile. Di tanto in tanto si fermavano per unire le lingue, per accarezzarsi lentamente i visi, per toccarsi frenetici i rispettivi corpi al riparo di un albero, dentro un portone buio. Lei, innamorata come una quindicenne dell'idolo del momento; lui, pi misurato, ma in nessun modo schivo. Forse era timido. E alla fine del lungo cammino, un letto.

*****

67

Tre settimane d'amore

Convissero per tre settimane. Dormivano sia nell'appartamento di lui sia in quello di lei. Il vantaggio della casa di Nerea? Che era a quattro passi dall'universit. Il principale inconveniente? Il letto stretto e, per lui, troppo corto. Si poteva dire esattamente il contrario per l'appartamento di Klaus-Dieter. Era lontano; per l, in compenso, avevano un letto matrimoniale dove, oltre a rivoltolarsi come volevano, potevano dormire a loro agio.
Che tre settimane! Ancora oggi, passati vent'anni, Nerea le avrebbe trasferite integralmente, con le loro notti e i loro giorni, con le loro mattine e i loro pomeriggi, in un'immaginaria sequenza dei momenti clou della sua vita. Le viene in mente un titolo: Antologia della felicit. Non crede di poter mettere insieme materiale autobiografico per un libro corposo o per un film lungo. Ci infilerebbe episodi della sua infanzia, qualche viaggio memorabile, gioie sparse e, ovviamente, le tre settimane trascorse a Saragozza con il suo ragazzo tedesco. Non ha mai pi amato nessuno con la stessa passione, con tanta dedizione. Nemmeno Quique, se lo sogna quello stupido. Non star esagerando? Che mi venga un colpo.
Fu un peccato aver conosciuto Klaus-Dieter troppo tardi, quando a lui mancava poco per terminare il semestre a Saragozza e tornare all'universit di Gottinga, dove studiava. Consapevoli entrambi di quella circostanza, si amavano in fretta. Occhio, non in maniera compulsiva (be', qualche notte). Si amavano senza tregua, che non  la stessa cosa. Nerea faceva il possibile per essere sempre accanto al suo ragazzo. Trascur le sue lezioni all'universit, andava a seguire quelle di Klaus-Dieter o lo aspettava fuori, seduta su una panchina in corridoio, fumando. Mangiavano insieme, dormivano insieme e di tanto in tanto facevano perfino la doccia insieme.
Qualche mattina in cui si svegliava prima di Klaus-Dieter, Nerea rimaneva a lungo a contemplarlo ammirata. I lineamenti aggraziati, il corpo ben fatto. Gli avvicinava una mano alla bocca; le piaceva sentire sul palmo le lente esalazioni d'aria. Oppure, facendo attenzione a non svegliarlo, giocava ad arrotolare con un dito una ciocca dei suoi capelli. E gliene tagli perfino una sulla nuca con forbici furtive. Un ciuffo prezioso di capelli biondi lunghi sei o sette centimetri. E perch? Be', per avere qualcosa di suo da poter toccare e guardare quando lui sarebbe tornato nel suo paese.
Agli inizi luminosi del giorno, a Nerea piaceva accarezzare il viso di Klaus-Dieter con un capezzolo. Le labbra addormentate, le palpebre chiuse, la guancia ancora non rasata, con dei peletti biondi che le raspavano piacevolmente quella parte cos sensibile. E lo svegliava con dolcezza. Lui, che conosceva il gioco, sorrideva senza aprire gli occhi. Vero che cos non ti ha amato nessuna donna, l nella tua terra fredda? A volte Nerea se lo domandava a voce alta; ma lui, cosa poteva rispondere se non capiva nemmeno la met delle parole?
Poi Nerea continuava ad accarezzarlo con i suoi seni tiepidi gi per il corpo. E si soffermava sul suo ventre e sulla parte interna delle cosce leggermente pelose, e lo baciava e gli leccava il membro, e la luce del mattino entrava dalla finestra, e quella era una delizia quotidiana che non sarebbe durata molto, che dur poco, che fu bella, intensa, meravigliosa, finch dur.
Disposta a compiacere il suo ragazzo tedesco, in quei giorni si diede al t, lei che allora amava tanto il caff. E non il classico sacchetto infilato senza grazia n mistero nella tazza. Il t, conservato in una scatola metallica, l'aveva portato Klaus-Dieter dalla Germania. E anche il colino di tela, ormai nera per l'uso. In cucina, Nerea osservava imbambolata il semplice rituale, facendo attenzione ai singoli passi, alla quantit adeguata di t, al tempo preciso che il colino doveva restare immerso nell'acqua calda della teiera. E scordati di metterci latte o zucchero. Di solito lui beveva il primo sorso a occhi chiusi, sporgendo in avanti le labbra temendo di scottarsi, e lei, seduta al suo fianco, lo guardava in silenzio come chi assiste a una cerimonia sacra.
E il fatto  che la comunicazione non era del tutto facile. Klaus-Dieter farfugliava lo spagnolo. Nerea non se la cavava troppo bene con il suo inglese arrugginito per la mancanza di uso. L'ignoranza delle rispettive lingue impediva loro di affrontare conversazioni di una qualche profondit. Eppure si capivano, pi che altro per la decisa volont che entrambi mettevano nel capirsi, sia a gesti, sia con parole isolate, con frasi brevi o servendosi del dizionario. Lui miglior decisamente il suo spagnolo a furia di fare pratica con lei. E lei, che non tocc un libro di studio in quelle tre settimane d'amore, inizi a imparare il tedesco con l'aiuto di un manuale comprato in una libreria di plaza San Francisco. Non soltanto Klaus-Dieter, ma anche i suoi coinquilini, Wofgang e Marcel, morivano dal ridere ogni volta che Nerea pronunciava qualche parola nella loro lingua. E per aumentare il divertimento, quei bastardi le indicavano questa o quella parolaccia sul dizionario perch lei la leggesse ad alta voce.
Klaus-Dieter era vegetariano. Nerea smise di mangiare carne in sua presenza. Lui non assaggiava neanche il pesce o i frutti di mare, per faceva un'eccezione: i gamberi alla piastra. Gli piacevano da morire. "In Germania questo poco" diceva. Qualche pomeriggio i due scendevano a piedi fino al Tubo e si rimpinzavano di gamberi e mazzancolle, che per Klaus-Dieter erano la stessa cosa: gamberi piccoli e gamberi grandi. Non fumava. Questo era gi pi problematico per Nerea. Temendo di dargli fastidio, si chiudeva a fumare nei bagni dei bar. E altre volte, come quando aspettava nel corridoio della facolt che lui uscisse dalla lezione, si faceva diverse sigarette di seguito.
Un giorno, a letto, Klaus-Dieter le rivel serissimo che era credente.
"Credo a Dio."
"In Dio."
"Io credo in Dio. E tu?"
"Non lo so."
Apparteneva alla Chiesa Evangelica luterana. E Nerea, che aveva in mente di andare a vivere con lui in Germania, era pronta a cambiare religione per compiacerlo.
A lui venne l'idea che lei dovesse assolutamente andarlo a trovare a Gottinga. E insisteva:
"Vieni tu a trovare me?"
Glielo promise. Perch,  chiaro, questo qui non me lo faccio sfuggire. Dove lo trovo uno uguale? E glielo promise di nuovo alla stazione di El Portillo, mentre consumavano, avvinghiati sulla banchina, gli ultimi minuti di tenerezza. Wolfgang dovette tirare per un braccio il suo compagno per farlo salire sul vagone. Pochi secondi dopo il treno part.
Lei lo vide allontanarsi affacciato al finestrino. Ciao, capelli biondi. Ciao, sorriso affascinante. Lo amava tanto; ma tanto, tanto. Seguirono altri vagoni con volti affacciati e altre mani che salutavano. In appena un minuto la banchina si svuot. Nerea rimase da sola, lo sguardo fisso sul paesaggio di pali, cavi e binari nel quale il treno si era perso di vista. Triste? S, ma non lacrimosa, perch erano rimasti d'accordo di vedersi alla fine dell'estate a Gottinga, quando per Klaus-Dieter sarebbe iniziato un altro semestre all'universit. Lui aveva promesso di scriverle non appena fosse arrivato in Germania. Mi scriver, non mi scriver? Se mantiene la promessa, vuol dire che c' amore; altrimenti sar stata un semplice strumento per raggiungere degli orgasmi.
Tutte le mattine scendeva nell'atrio a controllare la cassetta della posta. Anche di pomeriggio, sebbene il postino di solito passasse fra le undici e l'una e non tornasse pi. Trascorsa una settimana, not le prime lacerazioni nella sua speranza. Poi le lacerazioni si trasformarono in crepe. Le lacrime che non aveva versato alla stazione le versa adesso da sola. E, rassegnata, chiude il manuale di tedesco che aveva tenuto tutti i giorni aperto sulla scrivania e lo mette/butta, il ciuffo di capelli biondi fra le sue pagine, in un cassetto dell'armadio.
Giorni dopo arriv la lettera, la prima di alcune che si scambiarono. Stavolta le lacrime furono di gioia. Quella lettera zeppa di errori, uno pi adorabile dell'altro, con un adesivo blu a forma di cuore accanto alla firma, dissip i dubbi di Nerea. Era sicura che il futuro la stesse aspettando in Germania. Senza perdere tempo and in facolt. Chiese a diversi compagni di corso i loro appunti per fotocopiarli. Non saltava pi le lezioni, non andava pi alle feste e non usciva la sera. Adesso passava le ore chiusa in biblioteca o nella sua stanza, studiando come non aveva mai fatto. Il suo piano: laurearsi quell'estate, fare le valigie e ciao.
A pochi giorni dagli esami, una mattina incroci Jos Carlos nel campus. Ehi, era da un sacco di tempo che non lo chiamava, e se era stata malata, e se non vuoi che passi da casa tua uno di questi giorni. Lo guard come se non lo avesse di fronte. Con disprezzo? Piuttosto con indifferenza. Gli rispose di no e riprese il cammino.

*****

68

Laureata

Nerea super gli esami e si laure. Due mesi di studio intenso le consentirono di mettere insieme una somma accettabile di conoscenze. Ogni sabato pomeriggio, come premio alla sua costanza durante la settimana, andava a vedere un film al cinema Palafox. Il film era la cosa meno importante. A volte vedeva la stessa pellicola della settimana precedente per il semplice motivo che le aveva lasciato un piacevole ricordo.
Sceglieva il Palafox apposta. E come mai?  che l vicino c'era il quartiere del Tubo e all'uscita, cose sue, le piaceva compiere un rito. S'infilava in un bar; seduta a un tavolino o, se non ce n'era nessuno libero, in piedi al bancone, assaporava una razione di gamberi alla piastra, assorta nei ricordi del suo ragazzo tedesco. Cosa star facendo a quest'ora? Si ricorder di me? I gamberi e magari uno yogurt pi tardi, a casa, erano tutta la sua cena. La sera, reclusa nella sua stanza, era sempre impegnata con i libri e gli appunti di Diritto finch, verso mezzanotte, a volte prima, la testa le diceva: ragazza, basta per oggi. Perse quattro chili in pochi mesi.
Agli esami si present provvista non soltanto di conoscenze. Un po' di scienza la portava scarabocchiata anche in alcuni bigliettini nascosti nelle maniche. Pi che altro per insicurezza. Come salvagente, si diceva, in caso fosse naufragata nelle acque insondabili dell'ignoranza. In realt, non li us mai tranne che per copiare quattro stupidaggini all'esame di Filosofia del Diritto.
Il massimo dei voti? Mai. Non ce n'era bisogno. Non ebbe tanto la sensazione di aver raggiunto una meta quanto quella di essersi liberata da un peso. Ne sei sicura? Sicurissima. La mattina in cui seppe l'ultimo risultato, all'uscita dalla facolt, sulle scale dell'ingresso, scelse una nuvola, quella, l in fondo, a cui sussurrare:
"Aita, hai visto? Ho fatto quello che mi hai chiesto. Ora sono padrona di decidere da sola il mio futuro".
Nulla ostacola il suo progetto di andare in Germania. Camminando per strada, rideva da sola. Sto andando fuori di testa come l'ama. Mesi prima, aveva saputo da Xabier che sua madre aveva preso l'abitudine di salire a Polloe a chiacchierare con la tomba del Txato. Xabier glielo aveva raccontato visibilmente commosso. Temeva che la madre si deprimesse e invece il depresso era lui; che lei non si riprendesse dal duro colpo e invece quello che non si riprendeva era lui. Nerea non aveva dato troppa importanza alla faccenda. Aveva detto, per sdrammatizzare, che se l'ingresso al cimitero fosse stato a pagamento, la madre non ci sarebbe andata. Xabier, fronte corrucciata, non aveva apprezzato la battuta.
All'uscita dalla Citt Universitaria, Nerea ebbe l'idea di infilarsi in una cabina telefonica e di dare la buona notizia alla madre. Chiamo, non chiamo? Un certo riserbo alimentava i suoi dubbi. A calle Fernando el Catlico, dopo non poche esitazioni, si decise. Perch, certo, come faccio a nascondere a mia madre che mi sono laureata? Introdusse le monete, arriv a comporre i primi tre numeri, riagganci. Il motivo?  che la conosco.  che dir qualcosa che roviner la mia giornata trionfale.
Alla fine le nascose la notizia per due settimane. Domani la chiamo. Ma arrivava domani e Nerea rimandava la telefonata al giorno dopo. E cos via. Per guadagnare tempo, per stare tranquilla. Sua madre si era stabilita a San Sebastian. Vivere con lei? Orrore. Tornare in paese? Ancora peggio. L'ultima volta che c'era stata, amici e conoscenti dei vecchi tempi le avevano negato il saluto. Fece dei calcoli, parl con le sue coinquiline, decise. Cosa? Di rimanere tutta l'estate a Saragozza. La avvertirono:
"Saragozza, d'estate,  un forno".
Non le importava. Era anche il posto dove Klaus-Dieter le spediva le lettere. Certo, avrebbe potuto dare al suo ragazzo biondo un indirizzo di San Sebastian. Ah, s? Quale? Aveva solo quello della madre. Perci, no. Immaginava la scena. Nerea, ti  arrivata una lettera dalla Germania. Chi ti scrive?  il tuo fidanzato? Questo senza contare che magari avrebbe aperto la busta con la scusa che non aveva visto a chi era indirizzata. Capace.
Delle sue coinquiline, una aveva disdetto, come Nerea, il contratto d'affitto alla fine di luglio; l'altra, che aveva ancora un anno di studi, pensava di rimanere in quell'appartamento. Al ritorno dalle vacanze, aveva detto, avrebbe cercato due nuove inquiline. Nerea le chiese se le permetteva di conservare la sua stanza nei mesi di agosto e settembre. E per far s che la compagna, in quel periodo, non dovesse accollarsi l'affitto da sola, si offr di pagare la propria parte direttamente a lei e non alla proprietaria. L'altra accett con piacere.
Saragozza in agosto: 38, 40, 44 gradi. Sole, strade deserte. Quei giorni le sembrarono eterni. Si mise a leggere romanzi, a fare passeggiate nel tardo pomeriggio, quando il caldo cominciava a calare, e a imparare il tedesco. Lingua difficile. Non si capacitava che a quel punto della Storia la gente, in panetteria, in ospedale, da finestra a finestra, si esprimesse con le declinazioni, alla maniera degli antichi romani. Cerc sulle pagine gialle una scuola di lingue dove iscriversi a un corso intensivo. In agosto? Non rispondevano nemmeno al telefono.
Giornate di marasma, di noia. Eppure, meglio passarle in una torrida solitudine, in passeggiate crepuscolari e, di tanto in tanto, nella piscina della Hipica con un libro affascinante/ ameno, giallo/facile da capire, che occuparle dalla mattina alla sera a incassare i rimproveri materni. Al telefono, le poche volte che la chiamava: e perch rimaneva a Saragozza se aveva finito gli studi. No,  che. E le raccontava una bugia qualunque. Subito dopo le diceva che la linea era disturbata, come si sente male, non ti capisco, o che le erano finite le monete. Della Germania e di Klaus-Dieter, neanche mezza parola.
Per Nerea, il peggio di quel periodo di solitudine e di caldo era la mancanza di posta. Gi a luglio le lettere di Klaus-Dieter arrivavano pi di rado. Ad agosto non ne arriv nessuna. Nerea sapeva perch, il che non toglie che si sentisse delusa ogni volta che dava un'occhiata alla cassetta e la trovava, come ieri, come l'altroieri, vuota. Cosa succedeva? Niente, che Klaus-Dieter era andato a Edimburgo, dove sarebbe rimasto per un mese. In quel periodo lei gli mand una decina di lettere all'appartamento di Gottinga, con frasi sparse in tedesco. Alcune le copiava dal manuale; altre, meno convenzionali, le componeva cos come venivano, con l'aiuto sempre precario del dizionario. All'inizio di settembre ricevette, alleluia, una risposta. Lui era tornato dal viaggio, lei gli mancava, io nostalgia di te, e le ricord la sua promessa di andarlo a trovare in ottobre.
A Saragozza l'aveva portata suo padre. Da Saragozza and via con Xabier.
"Me l'ha chiesto l'ama. E siccome oggi non devo lavorare, eccomi qua."
Il motivo? Caricare i suoi abbondanti bagagli. Ci misero un bel po' a sistemarli in macchina. Soltanto i libri occupavano due scatoloni. Xabier abbass gli schienali dei sedili posteriori per fare pi spazio nel portabagagli. Lo riemp fino in cima.
"Dove potremmo pranzare?"
Prima di partire, i due fratelli andarono in un ristorante l vicino. Masticavano, bevevano, parlarono.
 "L'ama era preoccupata perch non tornavi."
"Le ho gi detto che avevo delle questioni da risolvere prima di partire da Saragozza."
" quello che immaginavo. Questioni dell'universit?"
"Questioni di cuore."
La frase, chiara e tonda, espressa in un tono giovanile/di sfida, non turb Xabier, che continu a tagliare la sua scaloppa di vitello come se niente fosse. A volte, distratto, rivolgeva lo sguardo ai commensali dei tavoli vicini. Le confidenze della sorella non sembravano risvegliare la sua curiosit n fargli alcuna impressione, finch non sent quella parola. Quale parola? Germania. La forchetta ferma a mezz'aria, con un pezzo di carne infilzato sulla punta, Xabier fiss Nerea con uno sguardo... stupito? In ogni caso, allarmato.
"Cosa pensi di fare?"
"Il nove parto in treno. Comprer soltanto il biglietto di andata. 
"L'ama lo sa?"
"Per il momento lo sai tu."
La conversazione si sfilacci. Separati da isole di silenzio, fluivano i turni di parola. E il discontinuo, tranquillo fiume verbale trascinava senza forza frasi evasive, tergiversazioni, questioni di poco conto. Xabier non fin il cibo e chiese il conto.
"O volevi un dessert?"
"Eh?"
"Se prendi un dessert, restiamo ancora un po'. Non voglio metterti fretta."
"No, no. Ti dispiace se fumo una sigaretta prima di partire?"
Venti minuti dopo si erano gi lasciati alle spalle quello che, secondo Nerea, poteva considerarsi l'ultimo palazzo di Saragozza. Xabier guidava e lei, con aria teatrale/celebrativa e impostata nostalgia, improvvis un breve discorso di addio. Si prendeva in giro facendo la voce grave.  che l terminava una tappa della sua vita, e che portava con s un buon ricordo della citt ma non pensava di tornarci neanche fra tremila anni.
Xabier impieg un bel po' a infrangere il suo silenzio.
"Io vedo l'ama molto sola e ho paura che perda completamente il senso della realt. Cerco di passare con lei pi tempo che posso, per il lavoro mi assorbe. Lei spera che tu faccia l'avvocato. Non te l'ha detto?"
"Odio il Diritto."
"Be', nemmeno io vado in ospedale per divertimento. Di qualcosa bisogna pur vivere, non credi?"
"S, ma non di qualsiasi cosa e per me fare l'avvocato  peggio di qualsiasi cosa. A dire la verit, il mio futuro lo vedo lontano da qui. Ho conosciuto uno. Ci provo."
"Sembri molto felice."
"Ti d fastidio?"
"Per nulla. L'unica cosa che ti chiedo  di fare un po' finta davanti a ama. Capirai che nella nostra famiglia non tutti hanno dei motivi per essere allegri."
"Xabier, conosco questo buco. Non ci cadr dentro. Posso farti una domanda? Semplice curiosit. Se non vuoi, non rispondere." Senza staccare lo sguardo dalla strada, Xabier annu. "Da quando  morto l'aita..."
"Non  morto, l'hanno ammazzato."
"Il risultato  lo stesso."
"Per me c' una differenza essenziale."
"Va bene. Da quando l'hanno ammazzato, e tra un po' sar un anno, non ti  mai capitato di ridere? Non so, in modo spontaneo, per qualche stupidaggine che ha detto qualcuno in ospedale o magari vedendo un film. Non ti  mai capitato di dimenticarti per un istante di tutto e di lasciarti scappare anche soltanto una risatina?"
" possibile. Non mi ricordo."
"Oppure ti sei proibito la felicit?"
"Non so cos' la felicit. Immagino si tratti di una scienza che tu padroneggi. Sembri una vera e propria esperta. Io mi limito a respirare, a fare bene il mio lavoro, a fare compagnia all'ama. E questo mi sembra gi abbastanza."
"Continui a nominare l'ama."
"La vedo male, in quel buco di cui parlavi tu. Mi preoccupa."
"Bravo figlio. Io, invece, sembra che non mi preoccupi.  questo che stai insinuando? Che tutto mi scivola addosso? Che penso soltanto ai fatti miei?"
"Da te nessuno pretende n ti rinfaccia niente. Su questo puoi stare tranquilla. La ditta dell'aita  stata liquidata. Economicamente non siamo messi male. Sei giovane, goditela finch puoi."
Concordarono che era meglio cambiare argomento. Erano appena entrati in Navarra. Sole, pianura, paesaggi secchi. Di tanto in tanto, il profilo di un paese. Nerea, all'improvviso:
"Cosa sai di Arnzazu?"
" da molto che non ho sue notizie. L'ultima cosa che avevo saputo  che era andata come cooperante in Ghana, ma non darlo per certo, non ne sono sicurissimo. Perch me lo chiedi?"
"No, niente. Mi era simpatica."
Interruppero la conversazione a quel punto. Pi avanti, si erano gi lasciati Tudela alle spalle, Nerea accese la radio.

*****

69

La rottura

Le scritte contro il Txato tolsero l'appetito a Joxian. E lo privarono anche del suo migliore amico. Perch in una citt, passi; ma in paese, dove ci conosciamo tutti, tu non puoi avere rapporti con un segnalato. Lo pens quella domenica lungo il tragitto da Zumaya a casa. Era andato con il Txato, tornava senza di lui. E adesso con chi faccio coppia al mus? Dopo il pranzo, che non gli scendeva, che non riusc a finire, usc dal bar con gli altri; per sulla prima salita fece finta che gli mancassero le forze e rimase indietro. Poi, prima di arrivare a Guetaria, decise di scendere dalla bici, sedersi un po' su una roccia di fronte al mare e schiarirsi le idee. Il mare  grande. Il mare  come Dio, che  vicino e lontano, che ci ricorda quanto siamo piccoli, porca miseria, e se ne avrebbe voglia ci distruggerebbe. Gli cost pi fatica che mai arrivare in paese. A Orio fu sul punto di prendere l'autobus. E la bici? La poteva lasciare con il catenaccio da qualche parte. E se la rubano? Occhio, che qui c' in giro molta gente di fuori. Continu a pedalare senza voglia, senza concentrarsi sul traffico, assorto in cupi pensieri.
Quando entr in casa, Miren, dalla cucina, lo guard negli occhi; per non severa, non accigliata: interrogativa. Lui si aspettava un litigio per il ritardo. Lei non gli disse altro che:
"Su, fatti la doccia".
E suon quasi come la tenerezza recuperata di tempi passati. Non gli parl nemmeno in tono duro come altre volte, o come quando gli dice dolce-dolce una cosa comune e corrente, ma dalla voce e dall'atteggiamento lui si rende conto che subito dopo cominceranno i tuoni.
"Non ho neanche un po' di fame."
"E allora ti siedi e mi guardi mangiare."
E parlarono, gravi, asciutti, sorbendo minestra, masticando costolette d'agnello, seduti a tavola senza la compagnia dei figli.
"Lo sai gi, no?"
"Prima la faccenda di Joxe Mari e ora questo."
"Non  la stessa cosa."
"Disgrazia su disgrazia."
"Lei ha chiamato. Dovevano essere quasi le dieci. Ho riagganciato."
"Ma ieri siete state insieme al bar."
"Ieri era ieri, oggi  un altro giorno. Non siamo pi amici. Cerca di abituarti all'idea."
"Tanti anni. Non ti fa tristezza?"
"A me fa tristezza Euskal Herria, che non la lasciano essere libera."
"Non mi ci abituer. Il Txato  mio amico."
"Era. E fa' attenzione a non frequentarlo. La cosa migliore  che se ne vadano. Con tutti i soldi che hanno, cosa gli costa comprarsi una casa da qualche altra parte?  che hanno voglia di provocare."
"Non se ne andranno. Il Txato  cocciuto."
"La lotta non perdona. O se ne vanno o li cacciano via. Sta a loro scegliere."
Poco prima delle dieci aveva squillato il telefono. Miren non aveva il minimo dubbio:  lei. Un'ora e mezza prima aveva ricevuto un'altra telefonata che l'aveva tirata gi dal letto. Juani: che se l'aveva saputo, che non ne era sorpresa, che era da un sacco di tempo che.
E aveva concluso:
"Si sono riempiti le tasche a forza di sfruttare la classe operaia e adesso gli arriva la fattura. Non lo dico soltanto io. Lo dice la gente del paese. Ti avviso perch sappiamo tutti che tu e lei siete molto amiche".
Miren, i capelli appena lavati, ancora non asciutti, era uscita con un fazzoletto in testa e in pantofole. Non aveva dovuto allontanarsi molto. C'erano scritte perfino sul muro della chiesa:-Txato spia, oppressore, aide hemendik, Herriak ez du barkatuko. Quello era lo stile. Non erano n una scritta n due; erano dodici, quindici, venti e proseguivano su e gi per la strada. L c'era la mano di molte persone. Questa  una cosa grossa e pianificata. Aveva avuto un presentimento: vuoi vedere che mi telefona per sapere se lo so e per chiedermi di vederci e parlare e cos gli togliamo le castagne dal fuoco? Cercano sempre di approfittarsi degli altri.
Be', s, Bittori aveva chiamato. Le campane non avevano ancora battuto le dieci. E Miren, che era in bagno a mettersi i bigodini, era corsa al telefono decisa a rompere i rapporti.
"Pronto?"
"Miren, sono io. Hai...?"
Non appena aveva sentito/riconosciuto la voce, aveva riagganciato. Che faccia tosta. Mio figlio a giocarsi la vita per Euskal Herria e questa gentaglia non la smette di sfruttare il popolo. Ma chi semina vento raccoglie tempesta. E cos borbottando era tornata in bagno a finire di mettersi i bigodini.
Passarono giorni senza che Miren la vedesse. Quanti? Abbastanza, almeno due settimane. Non uscir di casa? Lui, lo vide una volta, da lontano, mentre usciva con la macchina dalla strada dove ha il garage.
Di lei, sapeva soltanto quello che Juani le aveva raccontato. Cosa? Be', che aveva avuto la faccia di bronzo di entrare qui. Aveva aspettato il suo turno, aveva chiesto. Juani le aveva detto: non ne abbiamo. Aveva chiesto un'altra cosa, ora non ricordo quale, e Juani le aveva di nuovo risposto che non ne abbiamo. A quel punto lei, tutta tesa e con l'aria da signora, aveva detto allora fammi duecento grammi di questo prosciutto cotto e l'aveva indicato e Juani le aveva lanciato un'occhiata da poter aprire una crepa nel muro e le aveva detto per te non abbiamo niente.
Miren la vide una mattina per strada. Pochissimo, due secondi. Aveva incontrato per caso il parroco. Se aveva notizie di Joxe Mari. Continuiamo ad aspettare. Bugia. Fino a quel momento, Patxi le aveva fatto arrivare due lettere; ma questa cosa  meglio che resti tra di noi.
Parlavano. Don Serapio, ficcanaso come al solito. E allora Miren la vide al di sopra di una spalla del prete. Veniva verso di loro con quella borsa vecchia e sciupata che di solito portava il sabato a San Sebastian e con le occhiaie. Con tutto quello che guadagnano, e poi ha una borsa da mendicante.  una spilorcia. Rapidamente, Miren si mise affianco a don Serapio e cos rivolse le spalle a quella l che stava arrivando. Miren e il parroco occupavano tutto il marciapiede. L'altra, fatti suoi, dovette scendere sulla carreggiata per poter proseguire il cammino. Non salut e non fu salutata. Non li guard e non fu guardata. E subito Miren recuper la sua posizione faccia a faccia con il parroco.
Don Serapio, passato qualche istante:
"Non vi parlate?"
"Io? Con quella l? Ma per favore!"
"Per il loro stesso bene dovrebbero lasciare il paese."
"Be', allora ci vada e glielo dica, perch a me pare che non ne vogliono sapere."
Invece Joxian s che parl, una volta, in segreto, con il Txato. Lo aspett vicino al garage. Quando? Una sera, dopo cena, con la scusa di portare fuori la spazzatura, usc per incontrarlo. Aveva un peso sulla coscienza e doveva toglierselo di dosso. Ci aveva provato anche in precedenza, senza successo, muovendo un po' le sopracciglia a mo' di saluto quando l'aveva incrociato. E ultimamente si era messo a portare lui la spazzatura fuori, compito che in genere toccava a Gorka.
Per il Txato tornava dal lavoro qualche giorno a un'ora, qualche giorno a un'altra. Magari stava prendendo delle precauzioni. E fuori da quella via buia dove il Txato aveva il garage, Joxian non voleva avvicinarlo. Finalmente una sera riusc a rivolgergli la parola.
"Sono io."
"Cosa vuoi?"
A Joxian tremavano le mani, gli tremava la voce e non la smetteva di lanciare occhiate alle due estremit della strada, come se avesse paura che lo vedessero conversare con il Txato.
"Niente. Dirti che mi dispiace, che non ti posso salutare perch avrei dei problemi. Ma se ti vedo per strada, sappi che ti sto salutando con il pensiero."
"Ti hanno mai detto che sei un vigliacco?"
"Me lo dico di continuo da solo. Ma questo non cambia niente. Ti posso abbracciare? Qui non ci vede nessuno."
"Risparmiatelo per quando ti azzarderai a farlo alla luce del giorno."
"Se ti potrei aiutare, ti giuro..."
"Non preoccuparti. Mi bastano i tuoi saluti mentali."
Il Txato si allontan a passi tranquilli, la sagoma sfocata alla luce smorta del lampione. Joxian aspett che il suo ex amico svoltasse l'angolo per tornare verso casa. Non vide mai pi il Txato tanto da vicino. Il Txato camminava con una mano nella tasca dei pantaloni. Poco dopo pass nel punto esatto dove un pomeriggio di pioggia, sempre pi vicino, un militante dell'ETA gli avrebbe tolto la vita.

***** 

70

Patrie e sciocchezze

Raccontano, dicono, scrissero sui giornali, che l'aveva trovato un pastore. Il pastore andava con le sue pecore per dei campi aridi della provincia di Burgos ed ecco l il cadavere sfigurato e mezzo mangiato dalle bestie.
Il pastore dichiar alle guardie civili che accanto al morto c'era una pistola. Il ministro degli Interni riteneva sufficiente quella circostanza per confermare l'ipotesi del suicidio. Il tipo di arma indusse a mettere in relazione il morto con l'ETA.
In qualche tasca del cadavere le guardie trovarono una carta d'identit con un nome falso. La sera, il telegiornale diffuse la fotografia. In paese la riconobbero tutti.
Patxi, in privato, disse a Juani e a Josetxo che era da tempo che l'organizzazione non aveva notizie di Jokin.
"Dovete prepararvi al peggio."
Il feretro arriv avvolto in una ikurrina. Pioggia e ombrelli. Polizia assassina!, scandirono centinaia di bocche in strada. Fecero a Jokin un funerale di massa, gli cantarono inni con il pugno in alto, gli promisero vendetta e lo seppellirono. E in estate, un suo ritratto in grande formato presiedette la festa patronale dal balcone del Municipio.
I suoi genitori, a pezzi. La macelleria, chiusa per diversi giorni. Per, mentre Juani a poco a poco si riprendeva, interiorizzava il dolore, trovava consolazione nella preghiera, Josetxo cadde in una profonda depressione. Be', almeno cos dicevano. Chi? I vicini. E anche Juani, che in quei giorni and un paio di volte a casa di Miren a sfogarsi. Parl degli interminabili silenzi di Josetxo e delle lunghe ore che il marito passava a letto durante il giorno, senza che ci fosse modo di farlo alzare.
Le due donne decisero/si misero d'accordo che Joxian doveva andare a parlare con lui, a fargli compagnia e magari, chiss, tra uomini, a tirargli su il morale. Joxian, tornando a casa la sera:
"Gi una volta mi hai costretto ad andarci e sono stato da cani".
Grugn, bestemmiava, malediceva. Ficcanaso, invadenti, impiccione. E Miren, impassibile, continuava a impanare il pesce con la finestra aperta. Lo lasci parlare come chi aspetta che si esaurisca la corda di un orologio.
Pi tardi, a letto:
"Senti, se non vuoi, non andarci. Domani dico a Juani che ti rifiuti e questione risolta".
"Stai zitta, che per oggi mi hai gi rotto abbastanza."
E ci and di nuovo e borbottava per strada. Sapeva/temeva che l'altro gli avrebbe montato una scena in lacrime come la prima volta, e come faccio a reggerla? Era ormai quasi ora di chiusura. In macelleria non c'erano clienti. Odore di carne, di grasso. E Josetxo, dietro il bancone con il grembiule bianco schizzato di macchie sanguinolente, non appena vide Joxian scoppi a piangere con violenti scrolloni delle spalle, con singhiozzi profondi, gutturali. Si lanci, grande, robusto, ad abbracciarlo, e Joxian, battendogli la mano sulla poderosa schiena, gli fece coraggio a modo suo:
"Cazzo, Josetxo, cazzo".
E non gli veniva in mente nient'altro da dire. Cercava parole, trovava soltanto parolacce e bestemmie. E non aveva nemmeno la certezza di dirle con l'atteggiamento e la voce appropriati. E poi, Josetxo, s, va bene, ma non era proprio un amico-amico. Amico era il Txato. Lui s, anche se non si parlavano pi. Con il macellaio, che non  mai stato tipo da andare a giocare a carte al bar o da montare in bicicletta, be', non aveva molta confidenza.
Josetxo decise di chiudere un po' prima del solito. Chiese a Joxian di abbassare la saracinesca perch non voleva che passasse qualcuno e lo vedesse in quello stato. Poi, con le mani sui fianchi, lanciando uno sguardo languido al soffitto, a poco a poco si rasseren. Allora mise una delle sue mani enormi sulla spalla di Joxian, come a dire che a partire da questo momento sono in condizioni di parlare.
"Immaginavo che saresti venuto."
"Sono cose di mia moglie e della tua. Eccomi qui di nuovo e non so cosa dire."
"Finalmente uno che non mente. Te ne sono grato."
Lo invit ad accomodarsi nel retrobottega. Gli offr una bibita (dev'essere analcolica) che aveva in frigorifero. Gli offr da mangiare. Senza cerimonie: se voleva assaggiare qualcosa, andasse al bancone.
"E prendi quello che vuoi. Pane non ne ho."
Joxian disse di no a tutto tranne che all'offerta di sedersi.
"Non ti venga neppure in mente di consolarmi. Se hai un po' di sale in zucca, corri a cercare tuo figlio. In Francia, dovunque. Lo prendi, gli spacchi la faccia e te lo riporti a casa o lo consegni alla polizia. Prega che lo arrestino prima possibile. Lo sbattono in carcere, ma almeno non lo perdi come ho perso il mio."
Seduto sulla sedia, Joxian restava in silenzio con la faccia di circostanza.
"Non mi hanno neanche fatto preparare i funerali. Hanno preso mio figlio e ci hanno montato un numero patriottico. Gli  venuto a fagiolo che  morto. Per usarlo a scopi politici, sai? Come usano tutti. Pecore, ecco quello che sono. Ingenui. E Joxe Mari, uguale. Li fomentano, gli danno un'arma, e via, a uccidere. In casa non abbiamo mai parlato di politica. A me la politica non interessa. A te?"
"Manco un po'."
"Gli mettono in testa brutte idee e, siccome sono giovani, cadono nella trappola. Poi si credono degli eroi perch hanno la pistola. E non si rendono conto che, in cambio di niente, perch alla fine non c' altra ricompensa che il carcere o la tomba, hanno lasciato il lavoro, la famiglia, gli amici. Hanno abbandonato tutto per fare quello che gli ordinano quattro approfittatori. E per togliere la vita ad altre persone, lasciando vedove e orfani dappertutto."
"Questo non lo andare a dire in giro, eh?"
"Io dico quel cazzo che mi pare."
"Ti rovineranno la vita."
"Avevo un figlio, l'ho perso. Che me ne importa a me della vita?"
"Guarda il Txato. Nessuno gli parla pi."
"Parlagli tu, che sei suo amico."
"Mi farebbero la stessa cosa che hanno fatto a lui."
"Che paese di bugiardi e di vigliacchi! Senti, Joxian, dammi retta. Smettila con le stupidaggini e vai a prendere Joxe Mari."
"Non  facile come credi tu."
"Se sapevo dov'era Jokin, lo denunciavo alla polizia. Adesso avrei un figlio, anche se era in prigione. E non m'importa se non mi parlava pi. Dal carcere prima o poi si esce. Dalla tomba non si esce mai."
Dopo quasi un'ora di conversazione, Joxian usc dalla macelleria a testa bassa. Doveva andare a giocare al Pagoeta. Come faccio a concentrarmi sulle carte dopo tutto quello che mi ha raccontato questo qua? Torn dritto a casa con il pacchetto di salumi e la mordila che Josetxo gli aveva regalato.
Miren, sorpresa:
"Come sei tornato presto. Sei riuscito a tirargli su il morale?"
"Nemmeno di un millimetro, e invece lui l'ha tirato gi a me. Non chiedermi mai pi di andarlo a trovare."

*****

71

Figlia degenere

Era gennaio. Era marted. A chi pu venire in mente! Un marted mattina. Un giorno grigio, piovoso, feriale. Per un evento cos importante, che deve restare nel ricordo per tutta la vita, si cerca un fine settimana di primavera o d'estate, per Dio!, con cielo azzurro, temperatura gradevole e tutta la parentela in ghingheri, sorridente, ammucchiata davanti al fotografo all'ingresso della chiesa. Che mancanza di classe. Arantxa aveva telefonato. A che ora? Alle undici e rotti. Aveva risposto Miren. Non le aveva fatto gli auguri. Le aveva detto, secca, seria, che non sono cose che si fanno a una madre. E la madre non si era interessata ai particolari, non si era interessata a niente, aveva salutato, riagganciato e non aveva voluto piangere. Io? Contenta lei con la sua vita...
Alle due passate arriv Joxian dalla fonderia.
"Brutte notizie."
"Lo hanno preso?"
"Si  sposata."
"Chi?"
"Tua figlia."
"E questa  una brutta notizia?"
"Sei scemo o che? Si  sposata civilmente con quello di Salamanca. E adesso pensaci un attimo e tira le somme. Senza la benedizione di Dio, senza avvisarci, senza festa di nozze. Manco fossero degli zingari!"
Joxian spalanc gli occhi. Occhi da gufo in mezzo ai lineamenti stanchi: dalle sei del mattino appiccicato al forno. Non era d'accordo. Prima di tutto, il matrimonio della figlia gli sembrava una grande notizia e bisognava festeggiare, che cazzo. E poi: da quanto tempo vivono insieme? Non lo sapeva. Due, tre anni? In ogni caso, abbastanza, ragion per cui Miren non la smetteva di criticarli. Perci era ora di formalizzare il rapporto. Che sua figlia sposasse l'uomo che amava per Joxian non era motivo di dispiacere, ma tutto il contrario. E il ragazzo, nostro genero, non  di Salamanca, ma  nato a Renteria. E anche se fosse nato a Salamanca?
"Per me, pu essere cinese, negro, zingaro.  quello che ha scelto mia figlia, punto."
"Tu sei stupido, sei sempre stato stupido e morirai stupido. Non sai di cosa parli. A te stamattina  caduta una tegola in testa. Forza, se ti credi cos furbo, va' a raccontare a don Serapio che tua figlia si  sposata fuori dalla chiesa con uno che non parla euskera."
"Con un uomo educato, lavoratore, che la rispetta e le vuole bene."
Troppo per Miren: si strapp via il grembiule con dispetto. Lo lanci contro lo schienale della sedia. Ed esclam, mordendo le parole, mentre usciva dalla cucina a passi precipitosi per chiudersi in bagno a piangere senza testimoni:
"Ah, Ges mio, come sono sola, sola!"
Passarono altri giorni, caddero altre piogge. A febbraio ci fu un accordo tra le due famiglie per incontrarsi in un ristorante. Miren, sarcastica: festeggiamenti in intimit come se sarebbe un funerale. In totale, sette commensali: la giovane coppia, i rispettivi genitori e Gorka, che, al contrario di quanto avrebbe voluto la madre, si rifiut di mettere giacca e cravatta perch dopo pranzo doveva incontrare gli amici e non voleva che lo prendessero in giro. Miren insistette, inflessibile, costrittiva. Arantxa e Guillermo erano intervenuti a favore del ragazzo, che arriv al pranzo in tuta e scarpe da ginnastica e fu il primo ad andare via.
Il resto dei maschi si vest come impongono la tradizione e le mogli. I completi gli stavano larghi qui, molli e bombati l. Avevano tutti e tre un aspetto da proletari nel loro giorno eccezionale di eleganza, vestiti/travestiti dalle rispettive consorti; le quali si occuparono anche, stai fermo, non ti muovere, di fargli il nodo alla cravatta.
Le donne, meglio. Con pi gusto e pi stile. Tutte e tre pettinate dal parrucchiere. Arantxa sfoggiava il vestito verde scuro che si era messa la mattina del matrimonio e una rosa di stoffa dello stesso colore su un lato dei capelli; Miren un modello blu marino che aveva comprato in un negozio di San Sebastian, e Angelita costringeva la sua grassezza in un completo di camicetta e gonna, bianca la prima, beige la seconda, che diede a Miren l'occasione di criticarla la sera a letto.
Joxian, il viso rivolto verso la parete, cerc invano di zittire quella bocca che a poca distanza dalle sue orecchie era entrata in eruzione verbale. La giornata era stata lunga, aveva bisogno di riposo. Miren, la schiena contro la testiera, non gli diede retta. Gli domand:
"Come ti  sembrato il tutto?"
"Bene. La carne un po' dura."
Che parli a fare? Non lo vedi che cos prolunghi la conversazione? Si pent non gi della risposta, ma del semplice fatto di avere risposto; ma ormai era troppo tardi.
"Dura? Una suola. E il consomm, non sapeva di niente. Abbiamo mangiato in posti migliori e meno cari. Ma  chiaro, quando le cose non si fanno come Dio comanda, poi succede quello che succede."
"In caso non lo sapessi, domani devo andare a lavorare."
"Arantxa e la suocera sembrano andare d'accordo. Hai visto come l'ha aiutata ad aprire il tovagliolo? E poi come le ha tolto la macchia di maionese da qui, dai baffi? Perch se quelli non sono baffi, io sono il papa. L'affetto che Arantxa non ha mai dato a sua madre adesso lo d a quella cicciona di Salamanca."
"Va bene, va bene. Non cominciamo."
"A te, ti ho visto pappa e ciccia con tuo genero. Di cosa ridevate?"
"Adesso te la prendi anche con lui? Ma se  un pezzo di pane, di un affettuoso esagerato. Mi preoccupa che si lasci dominare da nostra figlia."
"Sembravate impegnati in una conversazione privata."
"Ci piace lo sport."
" il tuo numerino sentimentale? Cosa mi dici del tuo piagnisteo davanti a tutti? In questi casi, uno esce fuori o si chiude in bagno, cos non d spettacolo. Non mi sono mai vergognata tanto in vita mia."
"Ti ho gi detto che non sono riuscito a evitarlo."
"Tu, quello che non sei riuscito a evitare,  stato di darci dentro con lo spumante. Non sono cieca. Ho visto subito che ti grattavi il fianco."
"Non complicare le cose. Mi sono ricordato di nostro figlio. La famiglia a festeggiare e lui chiss dov'e."
"Ci hai fatto fare una figura ridicola. Mancava solo che ti mettevi a parlare di Joxe Mari davanti a loro. Ti tiravo un piatto, te lo tiravo sul serio."
"Va bene. Mi fai dormire?"
Miren spense la lampada dalla sua parte. Era da un po' che Joxian aveva spento la sua. Rimase in silenzio la coppia? Lui, s. Miren, senza cambiare posizione nel letto, continu a infilare commenti, critiche, rimproveri, nell'oscurit.
"Io li vedo fuori posto. Saranno gentili, educati e quello che vuoi, ma si nota che non sono di qui. Quel modo di parlare, quei gesti. Mi sembra perfino che masticano in maniera diversa. Preparati ad avere un nipote che di cognome fa Hernandez. Solo a pensarci mi viene il mal di pancia. A me  questo che fa venire voglia di piangere e non Joxe Mari, che sta difendendo la causa di Euskal Herria. Non lo so, Joxian. Non lo so. Cosa abbiamo fatto di male? Tu lo sai? Perch ci  venuta fuori una figlia cos degenere? Joxian, dormi?"

*****

72

Missione sacra

A San Sebastian furono assegnati dei premi letterari per i giovani. Li bandiva ogni anno la Cassa di Risparmio Provinciale di Guipuzcoa. Miren cap a met le informazioni che le diedero al telefono, cosicch quando, all'ora di pranzo, Gorka arriv a casa, tutto quello che pot dirgli fu che:
"Ha chiamato un signore chiedendo di te. Dice che hai vinto qualcosa alla cassa di risparmio".
Fino al mattino successivo, Gorka, sul punto di compiere diciott'anni, non riusc ad avere la conferma di quello che intuiva/desiderava. Aveva ottenuto il primo premio per la categoria poesia in euskera con una poesia intitolata Mendiko ahotsa. Il suo primo successo.
Nessuno, neanche i suoi migliori amici, sapeva che aveva partecipato a un concorso letterario. Non era la prima volta. Se vinco, magnifico; se no, chi lo viene a sapere? E s, lo seppe tutto il paese, perch il pomeriggio della consegna del premio un giornalista lo intervist, e la foto del giovane scrittore e le sue dichiarazioni uscirono il giorno dopo sulle pagine culturali del Diario Vasco. Anche gli altri giornali della zona diedero la notizia, ma senza foto n intervista. Ogni vincitore ricevette diecimila pesetas.
"Diecimila? Accidenti!" Joxian moll al figlio una vigorosa pacca di felicitazioni sulla spalla. E lo guardava sorridente, approvativo, con il labbro inferiore penduto per l'orgoglio. "Cosa aspetti ad andare nella tua stanza a scrivere? Potresti diventare ricco."
Miren:
"Cosa pensi di fare con i soldi?"
"Non li ho ancora avuti."
"Quando li avrai."
"Ho bisogno di vestiti e di scarpe."
Il pi contento di quel trionfo modesto, ma pur sempre un trionfo, fu Joxian. Al Pagoeta si sottopose di buon grado alle battute benevole degli amici. Che essendo lui cos ottuso, da dove era saltata fuori quell'eminenza di ragazzo? Cos. Joxian, infantile, felice, si vant del figlio. I geni, diceva. Gli replicarono:
"Saranno quelli di tua moglie".
E lui si difese di buonumore:
"Di quella l? Bah!"
Dovette promettere ai compagni di gioco che, anche se avesse vinto la partita, avrebbe offerto lui la caraffa di vino. E pag una consumazione anche ad altri che si aggiravano per il bar.
L'apoteosi, il giorno dopo. Il proprietario in persona and al forno della fonderia a congratularsi con lui. Joxian, intimidito, si affrett a togliersi il guanto annerito per stringere quella mano bianca e poderosa, con polso adornato da un orologio di marca. Di che marca? Non ne aveva idea.
A Gorka, in cucina:
"Per comprarmi un aggeggio cos, io dovrei lavorare molti giorni e tu dovresti vincere molti premi".
Miren nutriva un orgoglio privo di parole. Un orgoglio di assorbimento, dall'esterno verso l'interno, come una spugna che s'impregna. E a parte uno sporadico allungamento del collo, non lasciava quasi intravedere la soddisfazione che provava.
"Sei contenta, ama?"
"Certo."
In quei giorni, quando Gorka entrava in casa, Miren gli trasmetteva all'istante le congratulazioni da parte di tizio e Caio. Ed elencava, con le pupille dilatate da una specie di euforia, le persone che aveva incrociato per strada e le avevano chiesto di fare i complimenti allo... scrittore? Piuttosto, al vincitore delle diecimila pesetas e a quello che era apparso sui giornali anche con la foto, che era ci che davvero impressionava. E questo, a Miren, provocava un intenso, silenzioso spasmo di soddisfazione, come se le sue ossa, le sue viscere, i suoi organi, i suoi muscoli e perfino i suoi vasi sanguigni si comprimessero in un punto centrale del corpo, il che le dava un piacere che aveva non poco di risarcimento.
"E ora che provino invidia anche verso di noi."
Arantxa, in una conversazione telefonica, consigli al fratello di fare attenzione. Certo che era contenta. Molto. Dai, campione, gli disse come per dissipare qualunque dubbio al riguardo. Aveva sempre creduto in lui. Non si dimentic di trasmettergli i complimenti di Guille, che gli mandava anche un forte abbraccio. Poi gli disse la storia di non esporsi troppo.
"Mi hai capito."
Gorka non capiva. Lei se ne dovette accorgere, perch, dopo qualche secondo di silenzio, aggiunse:
"La cosa migliore  che tu scriva le tue cose e non permetta a nessuno di approfittare del tuo talento".
"Finora sono stati tutti gentili con me."
"Questo va benissimo. Qualcuno del paese si  interessato alla tua poesia del premio? Qualcuno l'ha letta?"
"Nessuno."
"Ora mi capisci?"
"Credo di cominciare a capirti."
Gorka ricord l'avvertimento della sorella giorni dopo, mentre si dirigeva verso la chiesa, dove lo stava aspettando don Serapio. Miren aveva incontrato il parroco la mattina e lui le aveva detto che voleva parlare con Gorka e fargli i complimenti di persona.
"Se vai alle cinque, lo trovi in sagrestia."
"Che mi vuole dire?"
"Cosa deve volere? Farti i complimenti."
"Tutta questa storia  un po' esagerata. Ho soltanto scritto una poesia."
"In questo paese non ce ne sono molti che possono vincere un premio di poesia. Perci, alle cinque vai dal parroco e lasciati volere bene, eh? Quello s, prima di andare ti fai la doccia."
And di malavoglia, contratto dalla timidezza. E mai prima si era trovato da solo con il parroco. Si grattava il naso ogni due per tre per proteggersi dalla sua alitosi. Don Serapio, mentre parlava, faceva battere i polpastrelli. Sul suo viso si disegnava di frequente una smorfia di addolorata tenerezza. Si esprimeva con flemma, in un euskera impeccabile da seminario, pieno di frasi fatte.
"Il nostro  stato un popolo intraprendente, avventuroso, di uomini coraggiosi e devoti. Abbiamo lavorato il legno, la pietra, il ferro e abbiamo percorso tutti i mari; ma sfortunatamente, nel corso dei secoli, noi baschi non abbiamo prestato abbastanza attenzione alle lettere. Cosa ti posso dire che tu gi non sappia? Tu, che a quanto mi dicono, sei un gran lettore e, a quanto ora sappiamo, un poeta."
Gorka annuiva imbarazzato. Di fronte, uno specchio a muro, accanto all'appendiabiti dove c'erano le pianete, gli restituiva la sua immagine slanciata, il suo naso un po' (abbastanza) schiacciato. Il parroco, imperterrito.
"Dio ti ha concesso talento e vocazione, e io, figlio mio, in suo nome ti chiedo di essere disciplinato e di mettere le tue capacit al servizio del nostro popolo.  questo un compito che riguarda particolarmente voi giovani che iniziate adesso a scrivere. Chi meglio di voi pu dare forma a una letteratura che diventi il pilastro centrale della salvaguardia della nostra lingua? Capisci quello che ti sto dicendo?"
"Certo."
"L'euskera, anima dei baschi, ha bisogno di appoggiarsi su una letteratura propria. Romanzi, teatro, poesia. Tutto. Non basta che i bambini vadano alla ikastola, che i genitori parlino e cantino per loro in euskera. Sono pi necessari che mai dei grandi scrittori che portino la lingua al suo massimo splendore. Uno Shakespeare, un Cervantes, in euskera, questo s che sarebbe meraviglioso. T'immagini?"
Gorka si vide annuire nello specchio.
"Ah, questo mio entusiasmo! Quello che volevo dirti  che devi continuare a formarti e a scrivere, in modo che il nostro popolo costruisca una cultura anche attraverso il tuo lavoro. Quando tu scriverai, sar Euskal Herria a scrivere dentro di te. Sappiamo che questa  una responsabilit enorme, forse per ora troppo grande per un uomo ancora giovane e inesperto come te. Ma, credimi,  una missione stupenda, splendida, e in questo momento della nostra storia, lo dico senza timore di esagerare, sacra. Hai la mia benedizione, Gorka. Se ti assilla qualche necessit, non importa di che tipo, vieni tranquillamente a trovarmi. Ti si dar sempre una mano perch tu possa dedicarti con intensit al nobile compito di scrivere."
Passata mezz'ora, Gorka usc intontito dalla sagrestia. Il parroco lo aveva congedato con un abbraccio. Quell'inatteso scontro di petti aveva impressionato il ragazzo. Era una vicinanza fisica alla quale non era preparato. Mi considera un eletto? Gli si form, camminando per la strada, un vuoto interiore, come una malinconia esistenziale, frutto dello stupore. Che strano: don Serapio non aveva mai fatto riferimento a Joxe Mari. Che strano: non gli aveva rivolto il rimprovero che lui dava per sicuro: ti si vede poco a messa. E si ricord, come avrebbe potuto non ricordarsene, di quello che recentemente gli aveva detto Arantxa al telefono. Nemmeno il parroco aveva manifestato interesse di conoscere la sua poesia.
"Cosa voleva don Serapio?"
"Cosa poteva volere? Farmi i complimenti."
"Come pensavo."
Giorni dopo, chi  che parla a Gorka della faccenda del premio letterario? Nessuno. Nemmeno sua madre, quando tornava a casa, gli faceva pi la lista quotidiana di quelli che si congratulavano con lui. Perci, tranquillit. Finalmente. O almeno cos credeva. E meno male, perch era ormai stufo di complimenti e battutine, di pacche sulle spalle, alcune sincere, la maggior parte per prenderlo in giro. E soprattutto era stufo della sua stessa poesia, che, riletta da solo nella sua stanza, gli sembr di colpo cos moscia da non poterla guardare senza vergognarsi.
Riassumendo, non lo importunavano pi ed entr, sabato pomeriggio, alla Arrano Taberna. Gli dava sempre pi fastidio entrarci, vedere la foto del fratello, rispondere alle domande su di lui. E il fumo, e il rumore, e l'odore, e i bicchieri lavati male, a volte con rimasugli di rossetto. Per gli amici ti trascinano e ci vai. Se non ci vai, si nota. E se si nota, male.
Si avvicin al bancone. La comitiva aveva ordinato un altro giro di birre. Stavolta tocc a Gorka andare a prendere i bicchieri. Patxi, dall'altro lato, lineamenti tesi, gli lanci un'occhiata dura. Si sporse verso di lui:
"Stai sbagliando e non mi piace".
A Gorka si sollevarono di colpo le sopracciglia. Per due o tre secondi il volto gli rimase paralizzato in una smorfia di stupore. E aveva paura di affrontare gli occhi severi dell'oste.
"Be', che succede?"
"Che sia l'ultima volta che parli con un giornale fascista e accetti soldi da un'entit bancaria che sfrutta i lavoratori. Alla prima cosa non c' pi soluzione. Spero che non si ripeta. La seconda si pu sistemare. Sai cos' questo?" Gli piazz davanti al viso spaventato, sul bancone umido, il salvadanaio per i detenuti. "Qui c'entrano esattamente diecimila pesetas."

*****

73

Se ci sei, ci sei

Terminata la giornata di lavoro nel negozio di scarpe, Arantxa usc in strada ed eccolo l, fra le prime ombre del tramonto, ad aspettarla con una faccia da cane triste, suo fratello Gorka. Cosa succede? Aveva bisogno di un favore. Se poteva stare per qualche giorno a casa sua. Perch? Per lui la vita in paese si stava facendo pesante.
"E gli aitas, che dicono?"
"Volevo parlarne prima con te."
Lo avvis:
"Abbiamo un solo letto, il nostro".
Non gli importava stendersi a terra su una coperta e farsi un cuscino con un asciugamano. Arantxa, con il supplemento gestuale di una mano, gli chiese calma. Avevano un divano, anche se forse era troppo corto.
" che continui a crescere."
Gli domand se stava scappando dalla polizia. Risposta: no. Sicuro? Sicuro. Arantxa sospir sollevata. Allora la comitiva?
"La comitiva e qualcun altro."
I due fratelli si accordarono per prendere l'autobus per Renteria e perch Gorka raccontasse anche davanti a Guille quello che gli stava succedendo in paese.
"Perch, se resti qualche giorno con noi, Guille ha il diritto di sapere il motivo, non credi?"
"Certo."
Situazione: Guillermo e Arantxa l, sul divano, prima di cena; Gorka di fronte a loro, su una sedia portata dalla cucina perch la giovane coppia, anche se lavora e lavora, non ha ancora messo insieme abbastanza risparmi per finire di ammobiliare la casa. Gorka raccont con maggiori dettagli quello che aveva gi anticipato alla sorella durante il viaggio in autobus. Alla presenza del cognato, inizi dalla fine:
"O me ne vado dal paese o seguo i passi di Joxe Mari. Non c' alternativa. Mi fanno pressioni. A loro sembro un vigliacco. Dicono che i libri mi stanno facendo la testa come un pallone e mi ridono dietro. Adesso mi chiamano Kartujo. E il peggio  che riescono a dominarmi e mi costringono a fare cose con cui non sono d'accordo. Ora come ora non ho nessun amico con cui posso parlare come con voi. Quasi non parlo per paura di sbagliare. E la storia che  successa ieri  stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Sono stanchissimo. Non ho dormito neanche un minuto. Sono stato l l per nascondermi in campagna, ma poi mi sono ricordato di voi".
"Racconta a Guille quello che mi hai raccontato sull'autobus."
Il giorno prima, in un angolo della Arrano, Peio aveva sussurrato, a lui e a un amico, che aveva quattro bottiglie molotov in un nascondiglio. Guille: che chi era Peio.
"Uno della comitiva che ogni giorno che passa  sempre pi estremista."
Arantxa aggiunse qualche particolare:
"Suo padre era l'ubriacone ufficiale del paese. Lo vedevi tutti i giorni che faceva zigzag per la strada. Ora  morto".
A quanto pareva, Patxi aveva lasciato che Peio si portasse via qualche bottiglia vuota. E il ragazzo, per conto suo, si era procurato la benzina. Comprata? Macch! La prende con una sonda dal serbatoio di macchine e camion.  facilissimo. Aveva fatto le bottiglie. Ci aggiungeva olio per motori in modo che il fuoco, a quanto diceva, prendesse meglio. Aveva fatto pratica da solo nella cava. Gliene erano avanzate quattro.
" molto affascinato dalle armi e dalla lotta, e uno di questi giorni entra nell'ETA."
Peio aveva proposto una ekintza quando faceva buio. Non gli veniva in mente un obbiettivo. Chi  che aveva un'idea? Prima si era parlato della Casa del Popolo. Sulla porta c'erano ancora le bruciature dell'ultima volta.
"E il batzoki?"
Juancar:
"Non dire stronzate. L c' di sicuro mio padre che gioca al mus".
Gorka taceva. Gorka beveva il suo calimocho in silenzio e guardava di nascosto l'orologio, in attesa del momento opportuno per salutare e andarsene. Stava diventando davvero una brutta storia. Vedeva i due amici pi che decisi, le pupille luccicanti per l'alcol buttato gi. Peccato, diceva Peio, che quel pomeriggio non ci fossero casini con gli sbirri per arrostirne due o tre. Adesso parlavano di dare fuoco alla macchina di qualche nemico di Euskal Herria. E ormai, a furia di parlare e gesticolare, tutta la taverna era al corrente di ci che stavano tramando apertamente in quell'angolo. Cos gli si era avvicinato Patxi per avvertire/ordinare di andare a fare una passeggiata. Perch, ovvio, alla Arrano lui non vuole problemi. Per le faccende compromettenti c' una stanza interna. E allora, come di sfuggita, aveva insinuato e detto senza dirlo che c'era uno che aveva dei camion.
"Io, all'inizio, non ho capito, perch pensavo pi a come squagliarmela che ad altro. Invece Peio e Juancar hanno capito subito che Patxi si riferiva al Txato."
Guille: che chi era il Txato.
Arantxa:
"Te ne ho gi parlato qualche volta. Quello dell'impresa di trasporti. Uno che non si piega alle minacce dell'ETA. A quanto pare non paga l'imposta rivoluzionaria, o  in ritardo con i pagamenti, o non paga abbastanza, non lo so. Girano tante voci! Il fatto  che hanno montato una campagna per intimorirlo e tutta la gente del paese  contro di lui. Un brav'uomo. Per mio padre, un fratello e, per me, quasi uno zio. Adesso non ci parliamo, n con lui n con la sua famiglia, anche se non ci hanno fatto niente. Questo  un paese di pazzi".
E Gorka, accerchiato dagli amici tra il tavolo e la parete, si difendeva. Che no, sul serio, lui no, doveva andarsene. Avevano insistito. Al massimo ci voleva un'ora. Nemmeno. Il piano era semplice: lanciare le quattro molotov, tornare in paese e tu ai tuoi cazzo di libri. Dal bancone Patxi li aveva visti, apprendisti gudari, discutere e gesticolare. Era andato di nuovo verso il loro angolo, stavolta con la scusa di ritirare i bicchieri.
"Si pu sapere che accidenti succede?"
"Kartujo, qui, dice che non viene."
" un cacasotto."
"Sembra impossibile che sia il fratello di Joxe Mari."
Gorka taceva e Patxi si era voltato, serio, sereno, verso di lui.
"Guarda, ragazzo, in un gruppo, quando uno conosce il piano d'azione, va fino in fondo e non tradisce. Se non volevi partecipare, te ne andavi prima. Nessuno ti costringe. Ma se ci sei, ci sei. E adesso sci, via di qui tutti e tre. Le consumazioni me le pagate domani. Magari ve le abbono. Dipende da come vi comportate."
Avevano messo in relazione Gorka con la parola "tradire". Di l a spia, il passo era breve. Quello aveva annientato ogni sua resistenza. All'improvviso era cos roso dalla vergogna che gli era sembrato di andarsene in giro nudo, con il suo corpo alto, ossuto, sotto gli occhi di tutta la gente del paese. Gli si era messo di traverso nella gola un grumo di disgusto. Ed era un disgusto verso s stesso. Si era sentito un vigliacchetto, uno spregevole pupazzo, una bestia strana, un pesce fuor d'acqua, un uccello spennato, e nulla lo preoccupava di pi se non che gli altri notassero la sua tristezza. Gli altri, che fanno? Ripetono per strada, in tono recriminatorio, gli argomenti di Patxi, finch Gorka aveva detto: va bene, d'accordo, andiamo. Ed erano andati a prendere, allegri, brilli, gora ETA, amnistia osoa eccetera, le quattro bottiglie incendiarie che Peio aveva nascosto.
Con le molotov in una borsa, erano scesi verso il fiume. L'ora, buia, ma ancora con una striscia viola di cielo sopra le montagne. Si erano accordati per lanciare ciascuno una bottiglia e Peio, essendo quello che le aveva preparate, due. Quando ormai erano vicini all'obbiettivo, Juancar aveva chiesto silenzio. Ssst. Avevano verificato che il cancello d'ingresso fosse chiuso. Troppo alto per saltarlo. E poi, in cima c'erano degli aculei di metallo. Sfortuna: c'erano soltanto due camion. Uno accanto alla porta del capannone.
"Cazzo, lontanissimo."
Impossibile centrarlo con una bottiglia lanciata dall'esterno del piazzale. L'altro era parcheggiato con la cabina dell'autista addossata al muro. Difficolt? Almeno tre. La prima, la maglia della rete costringeva a lanciare le molotov come un proiettile di mortaio. Cos non si poteva mirare bene. La seconda difficolt era la massa impenetrabile di rovi pigiata davanti al muro, che impediva di avvicinarsi al bersaglio. E la terza difficolt? Be', che, circondati dagli alberi, erano al buio-buio e non vedevano nemmeno dove mettevano i piedi.
Nell'ufficio non c'era luce.
"Perfetto. Siamo soli."
Peio, impaziente, aveva lanciato la prima molotov. L'aveva lanciata un sacco in alto per non farla urtare contro la rete. Senza prendere la mira. La bottiglia era esplosa sull'asfalto. Il vantaggio era che adesso il bagliore permetteva di vedere meglio il camion.
"Hanno detto che toccava a me. Per me era chiaro che non avrei colpito il camion. Cosa mi potevano rimproverare se anche Peio l'aveva mancato? E all'improvviso, mentre accendevamo lo straccio, si sente una voce urlare: bastaaardi, bastaaardi. E non solo. Pam, uno sparo. Ve lo giuro. Pam, un altro sparo. Se tirava a centrarci, non lo so. Ma era chiaro che aveva una pistola. Cazzo, cazzo, questo ci ammazza. Ci siamo messi a correre. E non avevamo n cappucci n niente per coprirci la faccia. In ogni caso, credo che con quel buio non ci si poteva riconoscere. Invece di seguirci, il Txato  rimasto a spegnere il fuoco. Per me, se voleva, ci faceva secchi tutti e tre. Io non sono riuscito a dormire per tutta la notte e oggi me ne sono andato in giro qua e l per un casino di tempo. Vi ringrazio se mi lasciate restare per qualche giorno. Poi trover il modo di andarmene dal paese. Se rimango l, faccio la fine di Joxe Mari."
Arantxa si alz dal divano.
"Va bene. Vado a preparare la cena. E tu, nel frattempo, chiama casa e racconta agli aitas qual  la situazione."
"La faccenda di ieri non gliela posso raccontare."
"Inventati qualcosa."
"Cosa?"
"Guille, cosa diresti tu al suo posto?"
"Io? Non lo so. Che mi vogliono picchiare o qualcosa del genere."

*****

74

Movimento di Liberazione Personale

Per un po', Gorka trov rifugio nella solitudine. Prese a poco a poco le distanze dai suoi amici. E alla Arrano Taberna non ci metteva pi piede. Studiava, leggeva, scriveva versi e racconti. Subito dopo li stracciava, convinto che non valessero nulla. Non si scoraggiava. Sto imparando. Nel frattempo, alimentava la vaga speranza di lavorare un giorno, ma dove? In fonderia, come gli sugger il padre in varie occasioni? Joxian si offr di parlare con quelli degli uffici. Assolutamente no. Ventun anni e viveva ancora in famiglia. Il padre si rattristava credendolo strano; la madre lo sgridava in continuazione. Per dargli la sveglia, diceva, sicura che le fosse venuto su un figlio fannullone.
Di tanto in tanto, Gorka partecipava a San Sebastian a presentazioni di libri, conferenze, tavole rotonde. Avvicin altri scrittori e ne conobbe qualcuno. Smise di chiedere libri in prestito alla biblioteca del paese. Pi che altro per non incrociare gente conosciuta per strada o in sala di lettura. Invece divent un assiduo frequentatore della Biblioteca Municipale, nella Citt Vecchia di San Sebastian, dove passava pomeriggi interi chino su libri, enciclopedie, giornali.
Per sapeva che non era possibile staccarsi dal paese finch viveva con i genitori. Le feste, le manifestazioni politiche, le telefonate degli amici, operavano su di lui un effetto di risucchio al quale non riusciva a sottrarsi completamente. Si era esercitato nell'arte del sotterfugio, divenne un maestro della dissimulazione. Alle manifestazioni a cui bisognava assolutamente partecipare faceva in modo di collocarsi in posti strategici. Prima accanto ai suoi amici, poi a qualche passo da loro, infine, una volta sicuro che la sua presenza fosse stata notata, si fermava a parlare con qualcuno, se possibile con persone adulte; restava indietro come per caso e, al momento opportuno, se la squagliava.
Spesso si assentava dal paese per parecchi giorni. Cos era rimasto d'accordo con Arantxa. Si sistemava a casa sua, e in questo modo si allontanava a poco a poco dalla comitiva. Per, parassita, per niente. Dava una mano alla sorella e al cognato in tutto ci che poteva. Mentre loro erano al lavoro, puliva la casa come uno specchio. Li aiut a mettere la carta da parati in salotto. Dipinse lui da solo il soffitto della cucina. E, visto che si trovavano a ripagare un favore con un altro, cerc di insegnare al cognato qualche rudimento di euskera. Dovettero smettere: era impossibile. Guille era negato per le lingue.
Un giorno la fortuna si imbatt in Gorka e lo aiut. Cio? Be', il ragazzo trov lavoro o il lavoro trov lui e, per di pi, fuori dal paese; non ben pagato, quello no, ma di suo gusto: commesso in una libreria di San Sebastian. I proprietari lo conoscevano, and alla presentazione di un libro, gli chiesero. Senti, ti andrebbe eccetera eccetera? Non esit. Fu il primo successo di quello che tra s e s chiamava Movimento di Liberazione Personale, il cui obbiettivo si riduceva a un solo punto: raggiungere l'indipendenza. Non era soltanto che avrebbe guadagnato qualche soldo; era che quel lavoro gli consentiva di perdere di vista quotidianamente il paese senza dover fornire spiegazioni a nessuno, visto che tutti sapevano dove era diretto ogni mattina quando saliva sull'autobus.
Nel periodo in cui fece il libraio pubblic recensioni di libri in euskera, qualche breve opera letteraria su alcune riviste, nonch, in modo sporadico, articoli di cultura sul quotidiano Egin. Pubblicare su Egin gli serviva da salvacondotto in paese. Nessuno lo rimproverava, nessuno diffidava di lui. Lo si vedeva poco? Be', per scriveva su Egin.
Un pomeriggio vide Patxi per strada. Da un marciapiede all'altro:
"Molto buono il tuo articolo di ieri. Non ci ho capito niente, ma mi  piaciuto. Continua cos".
L'euskera divent la sua principale fonte di guadagno. Lucrativa? Al momento, per tirare avanti. Faceva di tutto. Gli affidavano quarte di copertina, la redazione di opuscoli, brevi traduzioni. Una casa editrice accett un suo libretto per bambini. All'ultimo momento, senza consultarlo, l'editore gli cambi il titolo. Mise Piraten itsasontzi urdina. A Gorka non dispiaceva, per preferiva il suo. Gli rimase in bocca una specie di sapore acre come conseguenza di quell'intromissione nella sua opera.
Arantxa gli disse di non prenderla male e lo incoraggi a dedicare in futuro i suoi maggiori sforzi creativi alla letteratura infantile.
"Finch scrivi per i bambini, ti lasceranno tranquillo. Ma povero te, ragazzo, se ti infilerai nei casini di questa terra. In ogni caso, se ti viene di scrivere per gli adulti, ambienta le tue storie lontano da Euskadi. In Africa o in America, come fanno altri."
La buona sorte gli si affezion e gli consent di realizzare, in condizioni pi che favorevoli, il sogno di lasciare per sempre il paese natale. Cosa successe? Be', che un pomeriggio conobbe Ramuntxo. La verit  che Gorka non aveva previsto di andare all'inaugurazione di quella mostra di pittura basca alla galleria Altxerri; ma perse l'autobus, pioveva, il posto era l vicino. Insomma, per ammazzare il tempo, entr alla mostra come tirato da una corda invisibile. Ed ecco l Ramuntxo con in mano una tartina di gamberi, uovo sodo e maionese. Si misero a chiacchierare. Ramuntxo, che ha undici anni pi di lui, rimase sbalordito dal buon euskera di Gorka. Simpatizzarono. E dalla galleria, per chiacchierare pi tranquilli, andarono al bar di sotto. Continuarono a simpatizzare e alla fine, verso le dieci, Ramuntxo si offr di accompagnare Gorka in paese con la sua macchina. Gorka, felice, non soltanto per il favore del passaggio, ma anche perch per la prima volta dopo molto tempo ebbe la prova che al mondo c'era una persona, a parte sua sorella, con cui poteva parlare senza mettere freni alla franchezza.
Due mesi dopo, si stabil a Bilbao con Ramuntxo. L'idea iniziale era che lavorasse per lui come segretario, e anche come redattore di testi radiofonici. Ramuntxo, divorziato, padre di una bambina, Amaia, che amava alla follia, accolse Gorka nel suo appartamento di calle Licenciado Poza. Gli assegn una stanza da letto e uno studio, e lo pagava qualcosa pi dei proprietari della libreria di San Sebastian.
Gli chiese/intim di non scrivere pi un solo rigo per Egin.
"Non bruciarti. Dammi retta."
Gorka componeva dei testi cos belli, cos profondi e ben scritti, che dopo un po' Ramuntxo decise di farlo entrare alla radio. Non ebbe problemi a fare accettare il suo giovane amico in organico. E per Gorka fu come salire in cielo.
Non era una radio con un grande ascolto. Pi o meno l'ottanta per cento della programmazione era in euskera. E c'erano annunciatori che maltrattavano la grammatica. Meglio per Gorka, il quale, visto che leggeva una meraviglia, si esprimeva con fluidit, aveva una padronanza enorme della lingua e, per di pi, una bella voce, in poco tempo pass da redattore, assistente, responsabile della discoteca, addetto alla macchina del caff e fattorino, a parlare davanti al microfono, all'inizio in compagnia di Ramuntxo, poi da solo.
Il lavoro gli piaceva da morire, tanto che rimaneva alla radio dopo la fine della giornata. Si sedeva accanto al tecnico del suono per farsi insegnare come si maneggiava la console. E stava anche attento se arrivava in citt qualche scrittore, qualche artista, qualche cantante. Allora correva da lui munito di registratore e lo intervistava. Pi tardi fece altrettanto con gli sportivi e con chiunque avesse un nome e si prestasse a rispondere alle sue domande.
Ramuntxo lo vedeva tanto entusiasta che gli fece ottenere un programma di mezz'ora sulla letteratura basca soltanto per lui, tutte le sere alle dieci, tranne il sabato e la domenica. Gorka, felice.
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FINE Parte 1.